Fra musica, attualità e società: l’intervista a Max Zanotti dei Casablanca

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Avete presente il classico stereotipo del musicista affermato pieno di sé, presuntuoso e inarrivabile? Con Max Zanotti, leader della stoner band italiana Casablanca, (Max Zanotti voce e chitarra, Stefano Facchi batteria, Filippo Dallinferno chitarra, Giovanni Pinizzotto basso) potete tranquillamente scordarvi di tutto ciò.

Max Zanotti in concerto (Via Facebook)

La sua band, ha aperto l’ultima giornata del Pistoia Blues 2018, portando sul palco tutta l’energia del suo stoner rock, caratterizzato da un’alternanza di suoni desertici, secchi, lisergici, che ti trasportano nei deserti americani, raccogliendone il calore e i sibili di vento, e di momenti più introspettivi, melodici e riflessivi, in un viaggio alla riscoperta di quanto di meglio hanno da offrire gli Anni Settanta e Novanta dal punto di vista musicale, il tutto reinterpretato alla maniera dei Casablanca.

Prima della loro esibizione, nell’area hospitality dietro l’enorme palco allestito per la manifestazione, troviamo ad attenderci Max, con la sua disponibilità e simpatia si è dimostrato ben disposto a chiacchierare con noi. Ma prima di raccontarvi cosa ci siamo detti, vorrei ringraziare David Bonato, amministratore unico di Davverocomunicazione, nonché organizzatore del Pistoia Blues, per averci concesso la possibilità di realizzare quest’intervista fantastica, e alla mia collega Sara Petrucci, per il suo prezioso contributo fotografico e per avermi supportato in questa lunga giornata.

Intervista a Max Zanotti (Foto di Sara Petrucci)

Max, cos’è che ti ha ispirato nella scelta del nome Casablanca per la band? C’è un riferimento all’omonimo film?

Si, tutti mi dicono che l’ho scelto per le operazioni o per qualcosa di strano, in realtà lo abbiamo scelto per il film, dato che ci piace quel tipo di cinematografia, è un termine breve, caldo, internazionale, e anche italiano, non avendo una traduzione in altre lingue. E avendo noi comunque delle riminiscenze di oltre oceano, anche sonore, è stato subito accettato anche dagli altri ragazzi, dopo una riunione di 5 secondi, anche perché avevamo già pronto il primo disco ma non gli avevamo ancora dato un nome.

Raccontaci brevemente quali sono la vostra storia e le tappe più significative e importanti fino ad oggi del vostro percorso artistico.

I Casablanca nascono da una costola dei Deasonika, dove io e Stefano Facchi (batteria) suonavamo, dopo aver deciso di comune accordo nel 2009 di accantonare il progetto; avevamo sempre avuto l’idea di tornare ad avere una band con determinate caratteristiche. Nel frattempo abbiamo maturato altre esperienze da solisti, abbiamo collaborato insieme al cd di Eva Poles, suonando insieme ma spesso in progetti di altri. Fino a che è arrivato il momento di riunirci di nuovo,salire sul palco insieme a fare rock ‘n roll, e così abbiamo deciso di formare la band con caratteristiche sonore più vicine al rock e allo stoner rispetto ai Deasonika.

    Max Zanotti e Stefano Facci (Via Facebook)
Nel vostro ultimo album “Pace, violenza o costume”, uscito quest’anno e distribuito da Audioglobe, alternate momenti e suoni più duri, acidi, tratti dallo stoner, a fasi più introspettive e melodiche. Quali sensazioni o messaggi avete voluto e cercato di trasmettere attraverso quest’alternanza di sonorità?

È vero che le sonorità ti portano a scrivere testi particolari a seconda di quello che la musica ti ispira, in questo caso siamo partiti a livello concettuale dell’album, dalle varie sfaccettature che le persone possono avere nei vari contesti, infatti nella copertina del disco c’è un toro, perché è un animale pacifico che però per costume diventa violento; se lo metti all’interno di un’arena e lo aizzi diventa violento, quando in realtà è super pacifico. A seconda delle situazioni in cui una persona viene calata vengono alla luce le sue diverse personalità; io sono sempre stato convinto che la vera natura delle persone venga fuori nei momenti di massima pressione, solo in quei momenti emerge la vera indole della persona. Tu oggi magari sei pacifico, domani ci incontriamo e sei un’altra persona, non perché sei diverso, ma semplicemente perché emerge un aspetto differente del tuo animo, quindi non si sa mai chi hai davanti. Se riporti tutto questo all’interno della società, dove tutto viene estremizzato e purtroppo di frequente affiora il lato violento delle persone, ecco che il toro portato nella corrida diventa un killer, cosa che in realtà non è per sua natura. La nostra ricerca prende spunto da questa cosa, e le sonorità del disco aiutano a dipingere l’immagine che ti ho appena descritto.

