La #Listona – L’Estate sta arrivando (Forse)

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Zitta zitta è arrivata l’estate. Il sole, il mare, candide coscine che timidamente prendono colore. Bello, no? Come dici? Hai gli esami della sessione estiva? Sì, ok, però non fare così dai, non piangere.
Ascoltami, fatti abbracciare e leggiti la nuova #Listona con qualche titolo per distrarti. Andrà tutto bene.

El Mariachi (Robert Rodriguez – 1991)

Un momento dal set

A soli 23 anni e con un budget ridicolo – pare ottenuto facendo da cavia umana per case farmaceutiche – Robert Rodriguez esordisce al cinema con un film d’azione girato meglio di tante produzioni contemporanee con ben altri soldi (prendete uno dei primi Steven Seagal a caso) e spiazza tutti. La trama include uno scambio di persona, una faida fra criminali ed una storia d’amore, il tutto spolverato di un certo umorismo. Ogni scena d’azione vi farà pensare “Ma come diavolo ha fatto a fare ‘sta roba da solo, con una singola cinepresa e lontano dai set?”. Se lo chiesero anche alla Columbia, al punto che il film da piccolo prodotto pensato per il solo mercato messicano venne distribuito in tutti gli Stati Uniti, aprendo a Rodriguez tutta una carriera.

Rancho Notorious (Fritz Lang – 1952)

Nel realizzare il suo terzo western (dopo Il vendicatore di Jess il bandito e Fred il ribelle) Lang decide di fare di vizio virtù. Non avendo i finanziamenti per girare nelle valli californiane o in qualche location consona, filma tutto in studio ed esagera. Esagera con i fondali di cartone dipinto fieramente posticci, con i colori carichi, con gli attori che recitano in maniera enfatica e sopra le righe. Ogni cosa è eccessiva, al limite del “troppo”. Come in altri suoi film tutta la vicenda ruota attorno ad una vendetta, ma qui l’insistere sul melodrammatico e sulla natura artificiale di qualsiasi elemento componga la pellicola è qualcosa di inedito e, non meno importante, riesce nel suo eccesso a non essere mai davvero respingente.

L’ultima minaccia (Richard Brooks – 1952)

In questo film c’è Humphrey Bogart. E già questo dovrebbe bastare per guardarlo. A chi pensa che non sia un argomento sufficiente (schiappe) diciamo anche che è uno dei migliori film sul giornalismo dell’epoca, ingiustamente dimenticato a causa del coevo L’asso nella manica uscito l’anno prima, decisamente più cinico e nelle corde dello spettatore di oggi. La storia è quella di un giornale che rischia l’acquisizione da parte di una holding capitanata da un boss mafioso, nel tentativo mettere a tacere tutti gli articoli che parlano dei vari illeciti in cui è coinvolto. Lo spunto serve per tutta una serie di riflessioni sulla libertà di stampa e sulla tua stretta dipendenza dalle influenze di Denaro&Potere. E poi ripeto, c’è Humphrey Bogart. Fidatevi, dai.

Chi ha incastrato Roger Rabbit? (Robert Zemeckis – 1988)

Un Hard Boiled con attori dal vero e personaggi animati. Messa così sempre una brutta brutta idea che ci riporta all’indigesto Fuga Dal Mondo dei sogni. A muovere i fili dell’operazione invece Robert Zemeckis che firma forse la punta più alta della sua filmografia, portando sui nostri schermi una storia che ha la freschezza e il divertimento del film per ragazzi, rimandi al genere filmico più bello del mondo e malcelate stoccate all’industria dell’intrattenimento ( i cartoni sono a conti fatti dei paria in una società che li sfrutta come meglio crede). Sul versante tecnico è ancora oggi sorprendete la fusione fra live-action ed animazione, anche pensando che siamo nell’epoca precedente al massiccio uso di CGI e che quindi tutto o quasi è realizzato con tecniche analogiche. Vi metto qui un video per darvi un’idea.

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! (Sydney Pollack – 1972)

Nell’adattare la leggenda di John “Mangiafegato” Johnson la premiata ditta Pollack-Redford, reduce da una riduzione di successo di un testo di Tennessee Williams, realizza un gioiello dell’era di transizione del modo di raccontare il mito del West. Ci sono gli indiani, le bellissime riprese di cavalli e (sicuramente) il puzzo di sterco di cavallo sul set. Ma oltre a questo il film segna la svolta nel come tratteggiare sia i nativi, non nemici o forze della natura indistinte ma comunità organiche che vivono in simbiosi con l’uomo bianco, che i coloni stessi, qui rappresentati non come eroi/antieroi ma come uomini rozzi impegnati nella mera sopravvivenza e alla ricerca di un rapporto più autentico con la natura crudele che li circonda. Oltre a questo è un film bellissimo a vedersi. Che siano gli sguardi silenziosi Redford, i delicati momenti di vita familiare o la descrizione della dura vita di frontiera, ogni immagine ha il suo perché e tutto è dove dovrebbe stare.

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.

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