Segue il precedente: Così lontano, così vicino. La “Rete” come filosofia di vita. Parte Prima – Il No-profit (1/3)
1 – Pensiero, 2 - progetto, 3 – adesione di partners, 4 – azione-disseminazione. Questo è l’iter ormai classico delle associazioni 2.0. Che si scriva una richiesta di finanziamento o che si pianifichi l’attività ordinaria annuale sono questi gli elementi essenziali per la messa in rete di più soggetti. E più che il futuro, è già il presente.
Bisogna però fidarsi, rispettare le altrui competenze (e se non le si hanno svilupparle, con lo studio, l’osservazione e l’impegno – c’è da rimboccarsi le maniche con diversi giri – ) e condividere un progetto preciso (che sia forte e credibile), un percorso da ultimare a lungo termine (con delle finalità altrettanto precise), stabilendo tappe intermedie, con intelligenza e quindi con prudenza e soprattutto con lealtà. Perché pensare di farcela da soli è stupido, prima che impossibile.
Vediamo ora di passare in rassegna quelli che sono per me i 5 principali aspetti positivi del No-Profit 2.0:
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Maggiore forza e peso decisionale verso l’esterno. Più si è più si conta in qualsiasi sede: è la legge dei grandi numeri ed è ineluttabile, soprattutto quanto si partecipa ad un bando di finanziamento. E ciò quindi vale per l’immagine, per la credibilità, per l’appeal verso i giovani, per l’attenzione della politica e del settore produttivo ed economico, per la qualità dei progetti che si intende realizzare, in una parola (che non è necessariamente qualcosa di odioso) si diventa una lobby. La concorrenza, più che inutile, mi sembra reciprocamente dannosa.
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Complementarità. Ognuno ha il suo ruolo, concettuale, esecutivo, operativo, documentale, logistico. Ci sono possibilità di svilupparli ognuno al meglio, senza carichi eccessivi su una sola persona con conseguente rischio di tralasciare altri aspetti. Sfruttiamole. E non veniamo fuori sempre con discorsi tipo: “lui però non ha fatto un cazzo e becca gli stessi soldi che becco io”, ecc. (tanto alla fine quasi sempre sui soldi si va a cascare, più per abitudine che per per convincimento). Non è la scuola dell’obbligo. Chi si sente tradito, sfruttato, bistrattato è libero di andare per la sua strada altrove (cercherò di approfondire più avanti).
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Progettualità. Maggiore capacità di elaborare visioni sociali di insieme. Disponendo di un quadro più completo delle dimensioni della società date le diverse realtà con cui si collabora.
httpv://www.youtube.com/watch?v=ErDr_vJg9Xw&feature=fvsr
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Capacità di Istituzionalizzazione. Creare metodi di lavoro, regolamenti precisi e ruoli indipendenti da chi li svolge e quindi maggiore possibilità di ricambio generazionale. Preoccupiamoci di mettere ordine e cominciamo a pensare che ciò che inventiamo di buono è sempre per chi viene dopo. L’avvio di un nuovo servizio che funziona, con nuovi compiti da assegnare e mansioni da svolgere, che rivesta una qualsiasi utilità, può dare enormi soddisfazioni al creatore, ma ne darà infinitamente di più se poi saranno altri a portarlo avanti, implementandolo con nuovi e appassionati contributi (che lo attualizzino, lo modifichino, lo migliorino). Viceversa, laddove il servizio nasce e muore con chi lo crea, è quasi sempre destinato all’oblio.
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Il più importante: Dare maggior valore al Tempo e alle Persone e minore al Denaro. Gli interessi e le passioni possono essere sapientemente intersecati tra loro in modo da superare il concetto di prestazione e passare a quello di utilità sociale. Io cedo parte del mio tempo a qualcuno, svolgendo un’attività che mi piace fare e dalla quale già ricevo la mia parte di benessere, in quanto realizzo una passione e mi sento utile. Chi reca beneficio dal mio intervento sarà il primo a voler ricambiare, proprio per ricevere allo stesso modo beneficio. Quindi si badi, l’ottica è prettamente egoistica! Semmai è utopica ma, come ho precisato, si deve poter pensare in grande per potersi porre piccoli obiettivi intermedi ed il primo è appunto cominciare a fidarsi. Poi un appunto: parafrasando Gesù Cristo non si potrebbe forse affermare che egli stesso sosteneva che i più sommi sacrifici in Terra saranno ripagati con il sommo beneficio nei cieli? Quindi se è così, fare del bene gratuitamente, che si sia laici o cristiani, è alla fine sempre per il proprio tornaconto e soprattutto è contagioso. E poi i soldi, è vero servono, però vuoi mettere lo stress? Cerchiamo di lasciare l’ansia e la pressione o a casa o a chi ce le vuole appioppare. Per questo tipo di incarichi non ce n’è assolutamente bisogno, anzi!