    Copertina Pace, Violenza o costume (Via Facebook)
Nella presentazione sulla home page del vostro sito internet, c’è una frase che mi ha colpito particolarmente: “viviamo in un paese distorto e musicalmente dopato, ma la musica non inizia né finisce qui”. Tu credi che in Italia viviamo in una condizione di “arretratezza” culturale per quanto riguarda la musica rock, o semplicemente la nostra è una formazione musicale “diversa” e particolare rispetto alle altre nazioni?

Fai conto che il rock n’ roll non è nato in Italia, noi siamo la patria della musica leggera, e si vede con quello che va adesso nelle radio, cioè i Ricchi e poveri degli Anni Ottanta, anche se io li preferivo agli artisti di oggi. Il rock in Italia è sempre stato un po’ bistrattato, se ti paragoni al paese dove tutto è nato, ed è un fenomeno fisiologico. Un po’ di ritardo c’è, che però secondo me è venuto meno negli Anni Novanta dove il rock ha avuto una visibilità nettamente superiore a quella odierna, probabilmente perché il movimento era florido e come eco è arrivato dopo da noi, portandolo fino agli inizi dei 2000; adesso arranca un po’ ma fortunatamente ci sono queste situazioni, cioè i grossi festival. In Italia esistono le grosse realtà rock, ma mancano quelle piccole, e quindi ci tocca venire qua.

Che impatto avete avuto col Pistoia Blues e che effetto vi fa suonare prima di mostri sacri come Billy Gibbons e Mark Lanegan?

È un onore per noi suonare in questi eventi e con artisti di questo calibro e siamo orgogliosi, ciò dimostra che il nostro percorso e le cose che stiamo facendo hanno una validità, altrimenti non suoneresti su questo palco mezz’ora prima di Mark Lanegan. È un attestato di stima nei nostri confronti e per la nostra storia, e per noi è un modo di ringraziare coloro che hanno permesso che tutto ciò accadesse. Rispetto ad altre manifestazioni o eventi è una goccia nel deserto, ma suonare prima di coloro che abbiamo ascoltato per 25 anni è una grossa soddisfazione.

Spulciando sulla vostra pagina Facebook, ho visto il video di una vostra esibizione alla trasmissione di Rai Uno “Unomattina”, e nei commenti in sovraimpressione ho letto, “Il rock su Rai 1 di sabato mattina, qualcosa sta cambiando”, sta cambiando davvero qualcosa secondo te? (Domanda di Sara Petrucci)

Secondo me troppo lentamente, però finché ci sono musicisti che amano ancora la chitarra elettrica e amano suonare allora ci sarà spazio per loro, perché la moda è una cosa talmente brutta che viene cambiata ogni anno, mentre il rock non è mai cambiato, a differenza di molti altri generi che vengono cambiati ogni anno, perché la nostra società impone questa frenesia di cambiamento; come ogni moda è talmente brutta che deve essere cambiata ogni anno, mentre le cose belle rimangono. Certe canzoni possono essere state scritte anche cent’anni fa, ma se sono belle, rimarranno per sempre.

Rispetto al primo album con i Casablanca, sentite di essere cambiati in qualcosa sia dal punto di vista sia musicale sia umano, o pensi che ci siano delle continuità rispetto a quello che siete diventati oggi?

Sicuramente c’è una continuità, una sorta di maturazione sonora, che ci ha portati a tornare indietro rispetto al primo disco; il secondo è più viscerale, un po’ più crudo e più rock rispetto al primo lavoro; non è ne’ un pregio, ne’ un difetto, siamo comunque soddisfatti del risultato.

Con il tuo gruppo precedente, i Deasonika, hai partecipato ad eventi e festival di rilevanza nazionale come Arezzo Wave, Rezophonic e il Festival di San Remo, e hai collaborato con alcuni artisti di fama nazionale e internazionale come Enrico Ruggeri, Jaz Coleman dei Killing Joke e hai aperto il tour italiano dei Placebo. Ci racconteresti qualche aneddoto divertente o ricordo legato a quell’esperienza?

