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COSÌ LONTANO, COSÌ VICINO. LA RETE COME FILOSOFIA DI VITA. PARTE SECONDA – IL NO-PROFIT (3/3)

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Bene, adesso mi piacerebbe infine (Dio mio come sono lungo, è che le cose da dire sono un’infinità e assicuro chi legge che sto solo sciogliendo la punta di un iceberg veramente profondo) provare a consigliare come fare rete nel terzo settore. Missione possibile, ma difficile e che, soprattutto, mi trova impegnato in prima linea, dunque potrò incorrere in valutazioni talvolta premature o insufficientemente supportate da dati verificati più volte in contesti diversi, quindi parziali o incomplete.

      1. Stabilire collegialmente scopi e obiettivi comuni e chiari e cercare di perseguirli al meglio. Ogni associazione ha uno statuto. Di questi la maggior parte sono un copia-incolla di altri già scritti. Va anche bene, ma sforziamoci di leggerli. Può sembrare burocrazia spesso e volentieri, ma in molti casi, come in questo, la forma è sostanza. Se uno stato democratico necessita e si basa su una carta costituzionale in cui sono enunciate le regole basilari della civile convivenza degli abitanti di un paese, così, per i gruppi più elementari di persone che scelgono un sodalizio, un documento approvato da tutti, contenente appunto le finalità del sodalizio, è sempre la radice comune alla quale ricorrere nei momenti di confusione e difficoltà e dalla quale ripartire quando i rami sono secchi o aridi, oppure troppi parassiti stanno drenando il fusto della pianta. Se lo statuto c’è già ed è troppo generico e costa troppo tempo e troppi soldi modificarlo, si possono scrivere verbali progettuali (che non collidano con i principi enunciati nello statuto) con i piani attuativi a medio termine (cosa vorremmo fare nella prossima stagione, cosa vorremmo fare nei prossimi tre anni, ecc.). Più sono (e più sono diversi tra loro) i soggetti da unire (specie quando si parla di differenti appartenenze geografiche, politiche, di settore, ecc., con storie spesso lunghe e complesse alle spalle), più si dovrebbe scegliere la strada della semplicità e della concretezza. Come ho già detto, ripeto: pochi obiettivi, chiari, ben descritti e condivisi (con lealtà e sincerità) da tutti.

        http://www.youtube.com/watch?v=58dYpsvLP9Y

      2. La prima regola della collaborazione è non darsi fastidio. Poi viene tutto il resto. Siamo tanti e diversi, e se vogliamo condividere un percorso dobbiamo ritagliarci un campo d’azione, con vari punti di intersezione l’un l’altro e su quelli trovare comunione d’intenti. Lo sforzo graduale dovrebbe essere quello di fare una sorta di “raccolta differenziata” tra ciò che è spartibile o cedibile e ciò che dovrebbe restare proprio, privato e indivisibile, fino al perseguimento dell’obiettivo “rifiuti zero”: riuscire cioè a incanalare sia punti comuni che diversità in maniera produttiva e reciprocamente utile. Tuttavia bisogna fare con calma e saper a volte rinunciare a forme di convivenza troppo “forzate”. Sembra talmente elementare e di buon senso, che non succede quasi mai! Così vale anche per i meriti e le colpe ad esempio. Se deve accadere (caso comune) che si scelga di dividere i meriti tra tutti e viceversa scaricare le colpe su uno solo, allora è meglio tenersi ognuno per sé meriti e colpe, nei rispettivi confini. Insomma, credo sia meglio condividere poco, ma rispettarsi, che condividere tutto e prendersi in giro.

        http://www.youtube.com/watch?v=KbMxXf4ms-A&ob=av2n

      3. Occhio ai conti! Il sistema fiscale in materia del terzo settore è di una nebulosità unica. Per questo consiglierei di tenere un’amministrazione il più possibile elementare. Entrate, uscite. Entrate, uscite. Entrate, uscite. Quando non ci sono “pezze d’appoggio”, cioè scontrini o fatture, io nel dubbio sarei sincero e verbalizzerei che dei soldi sono stati spesi per una certa cosa, l’accordo del consiglio a riguardo è unanime, ma non si trovano ricevute fiscali. Così come le entrate, se non sono contributi pubblici, ma donazioni private è utile sempre verbalizzarne la provenienza e puntualizzare l’accordo almeno del consiglio direttivo. La buona fede, l’educazione, l’ordine e soprattutto una destinazione dei beni economici che rispetti le finalità dello statuto, salvano quasi sempre (scusate il francesismo) il culo. Al contrario i “giochetti” e le macchinazioni poco trasparenti causano e alimentano sempre sospetti, in un campo dove da lunga data (e anche oggi) si continuano a occultare fondi semplicemente per sottrarli al fisco. Ma non è il nostro caso vero? Ricordarsi che noi vogliamo migliorare la società, non prosperare in questo sfacelo! E soprattutto, spetta ai soci, tenere alla trasparenza e alla correttezza. In questo caso la prudenza, più che la fiducia, non è mai troppa. Trascurare gli aspetti più “veniali”, anche se si trattano spesso di questioni noiose, porta numerose volte al delegare troppo ai tesorieri di turno (e stiamo vedendo tutti quel che è accaduto con i partiti, che sono anch’essi associazioni) oppure a generare confusione o incurie che indeboliscono quasi sempre tutta la struttura associativa (oppure danno adito a pettegolezzi o peggio, soffiate), anche quando il volume economico da gestire è ridotto. Se la cosa mette panico, va bene anche una consulenza commerciale, ma si ricordi che non tutti i commercialisti (anzi pochissimi) sono ferrati in questa materia, vige molto il libero arbitrio e come tutti sanno, i suddetti non rispettano nelle loro parcelle il nostro caro concetto di gratuità. Al contrario, per esperienza, sottolineerei l’importanza di essere didascalici e precisi nei movimenti economici, e accompagnare decisioni e impegni di spesa con verbali approvati dai consigli, che sono, a validità di legge, lo strumento più importante. Capita di scordarsi qualche annotazione. Per l’amor di Dio, dato che per lo più si parla di pochi spiccioli, scrivere un verbale “di recupero” in cui spiegare l’accaduto, non è nulla di male. Purché sia vero appunto.