Adesso le criticità, che sono più che altro rischi:
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Gestione = Assegnazione di Ruoli = Insubordinazione o Inadempienza. I ruoli seppur decisi e assegnati collegialmente, come buona prassi democratica ci insegna, sono svolti da persone e le persone, come ben sappiamo (aggiungerei per fortuna), non sono perfette. Il presidente di un gruppo di persone è colui che non solo prende le decisioni, ma che soprattutto si assume maggiori responsabilità. Il resto dei soci dovrebbe da una parte ostacolare e prevenire gli autoritarismi e dall’altra supportarne le scelte. Non sempre è quel che accade, purtroppo. Generando “padri-padroni” nel primo caso (e quindi associazioni costruite sull’immagine esclusiva del capo) e caos nel secondo (anche l’anarchia necessita comunque di lavoro comune e putacaso coordinamento).
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Conseguente al punto sopra elencato vi è il rischio del Divide et Impera. Ho citato Machiavelli, ma la realpolitik non può trovare spazio nel terzo settore. Non si può cioè pensare che il capo o il consiglio direttivo, pur di mantenere il controllo del sistema e raggiungere gli obiettivi preposti, possano trovare escamotage che portino gli altri soci gli uni contro gli altri, alimentando delazioni, dissidi, gelosie, pressioni e ricatti (cose che abitualmente avvengono negli ambienti lavorativi classici). Chi vive le associazioni sa quanto sia comune questo fenomeno e quanto porti la maggioranza delle volte al declino. L’ambiente, che non è in questo caso di lavoro, ma di vita, cioè di condivisione spesso totale di un percorso e di un tempo, dev’essere sereno e le cose (lo so, rischio di sembrare un personaggio di Uomini e Donne) si dovrebbero dire sempre tutte (anche quelle brutte o spiacevoli o sconvenienti) e tutte in faccia. Qualora uno o più soci non fossero più d’accordo con le finalità, possono e devono poter scegliere tra l’abbandono o la ridiscussione dei termini e/o dei tempi di realizzazione.
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Ancora conseguente a quanto sopra scritto: la frustrazione. Quando impegniamo tutti noi stessi in qualcosa che ci riguarda da vicino e ci tocca nel profondo, c’è sempre il rischio che il sogno in cui crediamo e che ci pare realizzare venga all’improvviso disilluso. Succede sempre nella vita e succede con più vigore quando non facciamo una cosa strettamente per sopravvivere (e quindi per soldi), ma per puro sentimento. Come per le delusioni d’amore. E allora è anche giusto dare le colpe ad altri (allo stato, come al comune, agli altri soci, al contesto) così uno si sfoga, ma come sempre chi la dura la vince. Oppure si molla, si vede non ci si credeva poi così tanto. Però per portare in fondo le cose (specie quando sono nuove e se si vogliono far bene), io cercherei di ricordarmi sempre un punto essenziale: ci vuole una pazienza biblica.
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Feedback negativi o scarso riconoscimento esterno. La stessa frustrazione che si può ricevere “dall’interno” si può ricevere anche più spesso “dall’esterno”. La proposta che cerchiamo con forza di sdoganare, di pubblicizzare il più possibile, perché ci crediamo, perché secondo noi è giusta e legittima, corre sempre il rischio di diventare o di essere intesa come una semplice rottura di scatole. Chi non conosce l’ambiente associativo (per fortuna sempre meno persone) tenderà sempre erroneamente a considerarlo alla stregua di un passatempo o al più come un diversivo lavorativo, se non per vagabondi, per chi ha a disposizione diverso tempo libero. In casi limite, anche come una forma giuridica furba ed illegittima per fare concorrenza sleale alle imprese. Come sappiamo non è così (e guai se lo fosse), ma alla lunga può diventare una barriera insormontabile e mettere in crisi volontà e determinazione. Anche qui, non ci carichiamo inutilmente d’ansia, non c’andiamo in depressione (so per esperienza che è successo), semmai armiamoci (non lo finirò mai di dire) di pazienza. Se una cosa funziona, sento il dovere di sostenerlo, prima o poi viene percepita come positiva e quindi la considerazione arriva, anche troppa in certi casi.
