Uno dei più grandi problemi che l’uomo incontra fin dalla nascita è la scuola dell’obbligo. Già il solo entrare a far parte di una società che non prevede la presenza della Mamma destabilizza i più, facendoli crollare in valli di lacrime implorando ben più di una rassicurazione. L’esordio nella società fatta di altri tipi come te, maschi e femmine, che non sanno assolutamente come comportarsi fuori da casa, può essere vissuta come una sfida. Non credo ci siano stati pezzi recitati da comici su questa prima parte della vita dell’uomo, ma sarebbe interessante sviluppare il tema
Non solo perchè si ipotizzano soprusi, scherzi beffardi e pianti travolgenti, ma anche perchè s’impone un’Autorità che con metodi più o meno convenzionali, si sostituisce alla compianta (temporaneamente) Mamma. La Maestra prova a tirar fuori il meglio di te tirandoti fuori dalla vasca con le palline colorate per metterti davanti un banco, insegnandoti sia che su quel banco ci dovrai rimanere ancora un bel po’, sia i rudimenti della vita sociale. Dal metodo con cui studente e insegnante affrontano il necessario compito di imparare quelle tre o quattro cose basilari, si svilupperà lo stile di vita del bambino che un giorno sarà adulto. Saper leggere bene, fare di conto velocemente, risolvere brevi problemi di logica. Ma soprattutto saper scrivere, in bella grafia.
Per saper scrivere intendo non la proprietà di immettere su carta un numero spropositato di parole, declinate nei tempi verbali meno in uso, creando climax e ossimori poetici, con il dono della brevitas quando è il caso e della descrizione puntigliosa se necessario. Intendo scrivere, possibilmente in bella grafia, una di quelle proprietà che spesso il senso comune mette in concatenazione logica con il futuro della persona suddetta (scrivi male? Diventerai dottore da grande, anche senza considerare il percorso universitario, i tirocini, la carriera, ecc). Scrivere bene è stato visto nel corso della storia moderna come proprietà essenziale, non certo dono divino, ma sforzo necessario per una vita ordinaria, normale, pulita, proprio come la grafia espressa su carta. L’ingegnere, il notaio, l’avvocato, il professore, ogni approdo sociale e lavorativo di rilievo ha un modo di scrivere diverso, classico per le materie umanistiche e giurisprudenziali, analitico e sintetico per quelle scientifiche. Solo il dottore, come già citato prima, si può permettere il lusso di scrivere arzigogoli, forse perchè già fatica a curare e a salvare vite. Adesso il luogo comune è stato ridotto appunto a mero luogo comune, leggenda che rimanda a un passato troppo remoto.
Un altro luogo comune è la difficoltà per i maschi di avere una bella grafia, ostacolo apparentemente assente per le colleghe dell’altro sesso. Anche qui con il corso degli anni questa immagine è venuta meno, portando alla ribalta donne dalla calligrafia tribale e uomini impiegati a scrivere inviti di nozze.
Mi piacerebbe indagare sull’importanza nell’era di internet della calligrafia. Ora che pure gli appunti universitari, solitamente lunghi papier che ambiscono a riassumere volumi interi, vengono compilati su portatili. Ora che anche l’amministrazione (quella Italiana con molta fatica) sta provando a dettare, con l’Agenda digitale, un percorso tecnologico avanzato che miri a soppiantare vecchi registri sui quali doversi chinare per ore. Ora che sembra quasi inutile saper scrivere bene se dovunque è una macchina a scrivere per noi. Vorrei sapere come vivono le maestre e le insegnanti di oggi il fatto di dover dettare a studenti appunti che verranno presi su carta, quando fuori dalla scuola il quaderno è abbandonato a favore di supporti tecnologici ben più appetibili. L’incapacità di correggere senza sbavare è visto come uno sforzo fuori dal comune (e non c’è bianchetto che tenga), la mancanza di poter trasmettere gratuitamente i contenuti prodotti, di rimaneggiarli e rivederli, fa saltare anche l’argomento (usato a favore dei libri) del piacere della carta al tatto, alla vista e all’olfatto.
Un’altra conseguenza pratica che peggiora le cose: non essere abituati a scrivere a mano con frequenza peggiora la nostra capacità di scrivere, bene, veloci, senza sbavare, senza commettere errori. Se dovessi redigere l’articolo che trovate qui scritto, probabilmente impiegherei il triplo del tempo effettivamente utilizzato. Senza contare il tempo di pensare a come scrivere, la revisione, la seconda scrittura, ecc.
Quindi, via fogli, penne e calamai, che arrivino tastiere e supporti digitali. Ma questi retaggi di un tempo da soppiantare hanno qualche riflesso nella vita del terzo millennio?
(continua la prossima settimana)
Chi è Elia Billero
Studente agli sgoccioli, appassionato di hi-tech, storia, musica e giornalismo, viene da San Miniato. Scrive anche in altri portali: per 5avi.net è Direttore Editoriale e cura la sua rubrica di costume e società Il Caso Volle




A che serve la grafia se si scrive “Redarre” al posto di “Redigere”? Comunque bell’articolo, e te lo dice uno che ha vinto il premio Zampe Di Gallina alle medie.
Articolo come al solito reazionario, che ben compensa il mio eccessivo positivismo meccanicista. Altrettanto al solito puntuale e doveroso l’intervento di Lotti
Chiedo appello al correttore di bozze.
Redarre/redigere è uno di quei dilemmi della lingua italiana che anima i dibattiti fra linguisti.
Citando sia l’Accademia della Crusca (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8730&ctg_id=93 ), che la Treccani (http://www.treccani.it/vocabolario/redarre/) la forma “redarre”, per quanto di largo uso negli ultimi anni, viene citata come erronea e dovuta all’assonanza con altri verbi (corretti) (come ad. es. astratto-astrarre, attratto-attrarre, contratto-contrarre).
Passo quindi alla modifica dell’articolo.
Non solo nella giustizia italiana si può ricorrere in appello!
Viviamo in un’epoca che corre dritta al merito delle cose, sorvolando sul metodo. In tutte le arti, o quasi. L’artigianato, e scriver sì che è forma alta d’artigianato, è destinato a morire, soppiantato da chi le stesse cose le PRODUCE meglio, e risparmia sui costi e sui tempi. Non resta che coltivar nel nostro piccolo, come i nonni che ancora intagliano il legno, la nostra passione per la calligrafia, per le leggere sbavature, e per l’emozione impareggiabile di accartocciare un foglio e far canestro nel cestino della carta (ecologicalycorrect): sicuramente un’altra storia, rispetto a premere il tasto canc!