Dance or die: la danza di Ahmad Joudeh

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È il potere salvifico dell’arte, della danza che diventa una speranza.

Lo scorso 20 giugno il ballerino siriano Ahmad Joudeh ha incantato il pubblico danzando nell’Agora dedicata a Simone Veil, davanti al Parlamento Europeo di Bruxelles. In occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, il gruppo politico dell‘Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici, ha invitato il danzatore di origine siriana per eseguire una performance durante l’iniziativa Insieme in solidarietà, con la quale il gruppo ha chiesto sul tema dei migranti “più cuore e più Europa”.

Ahmad Joudeh performs in front of the European Parliament for the World Refugee day in Brussels, Belgium, 20 June 2018. EPA/STEPHANIE LECOCQ

BIOGRAFIA

La sua storia è molto toccante. Nato nel 1990, da padre palestinese e mamma siriana, cresciuto nel campo profughi palestinese Yarmouk, a Damasco, in Siria, Ahmad sognava, fin da bambino, di diventare un ballerino. Ha frequentato lezioni di danza, in gran segreto, a causa della forte opposizione del padre che lo bastonava alle gambe per non farlo ballare. Inoltre, la società non vedeva di buon occhio che un bambino prendesse lezione di danza, in quanto pratica reputata non idonea per un maschio. Lo scontro tra i genitori è diventato così forte che il padre lo ha ripudiato.

A Damasco Ahmad ha studiato, dal 2006-2015, presso la principale compagnia di danza della Siria, l’Enana Dance Theatre, e presso l’Istituto Superiore per le Arti Drammatiche tra il 2009 e il 2016.

Dai 17 anni, nel suo tempo libero, ha anche insegnato a danzare a orfani e giovani con sindrome di Down nei villaggi intorno a Damasco.

A complicare la sua vita è intervenuta la guerra nel 2011: le bombe hanno distrutto la sua casa, il suo quartiere, e ucciso cinque membri della sua famiglia. Ma Ahmad Joudeh ha continuato a ballare, a studiare danza sul tetto della casa di amici, usando un muro come sbarra, tra pallottole ed esplosioni.

Nel 2014 ha partecipato alla versione araba di So You Think You Can Dance, arrivando in semifinale, ma senza vincere perché palestinese e senza nazionalità. L’apparizione in questo programma lo ha reso celebre sia in Siria che all’estero, procurandosi l’odio dell’Isis.

Per reazione mi sono tatuato la scritta Dance or die sul collo, dietro la nuca, dove i loro boia infilano la lama del coltello per tagliare la testa. Se mi avessero preso, avrebbero saputo anche loro che per me non ci sono altre strade se non la danza. E insegnarla ai bambini orfani che hanno perso i genitori in guerra era un modo per salvarli. Per questo ho anche voluto danzare nel teatro di Palmyra dove l’Isis ha ammazzato centinaia di persone.

LA RINASCITA

Sono stati YouTube e Instagram a salvare Ahmad da morte certa. Il ragazzo, infatti, ha pubblicato per mesi sulle due piattaforme i video delle sue esibizioni per i cieli della Siria in fiamme, filmati che ben presto sono diventati virali. Il primo europeo ad accorgersi del suo potenziale è stato il giornalista olandese, Roozbeh Kaboly, per il programma televisivo olandese Nieuwsuur. Il film documentario Dance or Die è stato trasmesso in Olanda nel luglio 2016 e poi dai media internazionali, tra cui la BBC, Channel 4 News, France 2 e visto da milioni di persone in tutto il mondo.

Il Direttore del Dutch National Ballet, Ted Brandsen, e molti suoi colleghi, hanno fatto sì che Ahmad Joudeh vivesse, studiasse e lavorasse ad Amsterdam.

LA FORZA ESPRESSIVA DELLA DANZA

Così Ahmad Joudeh il 20 giungo scorso, ha portato la sua testimonianza nel cuore dell’Europa, affermando di essere:

emozionato non avevo mai immaginato che sarei stato al Parlamento europeo nella mia vita. Danzare è una cosa che mi sta portando molto più lontano di quanto avrei creduto. E mi rendo conto che la mia responsabilità sta diventando sempre maggiore. Ma penso che stia andando bene, perché sto presentando il lato artistico dei siriani.

Ahmad entra nello spazio scenico vestito solo con un telo bianco stretto in vita, usato come veste, ma che durante la performance assume il simbolo della libertà e le personificazioni del Cristo benedicente e di un bambino in fasce. La condizione di migrante è sempre presente in tutta la performance, con gestualità drammatiche, cariche di paura, speranza, libertà, carità e solidarietà. Il lancio di rose rosse sopra il telo bianco, trascinato da Ahmad nel finale, evocava le vite umane perdute. Una danza leggera, pulita nei movimenti, fluida e aggraziata che contrasta fortemente con le tematiche trattate. Un dolce amaro connubio.

ROBERTO BOLLE E AHMAD JOUDEH

Ahmad è noto in Italia anche per il suo legame con Roberto Bolle, con il quale si esibito su Rai 1 il primo gennaio scorso. Il loro incontro avvenne nel novembre del 2017 tra le sale del Dutch National Ballet. Da quel momento è iniziata una collaborazione con l’etoile italiana, che ha portato Ahmad in prima serata nel programma “Danza con me”, dedicata a Roberto Bolle.

La storia di Ahmad è stata raccontata durante lo spettacolo, prima di duettare insieme a Bolle, coronando finalmente il suo sogno. Una performance coreografata da Massimiliano Volpini, carica di pathos e intensa, accompagnata dalla musica di Sting presente sul palco, che ha intonato la sua Inshallah, brano dedicato a tutti i migranti che lasciano la propria terra per cercare fortuna altrove.

Un omaggio alla danza come linguaggio muto del corpo, ma anche forza, speranza, determinazione, eleganza e vita.

Qui un estratto dello spettacolo “Danza con me” di Roberto Bolle.

Autore

Studentessa in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l'Università di Pisa. All'età di 6 anni ho abbracciato l'affascinante mondo della danza e del teatro, che tutt'ora continua a regalarmi grandi emozioni. "Che cosa è il teatro? Una delle testimonianze più certe del bisogno dell’uomo di provare in una sola volta più emozioni possibili". (Eugène Delacroix)

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