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I Dolori del Giovane Vegetariano (parte II)

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I precetti del vegetariano sono semplici eppure molto difficili. Non è per la reperibilità di alimenti non animali. Numerosi studi, tabelle caloriche e dottori dietologi saprebbero strutturare una dieta che fa eccezione degli animali, rintracciabile anche al negozio sotto casa, ma pure al McDonalds (oddio, anche lì forse no…). Mi azzardo comunque a dire che questo è il momento più difficile per essere vegetariani.

In passato, quando ancora i titoli nobiliari avevano un alto valore e la borghesia era ancora una classe che doveva rivoluzionare la società umana, la carne aveva un alto valore. Uno dei segnali per dimostrare la propria ricchezza era appunto mangiare la carne. La gotta, malattia di chi eccede nel consumo della carne e non considera i vegetali, era simbolo di nobiltà, per esempio. D’altronde, le verdure, i legumi, i tuberi e le radici erano considerati alimenti di basso valore, per persone di basso valore. Il famoso detto riguardo ai fagioli come bistecca dei poveri ha un suo perchè.

Quando l’industria e i progressi tecnologici hanno favorito la conservazione delle carni, l’inscatolamento ed il trasporto, la carne è scesa nella classifica degli alimenti nobili per equipararsi ad alimenti meno nobili. Nel secondo dopoguerra il frigorifero era uno dei prodotti più richiesti proprio perchè serviva a conservare cibi deteriorabili che adesso potevano essere acquistati senza appartenere a ceti nobili e senza possedere manieri e poderi.

La carne entra a far parte del menù dell’uomo medio. Nel menù adesso sono compresi anche i vegetali, adatti a fare da contorno per il pasto principale, nutriente e prelibato. Passano gli anni e anche le politiche da supermercato vengono messe in discussione: OGM, mucca pazza, allevamenti che fanno impazzire il pollame diventano i nuovi pericoli alimentari. Si ritorna, paradossalmente, a cercare la frutta di stagione, la verdura dell’orto, il pollame del contadino.

Solo che tutto questo ha un costo. Il lavoro impiegato per seguire il pollo del contadino è di molto maggiore rispetto a quello dell’operaio nell’azienda di macelleria. E questo si ripercuote nel consumatore, che vede aggiungere un valore monetario alla sua salute (o a quello che pensa possa far bene alla sua salute). Costo che per molti non vale la pena sostenere. Tutt’al più aumenterà il colesterolo in vecchiaia, sono soliti dire, ma finchè lo posso fare lo faccio.

Tutti questi passaggi che vi ho raccontato hanno un background culturale notevole, che forse sono il costo più alto da pagare. Se i vostri nonni adesso ci danno sotto con arrosti, spiedini, bolliti e quant’altro è perchè non vogliono che il passato si ripresenti, che la miseria ritorni e che si debba mangiare pane di frumento e polenta tutti i giorni. Dall’altra parte i loro figli sono stati educati in questo ambiente e mal tollererebbero una diminuzione di qualità nel loro fabbisogno giornaliero. La carne è alla portata di ogni famiglia, riempie lo stomaco con un costo relativamente basso. Il portafoglio rimane quello che è e ci sono altre spese diverse da affrontare, piuttosto che in ortaggi biologici.

Per più di due generazioni mangiare animali non è stato visto come un peccato, ma anzi, è stato identificato come un segno di benessere, portatore di buona salute. E adesso, voi, aspiranti vegetariani, state cercando di convincerli che non è così, che una dieta a base di quello che è sempre stato disponibile (ma per loro è da tralasciare) fa bene. È più salutare della bistecca alla domenica. Se per loro non siete alieni poco ci manca.

La preghiera del vegetariano non si ripercuote sull’anima, ma sullo stomaco. E’ un invito a continuare su questa strada, a non cedere ai peccati della carne, non la propria ma quella di altri animali. Fa perno sulla gola, uno dei simboli dei peccati capitali. Gesù dava l’altra guancia, ma mangiava pesce e li moltiplicava pure per fornirne anche ad altri commensali. Voi invece dovete sopportare di vivere in una società onnivora, dove è visto come un valore porgere l’altra guancia e non salvare un agnello a Pasqua. Vivere una cultura immersi in una società che ne professa un’altra, che non capisce e non vuole nemmeno capire.

