Nuove frontiere di sperimentazione: “Musica Automata” e l’orchestra di robot di Leonardo Barbadoro

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A poco meno di due anni di distanza, incontriamo nuovamente Leonardo Barbadoro, musicista, compositore e producer fiorentino, conosciuto anche con lo pseudonimo di Koolmorf Widesen. L’ultima volta avevamo parlato del suo ambizioso progetto di realizzare composizioni destinate a un’orchestra costituita esclusivamente da robot. Due anni fa una di queste era già stata scritta. Composta nel 2015, Musica Automata ha fatto il giro di diversi festival internazioniali: New York, Providence, Montreal, Londra, Roma, Firenze, Verona e La Spezia.

Oggi parliamo non solo della composizione ma dell’intero album: Musica Automata.

Nell’ultima intervista Leonardo Barbadoro ci ha spiegato la genesi del progetto e il funzionamento di questa orchestra particolare. Non è in questo articolo, dunque, che troverete tali informazioni (ma in questo qua). Oggi voglio parlare del compositore, della sua carriera e del suo percorso musicale, che lo hanno portato a scegliere venti robot come formazione della sua orchestra non umana. Territorio controverso, che si apre sulla discussione del rapporto fra arte e tecnologia e su più vaste possibilità espressive, fin’ora poco sperimentate. Quali sono le possibilità portate da un’orchestra costituita da robot? Quali limiti possono essere superati? Ecco l’intervista al direttore d’orchestra dei robot.

 

Ciao Leonardo, ci incontriamo di nuovo. Già ce lo avevi accennato nella precedente intervista che stavi lavorando a un album completamente eseguito da un’orchestra di robot, e finalmente è uscita la raccolta fondi per realizzarlo. Quindi l’opera c’è ed è terminata; com’è stato lavorare a questo progetto?
Ciao Viola, in verità l’opera non è terminata. Il crowdfunding su Kickstarter servirà proprio a finire questo album: completare la scrittura dei pezzi in Belgio, registrarli e stamparli su CD, vinile e realizzare anche un intero concerto con questi robot. 
Avresti potuto realizzare un progetto elettroacustico con degli esseri umani, e anzi, se non sbaglio lo avevi cominciato. Perché alla fine hai scelto un’orchestra di robot?
Non escludo nessun tipo di strumentazione: acustica, elettronica, elettroacustica o meccanica. Tra il 2012 e il 2015 ho scritto e registrato moltissima musica per archi, fiati, piano,… suonata da musicisti classici e jazz spesso unita alla musica elettronica. Ho fatto anche alcune performance con un piccolo ensemble di archi, clarinetto ed elettronica, ma sono ancora tutti brani rimasti inediti. Ho in programma l’uscita di un disco con alcuni di questi brani a inizio anno prossimo, ma ancora non ho una data precisa.
Nel frattempo, dal 2014, ho iniziato a lavorare al progetto Musica Automata, che ha preso un po’ il sopravvento per diversi motivi. Sono stato subito affascinato dall’unione del controllo digitale con il suono degli strumenti acustici. Penso che questo binomio sia estremamente affascinante: l’esecuzione strumentale di un automa, grazie alla sua estrema precisione, può superare su molti fronti quella di un musicista tradizionale, e dunque introdurre nuove possibilità espressive mai sperimentate fino ad ora. Accanto all’accurato controllo digitale, però, convivono la reale performance e il suono acustico autentico degli strumenti che suonano in uno spazio reale.
Il fascino del tuo lavoro è innegabile, mi chiedo cosa ti abbia portato fin qua: ti va di parlarmi della tua carriera e del tuo percorso musicale? So che hai cominciato a suonare a quindici anni, in diverse formazioni  noise e post-rock. Quando è nato l’interesse e la passione per la musica elettronica?
