Bekim Spahija: la vita di un attore fra Albania e Italia

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Era il giorno della prova costume per la Carmen e col senno di poi mi fa sorridere il pensiero che il primo cambio provato è stata una divisa da soldato. Le maniche della giacca erano corte, i pantaloni larghi, rotto in più punti. Sembrava che la guerra gli fosse passata sopra e avesse lasciato i suoi segni indelebili. Come sul’Albania. Terra natale di Bekim Spahija, attore promettente di cinema e teatro che si racconta e ci racconta il suo paese di origine.

Qual è stato il tuo percorso fino ad oggi?

È stato un percorso fatto di moltissimi incontri utili a una costante crescita e presa di coscienza dei miei punti forti e punti deboli da rafforzare. Ho iniziato apprendendo le basi del teatro e frequentando laboratori specifici in giro per l’Italia. Ho fatto molta gavetta e tante esperienze e credo che soprattutto il lavoro sul campo mi sia servito più di tutto. Il bello di questo lavoro è che tutto è mutevole e in continuo movimento, non c’è occasione di dire “è fatta”. Ho iniziato col teatro con l’obiettivo di arrivare al cinema perché più vicino alla mia idea di verità. Guardando indietro ogni esperienza è stata bella a modo suo, dal primo spettacolo “Kaspar il bravo soldato” col maestro e collega Massimo Nicoli all’ultimo cortometraggio “Forse lei” scritto da Alessandra Salvoldi e diretta dal giovane Alessio Osio, regista molto promettente. Non mi ritengo soddisfatto, ma neanche penso di aver perso tempo, solo credo che il meglio debba ancora arrivare, ho molti obiettivi da raggiungere e ho la convinzione di riuscire, quindi il mio percorso è un cantiere in costante costruzione con ai lati alcuni anziani che giudicano i lavori.

“Kaspar il bravo soldato”. Quando ho letto questo titolo mi ha fatto quasi sorridere (amaramente) l’accostamento di un aggettivo positivo a un mestiere che alla fine non lo è propriamente fino in fondo. Raccontaci Kaspar e il suo rapporto con la guerra. Quanto c’è di lui in te e viceversa?

Kaspar è il migliore dei soldati, è il primo della classe, ha delle regole e le rispetta sempre. Una di queste regole è obbedire sempre agli ordini, è un soldatino modello. È l’inizio di un percorso verso la presa di coscienza di sé, in cui le sue regole crollano piano piano, lasciando spazio all’affetto, ai sentimenti, all’irrazionale, alla disobbedienza. Io sono molto affezionato a questo personaggio.
Quando iniziai a lavorarci non ero mai contento del risultato. Lentamente però alcune cose iniziavano a quadrarmi e capivo che l’essenza di Kaspar è semplice, siamo noi che ci portiamo le nostre cieche convinzioni per anni pur sapendole sbagliate o controproducenti. E Kaspar è umano, capisce che la testardaggine non porta a nulla se non alla solitudine e infatti cambia. In questo senso credo assomigli al me stesso di molti anni fa, mi fissavo molto sulle mie idee, ora anche io come Kaspar ho capito che bisogna permettersi di cambiare idea e accettare ciò che viene da fuori

Photo credit Giovanni Cartney durante lo spettacolo “Kaspar il bravo soldato”, regia di Umberto Zanoletti

Hai  sempre voluto fare l’attore? Com’è nata questa passione? Qual è stato il ruolo della tua famiglia in questa scelta e come si rapportano adesso al tuo lavoro?

Devo ammettere che non è stato un percorso lineare, non ho sempre voluto fare l’attore, non era un’idea chiara in testa. Io da piccolo volevo fare lo scienziato, più precisamente Einstein; alla tv avevo capito che gli scienziati la sapevano lunga. Crescendo volevo fare il calciatore, il musicista, il cantante, il pilota, tutto praticamente. Mi incuriosivano e mi incuriosiscono tutti i lavori. Essere attore credo sia nato come un’esigenza, un bisogno di rapportarmi alla vita più facilmente. Fare l’attore è il mio sopravvivere alla morte. Vivo tante vite, mi espongo, gioisco, non mi vergogno, gioco, piango, mi diverto e cambio, muto e nulla è per sempre ed è bellissimo quando nulla è per sempre, perché vuol dire che si può cambiare e i cambiamenti sono quelli che ci tengono svegli in vita. Di questa scelta, la mia famiglia è stata spettatrice, mi hanno visto entrare in questo mondo in punta di piedi, perché era una scelta mia, ma non pensavano volessi rimanerci per molto. Ora lo sanno, e mi sostengono sempre nei vari progetti e ti dirò di più: in quasi tutti i personaggi che ho fatto loro erano presenti, sono la mia principale materia di studio

Nella “Trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski si demistifica il concetto di casa rivelando un luogo misterioso, ambiguo, estraneo, origine di molte delle paure e delle turbe che animano la mente umana. Qual è il tuo concetto di casa e com’è cambiato negli anni anche a causa degli spostamenti che un attore è quasi obbligato a fare?