La parte più dura da accettare per la società probabilmente è il non vedere vivi gli animali che trovano sulla tavola ogni santo giorno. La vita stessa della bestia potrebbe forse far rinunciare a gran parte del menù, ma se alcuni bambini pensano addirittura che i polli nascano già spiumati, senza testa nè gambe, impacchettati e marchiati Aia, forse si può immaginare che la società di oggi vuole allontanare queste immagini già in tenera età. Per questo sulla bilancia del vegetariano da un piatto sta la salvezza dell’animale vivo, mentre sull’altro sta la bontà dello stesso però morto e cucinato. E quando la fantasia latita verso l’animale vivo e non c’è bisogno di fantasticare per trovare nel frigo una bistecchina di maiale, beh…

Premetto (anzi, post-metto visto che sono alla fine) che io stesso supporto la causa, ma inevitabilmente vedo il vegetarianesimo come una causa persa. Almeno finchè non cambieranno le generazioni. O dovremo aspettare l’estinzione di bovini, ovini e suini? Veggies, you’re gonna carry that weight, come direbbe Paul McCartney, vegetariano d’eccezione.

Chi è Elia Billero

Studente agli sgoccioli, appassionato di hi-tech, storia, musica e giornalismo, viene da San Miniato. Scrive anche in altri portali: per 5avi.net è Direttore Editoriale e cura la sua rubrica di costume e società Il Caso Volle

6 Responses

  1. elena scrive:

    faccio davvero fatica a capire il parallelo tra scelte etiche e riti, rituali o mantra. non c’è alcuna abnegazione nelle mie scelte: semplicemente non potrei comportarmi in modo diverso e questo non riguarda solo quello che mangio, ma anche tutto quello che faccio. vivere in una società in cui non ci si identifica non è certo prerogativa dei vegetariani, anzi: ti sfido a trovare una qualunque persona dotata di un minimo di senso comune che lo faccia.
    poi dipende cosa intendi tu per causa persa: in quanto vegana non mi auspico che il mondo diventi vegano, mi comporto solamente come credo sia più giusto fare. ci riesco alla perfezione quando si tratta di veganesimo, ci riesco meno in altri frangenti.
    il fatto che non abbia nessun tipo di speranza che l’umanità sia in grado di migliorare se stessa non può fare di me una persona diversa, è il consorzio umano in genere ad essere una causa persa e credo che le generazioni future non possano farci nulla.

  2. Marta scrive:

    Vorrei solo aggiungere che l’arista della mensa non la mangerei MAI, non perché son vegetariana, ma nemmeno fossi la peggio carnivora del mondo.

  3. Elia scrive:

    @Elena le scelte etiche si concretizzano nei rituali. Le religioni fanno questo: si rafforza il culto attraverso preghiere, rituali (ripetere con la comunione l’atto dell’ultima cena è uno di questi), ecc. E’ sociologia spicciola questa, non m’invento niente :)
    La preghiera del vegetariano è ripetere al mondo, come un continuo mantra, perchè è giusto essere vegetariani, cosa c’è di sbagliato nei comportamenti della maggioranza dei consumatori, ripetere all’infinito “c’è senza carne/pesce?”. Questa invece è una mia teoria, confutabile certo, ma che ho dovuto scrivere per convalidare la tesi della difficoltà di essere vegetariani al giorno d’oggi.

    Forse il concetto di causa persa è stato scritto male o travisato. Finchè la cultura rimarrà quella attuale (di cui ho scritto ora) sarà molto difficile vivere come vegetariani senza troppi problemi causati dai messaggi diretti o indiretti che la società (carnivora) manda ogni giorno. E’ difficile per tutti appartenere a una minoranza, ma qui appunto si fa perno su una delle cose più comuni dell’uomo: il mangiare.

  4. Elia scrive:

    Ultima parentesi: ho fiducia nel fatto che gradualmente si possa cambiare. Non so quanto tempo ci vorrà, ecco.

  5. elena scrive:

    ma quindi secondo la sociologia spicciola (di cui non so nulla, mea culpa) non esiste alcun approccio a nessun tipo di scelta, che non sia vincolato a un qualche tipo di rito, rituale o preghiera?
    se per rito e rituale ci si riferisce alla ripetizione di un comportamento ci può stare, tuttavia mi sembra che manchi la componente mistica, che è ciò che distingue una religione da un’ideologia. anche se evidentemente, leggendo quanto scrivi, a te la differenza tra queste due cose non deve sembrare particolarmente significativa.

  6. Redazione 5AVI scrive:

    Alla fine per identificare un rito o un rituale non c’è bisogno di scomodare la fede. Hegel diceva “La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale.”, intendendo una preghiera laica. Un’azione che si ripete periodicamente, spesso considerandola un’abitudine, talvolta senza nemmeno accorgersi per quanto sia diventata una parte di noi.
    No, della componente mistica non ne ho parlato perchè viene sorpassata da quella etica e ideologica. Nell’articolo precedente paragonavo il comunismo alla religione cristiana, per esempio.
    Elia

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