Già da bambino, a sei, sette anni smanettavo con tastiere, effetti a pedale (presi in prestito da mio fratello maggiore), microfoni e registratori a cassette. Poco più tardi iniziai a suonare la chitarra, verso gli otto anni credo. A quattordici anni suonavo la chitarra in alcuni gruppi a scuola e un amico (grazie Matteo!) mi passò un CD con alcuni software per fare musica: Cubase SX, Reason 2, Vegas e vari plugin. Ero estremamente affascinato dall’idea di poter realizzare musica in una stanza qualsiasi e non dover andare in uno studio o in una sala prove con altre persone. Non avevo la minima nozione di come funzionasse un sintetizzatore o un campionatore. Inoltre, l’unica musica elettronica che conoscevo al tempo erano solo dei mixtape di musica rave francese che mi aveva passato un amico su cassetta, quindi non avevo la più pallida idea di quello che stavo facendo e il tutto suonava come uno strano mix un po’ naif tra noise, rave music e sonorità ambient. Non c’erano tutorial su internet o cose simili al tempo, ma mi divertivo un sacco e scrivevo pezzi ogni giorno, che masterizzavo poi su CD ogni 3-4 mesi e regalavo ai miei amici. Un giorno uno di loro, Andrea, mi disse che gli ricordava alcuni produttori di musica elettronica come Mouse on Mars, Aphex Twin, Fennesz,… Da lì iniziai a comprare e scaricare un sacco di musica elettronica di ogni tipo.
Note, rumori e silenzi. Come diceva John Cage: “Tutto ciò che facciamo è musica”. Per Koolmorf Widesen che cos’è musica? Cosa e chi ti ha ispirato e ti ispira?
Sì, John Cage diceva che tutto è musica, è un po’ estremo come concetto, ma se ci pensi esiste una precisa definizione che identifichi cosa  è una melodia e cosa è solo rumore? Una melodia può essere percepita e riconosciuta diversamente dalle persone a seconda delle diverse concezioni che queste hanno. Queste concezioni sono spesso basate sui suoni e la musica che conosciamo e abbiamo ascoltato più o meno approfonditamente nell’arco della nostra vita. A volte puoi riuscire a percepire melodie all’interno di una conversazione o in rumori di varia natura, così come una linea di percussioni, che altre persone definirebbero solo ritmo, può essere melodia.  Penso sia solo questione di abitudine nella percezione uditiva di certi suoni, e alla loro successiva elaborazione ed analisi (che può essere più o meno complessa, a seconda del interesse che abbiamo di approfondirle) da parte del nostro cervello che si basa appunto sull’esperienza. Un interessante esempio di ciò di cui sto parlando è “Different Trains” di Steve Reich dove i rumori dei treni e le voci parlate diventano melodie ben riconoscibili grazie al accompagnamento degli archi.
Ho ascoltato i tuoi brani Leonardo e sembrano abbracciare diversi tipi di realtà, talvolta meta-realtà e dimensioni quasi oniriche. Come avviene il processo creativo? In che modo riesci a sintetizzare ritmi, sonorità e melodie molto diverse fra loro e come cominci a strutturare le tue composizioni?
Non ho regole ben precise e il mio approccio compositivo è cambiato sicuramente moltissimo negli anni. A volte ho già in mente la struttura e le sonorità di un brano nei dettagli prima ancora di mettermi a scrivere. Altre volte inizio semplicemente a sperimentare, a partire da un determinato strumento oppure da nuove tecniche che non ho mai utilizzato, e da lì nascono idee. Ma anche quando ho in mente tutto come nel primo caso, cerco sempre di introdurre almeno un elemento nuovo che non ho utilizzato in precedenza in altri pezzi, che sia un nuovo timbro, un nuovo modo di utilizzare un determinato effetto o un nuovo tipo di scrittura per certi strumenti.