        http://www.youtube.com/watch?v=0F9S-6NBIN4

      4. No all’ansia! Avere a che fare con un’associazione o un insieme di associazioni porta con sé una grande quantità di fattori ansiogeni. E’ innegabile: soci non attivi, politici che non capiscono o che fanno pressione, soldi che non ci sono, troppe cose da fare in carico ad uno solo, tempo sottratto ad un lavoro il cui datore si lamenta per le tue distrazioni, pubblico che non c’è agli eventi, vita personale che si mischia a quella pubblica e via dicendo… Ecco, è importante mantenere anche se è difficile calma e pazienza, ricordandosi il più possibile che non siamo al pronto soccorso e la vita, per fortuna, non la rischia nessuno. Anzi, conta più una cosa fatta con calma, che dieci fatte in furia. Ma, veramente importante, io cerco sempre di farmi condizionare dagli altri il meno possibile. Senza necessariamente minacciare di mollare tutto e auto-infliggersi punizioni che nessuno si merita. Ecco, qualche bello sfogo, qualche “incazzatura” con qualcuno, che porti a quei bei momenti di mutismo, per poi ritrovarsi più amici di prima, senza ricordarsi nemmeno il perché si era litigato, non è nulla. Ma per prendere la cosa sul serio, mi verrebbe da dire, bisogna saperci ridere su. Bella banalità ma, davvero, mi sembra la cosa più giusta da dire.

        http://www.youtube.com/watch?v=7RX_mU36qqw

      5. Studio. Esperienza. Ascolto. In dieci anni in questo mondo, credo di avere imparato così tante cose da poter tranquillamente sostenere che nessuna scuola me le avrebbe insegnate. Ed è bellissimo. Il numero di input e di stimoli, se uno è bravo ad osservare e a recepire, è strabiliante. In ambienti come questo passa davanti il meglio e il peggio dell’umanità: cultura, arte, integrazione, casi umani, malattie sociali e reali, matrimoni e divorzi, creatività e ignoranza, politica, sesso, educazione, giovani, bambini, anziani, uomini, donne, insomma di tutto. Ascoltare e guardare, analizzare supportati dallo studio, su internet e sui libri, confrontarsi con chi ha fatto le stesse scelte e le stesse esperienze, sono per me, quanto di più vicino si possa definire realizzarsi e conoscersi. Ti porta a riformulare periodo per periodo quello che pensi sul mondo e sugli altri, senza tabù, senza pregiudizi, semplicemente vivendo. E il bello è che mi sento ancora all’inizio! Penso poi che con un po’ di attenzione a quello che c’è intorno e alla persone e alla realtà con cui si sceglie di collaborare, si capisca meglio quali siano i punti di convergenza su cui spingere, quelli da avvicinare, quelli da lasciar perdere, per fare finalmente rete. Io sinceramente, penso infine che il primo vero strumento di sopravvivenza alla crisi, il primo elementare modello di ammortizzazione sociale siano le associazioni di volontariato, cioè il misterioso e fantastico mondo del no-profit che, a tutti gli effetti, è un servizio.

        http://www.youtube.com/watch?v=0h0Q_AKbg4I

Lo sapevo, come al solito ho traboccato, terminerò la riflessione lunedì prossimo! Non  prima però di una novità. Siccome non mi è bastato stancare chi legge con questo tedioso enunciato, ho pensato bene di raccogliere il mio precedente saggio Chiedetevi chi siete e si aprirà un mondo in un unico volume, che è gratuitamente scaricabile per i pochi, pochissimi interessati, direttamente dall’immagine qui sotto!

Chi è Michele Baldini

Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.

3 Responses

  1. Sara Chen scrive:

    Per fortuna ci sono dei Professionisti validi che assistono quotidianamente le Associazioni sia per la parte amministrativa che in quella fiscale! In particolare io sono Formatori del CONI ed il nostro Studio assiste gli Enti no profit sia nella redazione dello Statuto, che non è un “copia e incolla” sia nella gestione fiscale ordinaria, oltrechè nella difesa davanti alle Commissioni Tributarie, quando occorre! Quindi, chi avesse bisogno di aiuto, ci contatti direttamente dal Sito o dalla nostra e-mail.

  2. Michele Baldini scrive:

    Certo Sara, sicuramente il tuo studio è serio. Però certo saprai anche quanti sbagli fanno altri studi commerciali in materia (e a parcelle salatissime) e quando siano spesso disordinati i conti, anche semplici da gestire, di tante associazioni. Il mio consiglio è proprio quello di affidarsi a professionisti specializzati come te, siamo d’accordo!

    Anche se non lo conosco :)

  3. Gianmarco Lotti scrive:

    Il pressapochismo è la rovina del terzo settore, che si trova sempre più a improvvisare senza avere una linea ben definita. Secondo me se i tuoi consigli fossero messi in pratica, allora la situazione sarebbe ben più “vivibile”, ma qui chiudo prima di scadere in una sfilza di luoghi comuni.

    (come già sai, l’ebook è una trovata pazzesca)

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