Sull’immigrazione si decide il futuro dell’Europa

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La nave Aquarius su cui a bordo ci sono 629 persone.

In questi giorni ne abbiamo sentite dire tante, troppe. È disgustoso vedere paesi del cosiddetto primo mondo fare braccio di ferro su chi abbia il compito di accogliere 629 persone (tra cui 7 donne incinte e 15 ustionati) in cerca di un approdo, dopo tutte le morti a cui abbiamo assistito nel Mediterraneo in questi anni.

È vergognoso vedere l’Unione Europea, che si erge a difensore dei diritti umani e di sacrosanti principi quali uguaglianza, fratellanza e benevolenza nei confronti del prossimo, restare immobile e in silenzio, senza prendere una decisione, in attesa che i singoli stati se la sbrigassero tra loro.

Trovo vomitevole – per usare le parole del portavoce di Macron – che si accusi l’Italia di “aver fatto la voce grossa”, quando la stessa Francia un anno fa chiudeva la frontiera di Ventimiglia e nel marzo di quest’anno “invadeva” Bardonecchia per evitare che i migranti mettessero piede sul suolo francese. Che fine avevano fatto i diritti umani allora?

Così come trovo vomitevole che venga esaltata senza remore la politica adottata dal ministro Minniti, quando, in seguito agli accordi con Al Sarraj, si bloccarono gli immigrati nei campi di concentramento dell’inferno libico, dove schiavitù, stupri, violenze e torture regnano incontrastati.

Salvini è senz’altro un politico scaltro e molto abile, ma è obiettivamente senza alcun senso logico ribadire di voler far fronte comune contro Bruxelles insieme a paesi come la Polonia e l’Ungheria, che per primi hanno voltato le spalle all’Italia, continuando ad innalzare le barriere del razzismo contro l’altro e del menefreghismo verso la comunità europea. Sempre se di comunità possiamo parlare, soprattutto in materia di immigrazione.

Immigrati respinti alla frontiera franco-italiana di Ventimiglia nel giugno 2017.

Fermo restando che l’arrivo di centinaia di persone in cerca di un futuro migliore non è il principale problema della crisi sistemica in cui verte l’Italia (le motivazioni sono da ricercarsi nell’assenteismo della classe dirigente nostrana in materia di welfare, lavoro e sicurezza):

qual è realmente la situazione in materia immigrazione?

In base agli accordi di Dublino, firmati nel 2003, la richiesta di asilo deve essere gestita dal primo paese dell’Unione in cui il migrante ha messo piede. Si tratta indubbiamente di un meccanismo che svantaggia i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dal momento che il contesto da allora è radicalmente cambiato: dal 2013 al 2015 gli sbarchi sono aumentati di 16 volte, passando da 64 mila a oltre un milione. L’Italia, in particolare, tra il 1° gennaio e il 31 maggio 2018 ha visto sbarcare sulle proprie coste 13.313 persone. Gli arrivi sono in crescita rispetto a inizio anno, ma siamo ben lontani dai numeri del 2017 nello stesso periodo dell’anno (60 mila arrivi), 2016 (47 mila) e 2015 (48 mila), stando ai dati UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). In sostanza, gli stati mediterranei, Italia e Grecia soprattutto, sono alle prese con una prima accoglienza che, a causa della chiusura delle frontiere interne all’Europa e dell’assurdo regolamento di Dublino, diventa un’accoglienza di lungo periodo che genera malumori, disagi e tensioni sociali tra la popolazione ospitante e i migranti, che sono privati di un normale e proficuo processo di integrazione nel tessuto economico, sociale e culturale del paese ospitante.

Nel 2015 il Consiglio Europeo stabilì che circa 100 mila migranti sbarcati in Italia e Grecia avrebbero dovuto essere ricollocati negli altri paesi dell’Unione. Ogni governo negoziò la quota di propria spettanza e le quote risultarono molto diverse da paese a paese. Dopo quasi tre anni, grazie ad una tabellina pubblicata su lavoce.info è possibile vedere se e quanto quegli impegni siano stati mantenuti.

