Luca Tanganelli :”pillole di vita” di un attore toscano

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Una stretta di mano davanti un palazzo fiorentino, ritrovarsi originari della stessa (bellissima) città, chiacchierare prima di una scena su un paio di occhiali da vista un po’ inusuali. Un primo incontro semplice come Luca.

Ragazzo alto dai folti ricci neri dalla disarmante umiltà e l’educazione d’altri tempi. Una persona che ti ascolta e sa farlo con estrema dolcezza. Lo confesso: la paura di non porgli le domande giuste è stata grande perché è impossibile ridurre l’esistenza di una persona in così poche righe. Più esatto sarebbe definirle pillole. Pillole di vita di Luca Tanganelli, giovane attore italiano di teatro e cinema.

Perchè attore? Che ruolo ha avuto la tua famiglia e le tue origini nella tua crescita personale e attoriale?

In realtà trovare la risposta a questa domanda non è cosa facile, paradossalmente, dato che è una delle domande che più spesso mi sento fare. La risposta però arriva se penso alla giornata di oggi.
Sono in prova per il prossimo spettacolo in cui reciterò,“Il gioco dell’amore e del caso” a Villa Medici a Roma. Proprio oggi ero lì, nei giardini della villa alla luce del tramonto, Roma sotto di noi, valige alla mano in attesa di entrare per la mia scena.  Lì penso stia la motivazione e la mia passione.

Recitare è viaggiare.È un lavoro in cui si è sempre con la valigia in mano, ruote sotto i piedi e si gira il paese (quando ti va bene anche il mondo) e si viaggia per lavorare e immaginare altrettanti viaggi di vite, persone, luoghi alcune volte nemmeno mai visti o esistiti.  Il nostro corpo, la nostra fantasia, la nostra voce diventano ali, ruote, strade per noi e per lo spettatore che scopre questo viaggio, passo passo. Ad oggi questo è un ipotetico “perchè”. Alla mia famiglia devo la fiducia di avermi lasciato seguire una strada che sembrava tutt’altro che immaginabile e la forza di essermi vicini e di crederci sempre, senza mettere in dubbio e senza lasciarmi solo, cosa purtroppo non così scontata.

Photo credit Erica Fava

Come ami passare il tuo tempo libero? Cosa leggi e cosa ascolti?

Amo sentire buona musica ma non sono mai al passo con i tempi. A volte penso di non appartenere a questi anni. Sogno gli Anni Settanta, a volte ancora più indietro e la musica mi guida sempre là.
C’è una canzone in particolare che mi insegue, “Bette Davis eyes” di Kim Carnes. Quando dico che è la mia canzone preferita mi prendono tutti in giro dicendo “però, roba nuova!”, eppure a me quella melodia dice qualcosa che non so e ricorda cose che non voglio scordare. Purtroppo sono un lettore distratto, la mia fantasia galoppa molto velocemente e mi perdo in tempi lunghissimi, ma ho una grande passione per la poesia, Cesare Pavese e Alda Merini su tutti.

In “Cecità” di Josè Saramago una malattia bianca si scaglia in forma epidemica su una città. Chi ne è colpito viene internato in un manicomio e lasciato lì a se stesso. Si parla di cecità come handicap fisico ma anche a livello intellettuale. Qual è secondo te la grande “cecità” della nostra società e quale forse l’antidoto (se cosi si può definire)?

“Cecità” è appunto uno dei rari casi in cui mi sono divorato un libro in tempi record per me.
Non so se ci sia un rimedio alla nostra cecità. Abbiamo davanti a noi una Terra sempre più sofferente popolata di tante tristezze e ingiustizie. Purtroppo poche gocce non possono cambiare il mare ma credo nella gentilezza, quella senza necessari ritorni, gratuita. Una delle esperienze più belle della mia vita è stato un anno di volontariato che ho fatto dopo il liceo, i sorrisi delle persone e la bellezza che ho conosciuto, pur nella difficoltà, li ricordo ancora e mi hanno cambiato radicalmente il punto di vista sulle cose.

Recitare, essere all’interno di un film, di uno spettacolo, rende immortale la figura dell’attore.

Immortali. Sarebbe una minaccia?
Sono i due aspetti che rendono diversi cinema e teatro. Al cinema si lavora sapendo che ciò che farai resterà per sempre lì, su una pellicola, in un cd, sulla rete e che, perché no, potrà fare storia in alcuni casi fortunati. A teatro si recita sapendo che ciò che fai è nuovo ogni sera e ogni sera muore, rimanendo solo negli occhi dello spettatore. Si spera per molto tempo!

Hai lavorato con molti registi. Come è cambiato negli anni il tuo approccio nella costruzione dei personaggi interpretati e quali consigli ti sono serviti per migliorare?

Mi sono diplomato due anni fa all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico a Roma. Questa scuola è stata per me e per la mia classe l’occasione di incontro con tanti maestri così diversi tra loro. Mi sentivo nel paese dei balocchi, potendo fare otto ore al giorno quello che avevo sempre sognato di fare. Quando ho iniziato a lavorare ho incontrato poi molti altri registi ed ognuno nel bene e nel male lascia un segno. Su tutti, Arturo Cirillo, un attore straordinariamente sensibile e Federico Tiezzi, un regista che ha fatto la storia del teatro e che ancora oggi insieme a Sandro Lombardi continua instancabile una sua ricerca artistica.

 photo credit FX Networks tratta da “Trust” di Danny Boyle

Cinema italiano e cinema estero. Cosa cambia a livello lavorativo e cosa l’uno dovrebbe imparare dall’altro?

