Può esistere una società senza conflitti?

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La ricerca di una società migliore

L’eliminazione dei conflitti e la ricerca di una società migliore in quanto a benessere sono argomenti che riguardano l’uomo fin dalla nascita della civiltà, e cioè da quando è stato possibile pensare un ordinamento sociale in cui vengono messe in atto regole comunitarie. La stabilità e il progresso entrano a far parte della Storia dell’uomo ancor più con l’Illuminismo e il Positivismo che gettano, di fatto, le basi per una ricerca costante, attraverso la scienza e la fiducia nei mezzi dell’uomo, di un miglioramento sostanziale delle singole discipline volte a far progredire l’umanità verso un futuro radioso. Nonostante ciò, non è stato sempre possibile affidarsi in toto alla tecnica. Il secolo appena trascorso è stato il più sanguinoso che la storia moderna ricordi con un numero mai toccato di morti tra i civili.

Si pensa che il progresso tecnologico risolva tutti i problemi, comprese le guerre. Al contrario, le guerre diventano più dure, non muoiono più soltanto i soldati sui campi di battaglia. Con la fine del secondo conflitto mondiale e la nascita dell’Unione Europea, il nostro continente è entrato in un percorso volto a scongiurare le esperienze novecentesche di guerra totale e attraverso la risoluzione dei conflitti in via pacifica grazie alle organizzazioni predisposte che operano nelle controversie internazionali. Un percorso che inizia ben prima dei nostri tempi, non senza difficoltà.

L’esempio Europeo

L’Europa è un’entità fragile, e non solo perché attraversa una delle più dure crisi economiche della sua storia, lo è soprattutto per la sua gracilità giuridica, riflesso di una costruzione politica ancora incerta, partita da grande premesse ideali ma non ancora approdata a una sovranità piena che significherebbe un diritto unitario forte, ancorato ai diritti e alle libertà individuali. In altre parole, quello jus publicum europaeum, ben descritto da Carl Schmitt nel Nomos della terra, come “diritto interstatale”, che delimita “l’ordinamento spaziale della res-publica cristiana medievale”, non ha avuto quella modernizzazione evolutiva che necessita come base della costruzione europea.

Le prime riflessioni in tal senso prendono consistenza già nel Medioevo e nella sua uscita con Grozio (1588-1645). Ma è il contemporaneo Hobbes (1588-1679) a definire meglio di altri, attraverso il Leviatano, la nascita dello jus publicum, inteso come rinuncia da parte dei singoli di una parte dei diritti che hanno in natura per costruire l’ordine sociale. L’Europa, dal dopoguerra in poi, è riuscita a rimuovere il pericolo di cruente guerre interne ma di fronte alla sfida globale sembra aver arrestato la costruzione di un sistema efficace di regole comuni che poggiano su un diritto unitario. In particolare, sembra aver archiviato l’ideale di un federalismo europeo. Se è innegabile che esista un articolato diritto europeo, che si esplica attraverso le norme dei Trattati e la giurisprudenza della Corte di giustizia, all’interno del quale pure vi sono chiari diritti individuali, va osservato che questo complesso normativo spesso alla prova dei fatti si rivela un freddo corpus burocratico più attento alle forme che alla sostanza. Basti solo pensare che nel passaggio dall’ipotesi di Costituzione europea (sottoscritta a Roma il 24 ottobre 2004 e poi naufragata per i referendum in Francia e Olanda), il primato del diritto comunitario non è più menzionato. I limiti appaiono evidenti soprattutto se ci riferiamo al governo dell’economia, ai rapporti fra la Germania e il resto d’Europa, alla difficoltà a decidere nell’interesse dei cittadini europei.

Cambiano i conflitti

Oggi, nello scenario della complessità e della globalizzazione, la guerra non ha cambiato volto, ma maschere. Maschere che si chiamano: guerra economica, network centric warfare, cyber warfare, guerre asimmetriche come quella del terrorismo globale. Nuove forme di guerre rispetto a quelle tradizionali, in via di esaurimento dalla fine del XX secolo, che, per quanto non impossibili, comunque, almeno nell’area occidentale del mondo, incontrano vincoli difficilmente aggirabili: il non dover innescare escalation nucleari o guerre totali; un’opinione pubblica suscettibile e immediatamente perplessa rispetto all’opzione militare; la difficoltà a trasformare la vittoria militare in vittoria politica per le potenze occidentali, soprattutto in guerre di tipo asimmetrico. Nel celebre articolo uscito nel 1993 su Foreign Affairs, e nel libro di tre anni dopo, Samuel Huntington preconizzava The Clash of Civilizations come corollario inevitabile della fine dell’equilibrio bipolare e della riorganizzazione del mondo secondo grandi “faglie culturali”. Lo “scontro di civiltà”: una locuzione diventata tormentone. Tra le linee di attrito, una in particolare ha drammaticamente prodotto i suoi frutti avvelenati: quella tra Occidente e Islam. Secondo Huntington, in futuro, gli esseri umani si identificheranno principalmente in base alla civiltà di appartenenza e non all’ideologia, come avvenuto per gran parte del ventesimo secolo. Ecco la guerra del terrore di Isis e le nuove tipologie di guerre con cui dovremo confrontarci.

Dunque i conflitti possono cessare di esistere?

La guerra muta, come mutano i tempi. Le “nuove guerre” che ci riguardano assumono nuove forme e sembianze e sta a noi trovare la risoluzione dei conflitti in base agli anticorpi costituzionali a cui siamo approdati lentamente nel corso del secoli. Kant , già nel 1795, intende dimostrare che la pace sia possibile. Innanzitutto, la natura costringe gli uomini alla pace perché la terra è di dimensioni limitate e non consente un’espansione illimitata: per tale ragione, gli uomini sono costretti a trovare un modo per convivere tra loro. In secondo luogo, la pace è vantaggiosa perché consente di sospendere la condizione di lotta permanente col proprio simile. In fine, se la pace perpetua è possibile, allora è nostro dovere perseguirla. Pertanto dobbiamo far quanto è in nostro potere per raggiungere la pace. Questo è l’argomento morale. Allo stesso modo, il processo di integrazione europea ha indebolito i governi nazionali, li ha costretti a cooperare per risolvere insieme i problemi cui essi erano incapaci di fare fronte separatamente, ha creato una società civile europea accanto alle società civili nazionali, ha creato istituzioni europee che rappresentano un meccanismo decisionale che ha svuotato progressivamente le istituzioni nazionali. Tuttavia, per potere parlare con una sola voce, l’Europa deve prima di tutto completare il processo di unificazione federale. Attraverso una difesa comune e una democratizzazione dei processi decisionali e di elezione, che implichi una maggiore vicinanza ai cittadini, l’Unione europea può diventare il paese-guida della democrazia internazionale.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa

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