Due paesi, Irlanda e Malta, hanno fatto più del poco che si erano impegnati a fare. L’Irlanda in particolare doveva farsi carico di 600 persone e ne ha accolte 888. A Malta, invece, Grecia e Italia hanno trasferito 168 profughi contro i 131 previsti.
La Germania si era impegnata a ricollocare circa 27.500 richiedenti asilo e ad oggi ne ha accolti 10.300. La Francia ha fatto peggio con 5.000 ricollocamenti a fronte dei 20.000 promessi.
Sono state di parola Svezia e Finlandia che hanno rispettato il loro impegno rispettivamente all’80% e al 95%.
Lo stato degli avanzamenti è quasi del 52% in Portogallo. Percentuali analoghe sono state raggiunte dai paesi Baltici.
La situazione cambia bruscamente quando i riflettori si accendono sui paesi del gruppo di Visegrad, vale a dire Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. La Polonia e l’Ungheria avrebbero dovuto aprire le porte rispettivamente a 6.182 e 1.294 persone, ma ne hanno accolte zero. Avrebbero dovute accoglierne 3.500 Repubblica Ceca e Slovacchia, ma ne hanno accolte solo 38. Anche l’Austria non ha adempiuto ai suoi obblighi, accettando che da Italia e Grecia arrivassero 39 profughi contro i 1.953 che si era impegnata ad accogliere. L’Europa, quindi, ha due velocità anche nell’impegno umanitario e nel rispetto della parola data.

Il muro divisorio costruito dalla Spagna nell’enclave di Melilla, per evitare gli arrivi di immigrati dal Marocco. Nel 2014, 14 immigrati vennero uccisi dalla Guardia Civil, mentre stavano tentando di superare il confine.

Questi sono numeri emblematici di un problema presente nei rapporti interni all’UE

Per risolvere la più grande questione del XXI secolo serve un disegno preciso, regole chiare, unità d’intenti e solidarietà. Tre sono le direttrici su cui è necessario agire non solo come UE, bensì come comunità internazionale:

  • Modificare i trattati in corso, stabilendo un’equa spartizione dei migranti rispetto alla popolazione del paese ospitante tra tutti gli stati membri dell’UE;
  • Attuare un piano razionale di accoglienza e un graduale processo di integrazione dei nuovi arrivati nel tessuto sociale, economico, politico e culturale del paese ospitante, garantendo sicurezza, lavoro, diritti civili e la possibilità di partecipare attivamente e direttamente alla vita politica del proprio stato.
  • Trasformare lo “aiutiamoli a casa loro” da ipocrita slogan propagandistico a pianificato sistema razionale di aiuto umanitario, senza interessi terzi (privilegi economici, sfruttamento di risorse naturali, vassallaggio politico ecc…).

Profughi non sono solo coloro che scappano dalle guerre, ma anche quanti fuggono da un territorio privo di ospedali, scuole o terreni da coltivare, per salire su barconi della morte in cerca di un futuro. Dove dovrebbero andare coloro che scappano da paesi in cui le multinazionali cinesi, americane ed europee hanno cementificato il loro terreno rendendolo sterile oppure sfruttato intensivamente tutte le risorse disponibili lasciando agli autoctoni polvere e morte?

Per quanto a lungo può continuare tutto questo?

Il consiglio è di sbrigarsi e di agire con lungimiranza, altrimenti da luglio con l’inizio del semestre di presidenza austriaca al Consiglio europeo si avranno barriere più robuste e addio dialogo. A quel punto ci toccherà aspettare le europee del prossimo anno. Ma in quel caso la domanda sarà un’altra: con i deboli e logorati rapporti tra gli stati membri dell’UE, la comunità europea riuscirà a resistere o sarà destinata a una fine apparentemente ineluttabile, crollando sotto i colpi proprio di quei paesi che l’avevano fondata per farsi portavoce di diritti miseramente violati?

Cartina di Limes del 2015.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa

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