Non ho avuto ancora grandissime esperienze di cinema. Quello che ho fatto è stato per adesso solo affacciarmi a quel mondo. Il ricordo più vicino nella realtà italiana è quello con i fratelli Taviani con cui sul set si respirava un’aria di artigianalità, di storia e di mestiere. Ho invece avuto la fortuna di lavorare con un maestro del cinema americano, il premio Oscar Danny Boyle, nella sua serie televisiva “Trust” andata in onda in questi mesi su Sky Atlantic. Lì è stato davvero un sogno inaspettatamente divenuto realtà. Sognavo davanti a “Trainspotting” come tutti gli adolescenti di diverse generazioni e trovarmi ad essere diretto da lui al fianco di Hilary Swank, Donald Sutherland e Luca Marinelli è stata un’esperienza preziosa a livello umano e artistico. Spero presto di poterne fare altre per saper rispondere più dettagliatamente alla domanda!

Il sogno nel cassetto che stai aspettando di realizzare?

Forse i sogni si scopre di averli sognati solo una volta realizzati. Quello che desidero è molto semplice in realtà: continuare ad avere il lusso di fare questo mestiere e soprattutto di farlo con passione e gioia. Non do mai per scontato di fare l’attore per tutta la vita così come non avrei mai pensato di fare ciò che ho fatto negli ultimi anni.
La vita è bella percé ti coglie di sorpresa e ti meraviglia. Spero che sappia meravigliarmi e sorprendermi sempre. Se continuerò a fare quello che sto facendo sarà un bel traguardo e ne sarò felice, altrimenti nuove strade sono proprio dietro l’angolo e chissà che non siano altrettanto belle.

Spesso ci sono sogni o progetti che non vengono realizzati per l’incombere di ostacoli o peggio ancora per pura paura. Qualè la tua più grande paura e cos’è per te la paura? Un’emozione limitante o un freno che alle volte serve?

Non so quale possa essere la mia paura più grande. Mi piace circondarmi di persone e quindi non sto bene in solitudine, ma non mi spaventa troppo, anzi trovo che sia utile sperimentarla e in qualche modo starci bene assieme. Nella solitudine si capiscono molte cose di noi stessi. Penso che in linea di massima sia importante cercare di cambiare il punto di vista sulle cose: una grande paura può diventare un grande punto di forza. Una volta mi sono trovato a fare arrampicata su una parete di roccia a picco sul mare e mentre stavo lì aggrappato mi sono reso conto che la curiosità dei miei occhi nel vedere quel panorama mozzafiato era più grande della consapevolezza del vuoto sotto di me.

Tratto da“Notturno di donna con ospiti “photo credit Tommaso Le Pera.

Molti attori che ho conosciuto avevano un portafortuna da un gesto ad un oggetto. e tu? Sei una persona scaramantica?

Credo molto nel destino, nella fatalità delle cose. Quando ho la tentazione di fare riti scaramantici mi impongo sempre di pensare che siano stupidi. Sicuramente sono cose che appartengono molto alla vita teatrale: si dice che Eduardo De Filippo abbia detto “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.
Ho un piccolo mantra che mi regalò una persona speciale e che mi ripeto prima di entrare in scena. Non so se sia scaramanzia, ma mi rafforza.

Progetti futuri: cosa ti aspetta e quale opportunità ti piacerebbe che arrivasse?

Dal 10 al 20 luglio sarò in scena nella bellissima cornice di Villa Medici di Roma con “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux, recitato in francese e italiano per la regia di Muriel Mayette-Holtz. In questo momento siamo in prova ed è un lavoro bellissimo, in libertà, che mi sta dando tanto e in cui tutti crediamo molto. A fine ottobre sarò in scena al Piccolo di Milano con “Notturno di donna con ospiti” con Arturo Cirillo per la regia di Mario Scandale, un giovane regista mio compagno di Accademia con cui stiamo creando una compagnia e molti progetti, alcuni già prossimi alla concretizzazione. Ci sono poi altri progetti tra teatro e TV ma (e a proposito di scaramanzia qui casca l’asino!) finché non sono certi meglio non parlarne.

Bette Davis, angelo ammaliatore che sa come conquistarti, che ti dona grandi emozioni se riesci a rispettare le regole del suo gioco. Come il teatro che carica di significato la vita di chi ci lavora. Come la magia che culla due innamorati. Questa forse è ciò che si avvicina di più alla definizione di passione per qualcosa. Per un mestiere, per un ideale, per la società. Probabilmente se non ci prendessimo cura con amore della nostra vita e delle nostre passioni tutto sarebbe inutile, anche innamorarsi. Un’energia che ho ritrovato in Luca, nell’empatia che sviluppa sul set con il personaggio da interpretare, nella gioia di chi è consapevole e grato di stare dove ha sempre voluto essere. Negli occhi grandi e limpidi di un sognatore che non ferma mai il suo cammino.

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