Ho cominciato a spostarmi quando avevo 7 anni, lasciando l’Albania per venire in Italia. Ho poi cambiato tantissime abitazioni, dal sud al nord Italia. Con il lavoro dell’attore ho continuato la vita nomade, anche se il mio campo base è Bergamo, dove ho la famiglia. Tutti questi spostamenti mi hanno portato a ridefinire il concetto di casa in maniera più astratta. Se dovessi darne una definizione direi che “casa” per me è ciò che per Lucio Dalla era Piazza Grande, cioè un posto dove ritagliarmi del tempo per me, senza giudizi. Mi serve per fare il punto della situazione e per capire in che direzione sto andando. Ogni tanto mi chiedono dove mi senta più a casa (tra Albania e Italia), col tempo ho maturato l’dea che, fondamentalmente, “casa” è dove ci si sente meglio, e non è detto che ci si senta bene in un unico posto.

Dalla ha raccontato introducendo “Henna” in concerto, che la canzone è stata scritta mentre sulla sua barca, in mezzo all’Adriatico, fu svegliato dal boato degli aerei che andavano a bombardare la Jugoslavia. Un brano sincero contro la guerra, un invito a piantarla col sangue e a dedicarsi solo all’amore. Tu hai recitato questo brano con un tono quasi opposto alla melodia della canzone. Come hai costruito questo personaggio e perchè la scelta di questa particolare linea attoriale?

Gli artisti che seguo e a cui mi ispiro hanno solitamente due qualità correlate che mettono nei loro lavori e cioè sensibilità e ironia. Lucio Dalla è uno di questi e Henna (che in albanese tradotto vorrebbe dire “Luna”) è un lavoro di ironia e sensibilità.
Immaginare un soldato che tutto ad un tratto va dal suo comandante a spiegargli, come si fa ad un bambino, che ciò che stan facendo non ha senso fa sorridere, ma fa commuovere scoprire nelle sue parole quanto potremmo farci del bene mettendo l’impegno che mettiamo nella guerra. Decisi di reinterpretare il pezzo dopo gli attentati terroristici del 2015, sentivo di dover dire qualcosa a modo mio in qualche modo; così con Giovanni Cartney, un amico esperto di audio e video, registrammo audio e video e lo pubblicammo. Fu un lavoro semplice perché nato da un’intenzione immediata che avevo quei giorni. E la guerra, a cui fa riferimento il testo, in qualche modo l’ho vissuta anche io, da piccolo. Ricordo che gli aerei della Nato passavano pochi metri sopra le case e ci furono vari periodi in cui ospitammo profughi kosovari, tra i quali ragazzi rimasti orfani.

photo credit Alessandro Villa

Quando a un italiano si nomina l’Albania, la prima cosa che viene in mente è l’emergenza sbarchi degli negli Anni Novanta. Credo e sono sicura che non sia solo questo. Un paese che di certo ha sofferto sotto una dittatura impermeabile alla libertà di espressione. Ma anche la culla di un popolo ricco di tradizioni, di storia, di arte e cultura. Raccontaci l’Albania vista con i tuoi occhi e secondo te cosa dovrebbe essere fatto concretamente sul fronte teatrale oggi?

L’Albania per me è orgoglio e fierezza. Sono due aggettivi che nella cultura albanese tornano. Gli intellettuali albanesi hanno sempre dovuto scrivere con una mano e con l’altra imbracciare un’arma, perché l’Albania è sempre stata desiderio di altri e quindi costretta alla guerra contro i dominatori; il popolo albanese ne ha fatta esperienza ed è per questo che è fiero e orgoglioso: sa che non dovrà più sottomettersi a nessuno se non alla libertà.
L’Albania per me è anche ospitalità e tolleranza. In Albania ci sono tre grosse religioni che convivono pacificamente: Cattolici, ortodossi e mussulmani. Sembra surreale, ma è così. A livello di arte e cultura, Tirana convoglia la maggior parte delle forze, mi infastidisce però pensare che non ci sia una vera e consistente produzione cinematografica interna, o perlomeno è assurdo pensare che durante il comunismo si producessero più film di ora. Non ho ancora avuto la possibilità di lavorare nella mia terra natale, ma so che presto succederà, molti ragazzi tra registi e produttori e altri del settore si stanno muovendo e io voglio esserci

Uno fra i maggiori esponenti della letteratura albanese contemporanea è di sicuro Ismail Kadarè. I suoi libri ruotano attorno alla questione sociale albanese descrivendo spesso didascalicamente le tradizioni e il modo di pensare di un popolo che personalmente conosco poco. Aprile spezzato per esempio si occupa del Kanun e del problema delle faide. Di cosa stiamo parlando? Sono cose relegate in un passato lontano o sono ancora presenti e vivi nella società attuale albanese?