Te ne racconto uno legato alla collaborazione con Jaz Coleman. In quei giorni eravamo a Venezia per mixare il disco con cui saremmo andati a San Remo (senza sapere che ci saremmo andati) e ci chiamò il nostro discografico da Milano dicendo di avere in studio Jaz Coleman e che voleva assolutamente fare un pezzo con noi; al che noi abbiamo risposto “Si Max scusa ci sentiamo dopo, dobbiamo lavorare, ciao” e abbiamo riattaccato. Per noi Jaz Coleman rappresenta moltissimo per quello che ha fatto e per quello che sono le nostre radici sonore. Seconda telefonata, “guardate ragazzi che non sto scherzando”, e noi “Si Max dai stiamo lavorando, ciao” e noi ci guardiamo come per dire, “sta cosa è alquanto strana”. Terza telefonata “Ragazzi, ho quà Jaz Coleman che vuol fare un pezzo con voi…”, noi increduli, mentre Jaz si è mise a urlare e a cantare al telefono. Al che noi abbiamo risposto al nostro discografico che avremmo finito di mixare e che ci saremmo precipitati a Milano. Quindi tornammo a Milano alle 10 di sera, con Jaz che si mise a livello della band, volendo sapere vita morte e miracoli, cosa volessimo dire con il disco, ecc. Alle 5 del mattino scelse il pezzo, che noi avevamo nel frattempo già registrato, il fonico disse a Jaz di andare in sala di ripresa per la registrazione, invece lui si mise a cantare in mezzo a noi, urlando come un pazzo, con noi che ci guardavamo sbigottiti e dicendoci “Noi non abbiamo capito un c….!”

Possiamo definirti a tutti gli effetti un “cantautore”, visto che hai scritto brani anche per artisti del calibro di Giusy Ferreri, Nina, Valerio Scanu e Malfunk?

Quelli magari sono stati episodi meno felici, no, in realtà il pezzo per Giusy è stata una bella esperienza e mi è piaciuta, con Valerio non sapevo che avrebbe scelto un brano scritto da me e da un altro autore. Per i Malfunk ho scritto i brani Non ho niente da dire e Perso, inseriti poi nel loro album.

    Intervista a Max Zanotti (Foto di Sara Petrucci)
Con “paese distorto”, ti riferisci alla situazione sociale, culturale e sociale che abbiamo sotto i nostri occhi negli ultimi tempi?

Ma guarda, la musica al livello sociale rispecchia quello che accade nel paese, non è possibile scinderla dal macrocontesto sociale. Quello che si respira al livello artistico, entra a far parte del tessuto sociale; eravamo la patria dell’arte, e c’era un certo tipo di classe dirigente, oggi l’arte è l’ultima cosa a cui la nazione pensa. Infatti l’ultima classe dirigente e non solo, ma anche quelle dei precedenti venti,trent’anni, hanno affossato l’arte e la cultura in questo paese, compresa la musica. Quando vedo certi fenomeni musicali che non sto qua a citare, all’Arena di Verona, vuol dire che non si dà il sufficiente rispetto al luogo, è a questo che mi riferisco quando dico che la musica è dopata, perché molti artisti vengono gonfiati mediaticamente e finiscono con l’esibirsi su palchi importanti e prestigiosi senza meritarselo. Se ripenso al Concertone del Primo maggio mi imbarazzo nel vedere alcune situazioni, pensando che su quel palco anni prima c’erano i Bluevertigo, la PFM, gli Oasis, però durante il giorno ricordo altre cose, e non mi ricordo il pattume che c’è adesso.

Hai dei progetti in cantiere con i Casablanca? E da solista?

Con i Casablanca abbiamo appena fatto uscire il nuovo album e quindi saremo in tour in giro per l’Italia, a dicembre al 99% faremo un vinile, con all’interno un inedito che stiamo già scrivendo, poi penseremo eventualmente al prossimo disco. Per quanto riguarda me sto ancora scrivendo, a breve credo che uscirò con qualcosa di nuovo.

Autore

Nato nel 1991, studente di Giornalismo e cultura editoriale a Parma, appassionato di motori, sport, calcio e musica. Amante della lettura, del caro vecchio Rock n' Roll e super tifoso del Cagliari. Scrivo di musica perché sento di essere in debito verso questa nobile arte che tanto mi ha dato e a cui cerco di restituire qualcosa, sperando di render buon servizio.

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