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Sindrome da “Sagra del Baccello” o da “Ce lo, ce lo, mi manca”. Ho scelto questi termini perché li ritengo molto esemplificativi del provincialismo e del bigottismo che voglio rappresentare. Nel primo caso inserirei tutti quei fenomeni di ibridazione tra commerciale e volontariato che spesso troviamo a qualsiasi festa o sagra di paese (da qui il nome). Ad esempio (ogni riferimento è puramente casuale) quando una Pubblica Assistenza (che dovrebbe appunto occuparsi di prevenzione e assistenza sanitaria) di una frazione di pochi abitanti sceglie di organizzare la Sagra del Carciofo Fritto per auto-finanziarsi. Che è grottesco se poi andiamo il più delle volte a controllare quanti parametri sanitari vengono rispettati nelle cucine o quanto sia salutare l’olio in cui viene fritto per 1.000 coperti il suddetto carciofo. A questo si accompagna ancora più infantilmente la concorrenza, magari di AVIS (donatori di sangue) con la sede nella frazione o nel quartiere confinante, che per ripicca organizza la Sagra della Bistecca di Maiale (che come è noto non è un toccasana per il cuore). Insomma, non mi meraviglierei di trovarmi la L.I.P.U. che organizza la Sagra del Cacciatore. Ecco: come e dove scaturisce un ragionamento come questo? Cosa ti fa pensare: “ci mancano i soldi per svolgere le nostre attività ordinarie, quindi improvvisiamoci cuochi, vediamo di fare un po’ di cassa”. So che può sembrare normale, se il fine giustifica i mezzi, ma per paradosso, una pizzeria che va male allora (magari perché ha più spese e più tasse da pagare di una sagra), potrebbe dire: “visto che gli affari non vanno, voglio improvvisarmi donatore del sangue dall’oggi al domani e metto un ambulatorio accanto al forno, così almeno faccio del bene”.
http://www.youtube.com/watch?v=RvUaEi91j1Q&feature=fvst
Daremmo credibilità a un’azione simile forse? (Oddio ora che l’ho detto è possibile che qualcuno lo faccia davvero…) Il fatto è che tutti noi abbiamo la fortuna di avere le nostre nonne o mamme che sono brave massaie, ma se invece (povere donne) di rimetterle ai fornelli per battaglioni di “affamati” o “turisti in cerca del tipico” cercassimo un modo più serio e maturo di fare raccolta fondi? Il lavoro non pagato ha un nome preciso, e si chiama sfruttamento. Ricordiamocelo. L’ho scritto prima, non andrebbero mai alimentate voci che riguardino possibile concorrenza sleale alle imprese. Esiste uno strumento giuridico apposito per le strutture sociali che vogliono fare commerciale ed è la cooperativa: non invadiamo i campi. Laddove un’associazione che fa promozione culturale o sociale incontra il bisogno di fondi (praticamente ogni giorno) potrebbe secondo il mio ragionamento mettersi insieme ad un’altra o più e insieme costituire appunto una cooperativa o un comitato, per organizzare insieme lo stesso una sagra, ma che potrebbe ad esempio anteporre al risparmio e all’incasso, la qualità e l’etica. Fare più bella figura, funzionare meglio (perché unendo le forze si migliora) e quindi avere più incasso. Però è qui che sorge il secondo problema: il “Ce lo, ce lo, mi manca”, che si può riassumere così: “se lo fanno loro, perché non dovremmo farlo anche noi?” A questa domanda ne mancano però altre due: “farlo per cosa? E per chi?”. E la risposta sarebbe quasi sempre: “per dividersi pochi soci e pochi spiccioli”. Sbattimenti inutili: i doppioni nello stesso album di figurine a cosa servono? Sembra la gara a chi è più bravo e invece è solo la gara a chi è più stupido.
A lunedì prossimo con la terza parte!
Chi è Michele Baldini
Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.




non sono d’accordo,… DI PIù
E COMMENTEREI NELLO STILE DELL’ACUTO E INTELLIGENTE AUTORE
http://youtu.be/gpTucUdRnTc
Spero vi giunga il link, altrimenti copiaeincolla sul canale you tube.
cavoli grazie Maria Elisabetta! Ci voleva proprio il Fogli!