Ismail Kadarè è uno dei principali intellettuali albanesi. Leggere Kadarè significa conoscere l’Albania. La sua scrittura è l’Albania. In “Aprile spezzato” parla della legge non scritta del Kanun e delle faide che quest’ultima provocava. In breve questa legge, instaurata soprattutto nelle zone di montagna del nord Albania, doveva servire a regolare controversie di diverso tipo e permettere alle persone di avere uguali diritti. Una delle regole era che, se uccidi qualcuno, il parente dell’ucciso avrà diritto alla vendetta di sangue. Invece di impaurire le persone a non provare neanche a uccidere, le vendette sono sfociate invece in vere e proprie catene generazionali fino ai nostri giorni. È un argomento che mi tocca da vicino: mio cugino quando aveva 18 anni durante la leva militare, fu ucciso per errore da un suo compagno; fu chiesto a mio zio se volesse vendicare la morte. La sua fu una scelta di uomo di grande intelligenza, andò controcorrente e si rifiutò, portandosi sulle spalle la perdita del primogenito. È una storia che un giorno racconterò o in teatro o per immagini video.

Fotogramma tratto dal cortometraggio “Forse lei” regia di Alessio Osio

Tu sei molto giovane e i libri di Kadarè parlano di una società e una realtà per noi anacronistica. Qual è il tuo rapporto con le tradizioni e come queste si sposano con la tua vita ormai radicata in Italia?

Vivo le tradizioni come una grande ricchezza, come qualcosa che mi valorizza di più. Ho acquisito negli anni la capacità di rapportarmi con intelligenza alla cultura italiana e quella albanese, che, nonostante la vicinanza hanno delle diversità. Quindi rispetto le tradizioni dei due popoli che mi hanno cresciuto. Inevitabilmente crescendo apprezzo delle cose e non ne condivido altre, ma non lo faccio categoricamente. Ogni volta che torno in Albania in realtà scopro sempre delle cose o molto spesso mi trovo a chiedere spiegazioni di alcune usanze che non avevo mai approfondito. Fanno parte dell’Albania i valori della campagna albanese che mi porto, mia madre mi ha insegnato sempre il rispetto e la pietà per gli altri, mi ha insegnato il senso del pudore e di rapportarmi agli altri con gentilezza, ma senza mai permettere di farmi mettere i piedi in testa.

Un progetto ambizioso da realizzare?

Uno è troppo poco, accidenti. Il mio sogno sarebbe quello di fare un lungometraggio ambientato tra Italia e Albania e sul loro incontro, dove potrei attingere dalla mia esperienza diretta. Può sembrare arrogante ed egocentrico, ma credo di avere tante cose da raccontare. Non so se mai si farà, ma sicuramente la sceneggiatura la farei scrivere ad una mia carissima collega attrice e sceneggiatrice, Alessandra Salvoldi, ha una scrittura sensibile incredibile e credo che saprebbe tradurre bene la mia idea.

Che canzone sceglieresti da colonna sonora per accompagnare la lettura di questa intervista e perchè?

Amo la musica, di ogni genere e credo che senza musica alcuni dialoghi cinematografici che amiamo non sarebbero gli stessi, ecco perché se fosse per me per ogni domanda sceglierei una canzone diversa. Mi faccio forza e opto per “Djelem Djelem” la versione di Barcelona Gipsy Klezmer Orchestra. La canzone è contenuta in “Skupljaci perja”, in italiano “Ho incontrato anche zingari felici”, film di Petrovic, con protagonista Bekim Fehmiu, attore albanese da cui mia madre prese ispirazione per il mio nome. Questa canzone è l’inno degli zingari, dei nomadi, i suoni sono tipicamente balcanici, le parole inneggiano alla libertà.

Ciò che non conosciamo ci spaventa. Ci incuriosisce ma ci spaventa. Perché? Perché non conoscendola non sappiamo come gestirla, non ne abbiamo il controllo. Controllo. E poi per controllare cosa?

Non conoscevo Bekim e non sapevo nulla dell’Albania tranne le poche notizie che passano al telegiornale. In due settimane mi si è aperto un mondo, diverso, ricco, su cui non smetterò di documentarmi. Ho avuto l’opportunità di conoscere una persona alla quale brillano gli occhi quando parla delle sue origini, dalla grande cultura e dal grande rispetto per la vita e per i viventi. Non capisco chi si priva di questa bellezza. Del conoscere, dello scoprire, del confronto. Trovo stupido chi costruisce barriere e si sente padrone di un territorio di cui è solo ospite. Il mondo non ha proprietari. Siamo tutti in perenne passaggio nella sala d’aspetto di una stazione.

Io credo che è l’amore, l’amore che ci salverà.

“Henna” di Lucio Dalla

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