Riguardo alla dimensione onirica… lo prendo come un complimento! Sono sempre stato affascinato dalla musica strumentale, e in particolar modo da quella elettronica, proprio perché più astratta e priva di riferimenti o analogie con altri sensi (ascoltando una voce di un cantante facilmente ci possiamo immaginare il suo volto o la storia che sta raccontando, non si può dire la stessa cosa per una linea di sintetizzatore che lascia spazio alla singola immaginazione). Una narrativa di quel tipo non è più quello che solitamente cerco nella musica e voglio evitare che il mio ascolto possa essere condizionato da qualsiasi altro fattore.
Hai fatto molti live, più all’estero che in Italia; come mai?
Ho suonato un po’ ovunque a Firenze, ma appena ho avuto possibilità di suonare all’estero ho colto l’occasione. In Inghilterra ho trovato subito un pubblico molto interessato a quello che facevo, così come in Belgio e in Olanda. A differenza dell’Italia, esisteva una scena underground di musica elettronica molto viva in ogni piccola cittadina. C’è un forte interesse in questi paesi verso ogni tipo di musica; tantissime persone che non avevo mai visto venivano ai miei live perché avevano sentito la mia musica su Myspace o altri network. In Italia c’è una divisione molto più netta tra i locali adibiti a determinati di musica, così come la maggior parte del pubblico non è spesso molto aperta ad uscire fuori dai suoi ascolti abituali, di qualsiasi genere essi siano. E poi, anche se mi dispiace dirlo, la professionalità di molti organizzatori di eventi in nord Europa non ha niente a che vedere con quella che ho sperimentato qua.
Musica Automata si presenta come una composizione molto diversa dalle precedenti. Sono passati molti anni da “Melodies Fork Now” (2009): ambient, breakcore, sonorità dark velocissime che hanno confermato il tuo talento musicale. Cos’è cambiato e cosa hai maturato in questo lungo periodo?
Tantissime cose. Mi sento davvero un’altra persona, i miei ascolti sono cambiati, così come il mio modo di pensare e scrivere musica. Alcuni di quei brani sono stati scritti quando ero un ragazzino appena uscito da scuola. Penso di essere diventato molto più tecnico e metodico nel mio approccio, ma cerco sempre di bilanciare queste abilità con un lato un po’ più istintivo. Non è sempre semplice però, i tecnicismi possono rallentare un sacco il progetto creativo e sono sempre, come molti musicisti, penso, alla ricerca del perfetto equilibrio tra i due. Quando inizi a lavorare a qualcosa di nuovo hai un sacco di entusiasmo e un flusso di idee che è importante non rallentare subito con aspetti più tecnici. Penso di aver imparato meglio a riconoscere i momenti più adatti per concentrarsi più su uno o l’altro.
In Musica Automata ho utilizzato molti cambi di tempo (accelerando, rallentando,…), cambi di metrica e scale microtonali. Tutte tecniche di scrittura molto rare da trovare nella musica elettronica, e in generale in tutta la musica scritta con un computer in cui si tende ad avere una velocità costante al interno di un pezzo (bpm), un metro fisso (solitamente 4/4) e scale temperate solitamente maggiori e minori. Ci sono un sacco di possibilità per dare più espressività agli strumenti che utilizziamo, ci sono 20.000 frequenze che possiamo udire (non solo 88 come i tasti del pianoforte) e anche all’interno di queste ci sono infinite note (!), perché non utilizzarle? Godfried Willem Raes, fondatore della Logos, mi disse che è colpa del imperialismo occidentale nella musica pop, come dargli torto?
Ultima domanda, questa risposta giocatela bene: perché acquistare ed ascoltare Musica Automata?
Perché grazie ai robot è possibile creare musica che non avete ancora mai avuto occasione di ascoltare. I musicisti sono limitati dai movimenti che possono fare con le proprie braccia, mani, piedi, bocca, limitando così anche la nostra creatività compositiva musicale. Con i robot è possibile oltrepassare tutti questi limiti e sperimentare possibilità che non abbiamo ancora mai avuto occasione di ascoltare fino ad oggi.
Sono ben conscio che questo può essere oggetto di critica da parte di molti musicisti tradizionali, ma personalmente non capisco il risentimento e la resistenza che certe persone provano nei confronti della tecnologia. Specialmente nel campo musicale, penso che questi siano timori totalmente infondati. Mi ricorda un po’ l’avversione di alcuni batteristi verso le drum machine elettroniche; siamo mai arrivati al completo dominio di queste sui musicisti umani? Inoltre, bisogna tenere presente che non stiamo parlando di robot con intelligenza artificiale, ma bensì di semplici esecutori meccanici creati dall’uomo, anzi, non li chiamerei “esecutori” ma bensì semplici estensioni fisiche del compositore, che in questo caso diventa anche esecutore. Questo perché i robot non interpretano lo spartito come farebbe un musicista tradizionale. Loro eseguono nei minimi dettagli tutti gli scritti dello spartito MIDI, quindi non solo note, ma anche dinamica, diteggiature, andamento del suono, … e quindi la riproduzione diventa la più fedele che possa esistere rispetto alla scrittura del compositore.
Quindi se siete anche solo curiosi di sentire quali siano le possibilità fate un’offerta, un acquisto (è possible ordinare l’album in CD, vinile, mp3,…) o semplicemente condividete il progetto sui vostri social network per aiutarmi a spargere la voce. Ricordo anche su Kickstarter vige la regola “all or nothing”:  I finanziamenti verranno erogati al progetto se e solo se questo riesce a raggiungere la cifra stabilita, altrimenti i soldi tornano direttamente ai backers. Quindi se mi volete aiutare in questa impresa, prima lo fate meglio è! (ride, ndr) Se poi il progetto non dovesse andare in porto perché non raggiungerò la cifra stabilita, allora non verrà addebitato niente.

Ringrazio Leonardo Barbadoro per il tempo che ci ha regalato. La raccolta fondi per Musica Automata terminerà il 18 luglio 2018.

Alcuni link utili:

Kickstarter, per acquistare e finanziare il progetto Musica Automata;

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