“Ho scoperto di esser morto”: da Cuenca a Eloisa del Giudice

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L’ una accanto all’altra, travestite come i personaggi di Baz Luhrmann, abbiamo passato del tempo a scambiarci pezzi di vita qualche ora prima dell’arrivo del 2018. Io ed Eloisa. Te ne innamori subito e ti resta nel cuore. Traduttrice a Parigi, mi ha parla di un libro dal titolo interessante di uno scrittore brasiliano a me sconosciuto. João Paulo Cuenca. Mentre lei torna a casa, mi butto nella lettura diHo scoperto di esser morto” (Miraggi Edizioni) e una volta finito ho voluto intervistarla per sapere qualcosa di più su di lei e su Cuenca.

Qual è stato il tuo percorso fino ad oggi?

Sono nata a Ginevra, in Svizzera, da genitori italiani. A otto anni siamo (cioè, sono) tornati in Italia, a Siena. Al momento di scegliere l’Università volevo fare lettere o linguistica, ma volevo anche e soprattutto non dimenticare il francese che dieci anni in Italia avevano parecchio ammosciato. Mia madre mi fece lo strano ma felicissimo suggerimento di andare a fare italianistica… a Parigi.

Avrei potuto studiare quello che volevo e ci avrebbe pensato la vita intorno a rimettermi in sella al francese. Ho studiato traduzione alla Sorbona, ho cominciato una tesi su Emilio Salgari che ho abbandonato a metà perché sentivo di star già facendo quello che volevo. Tradurre, appunto. Ho lavorato per sei anni in una casa editrice, L’Âge d’Homme, prima come addetta stampa (mai più) e poi come traduttrice. Poi, poco prima di Natale scorso, la casa editrice ha chiuso i battenti. Ora sono (ma sarebbe più esatto dire, provo ad essere) freelance, che è tutta una battaglia.

Cosa sognavi di diventare da grande?

Da bambina dicevo di voler fare la fotografa o la marinaia, da adolescente ho fatto molto teatro e ho seriamente pensato di fare l’attrice. L’ossessione per le lingue non era tanto un progetto per il futuro, ma un dato di fatto del presente, sempre costante, ero io, sono sempre io. Adesso mi capita di tradurre testi di storia navale e presto ogni tanto la voce per dei doppiaggi. Alla fine, torna sempre tutto.

La musica che accompagna spesso le tue letture e un cibo da sgranocchiare mentre le parole scorrono

Non ascolto molta musica quando lavoro. Mio marito è musicista, quindi spesso sono i suoi esercizi alla chitarra che mi accompagnano mentre lavoro. Ho una patetica ossessione, considerata la mia età, per le caramelle acide. Per fortuna per il mio già grande sederone, però, si tratta di un vizietto, non di un’abitudine.

Com’è essere un’italiana a Parigi? Limiti e privilegi

Essere una traduttrice italiana a Parigi è un gran bel privilegio. Lavorare a casa è di per sé un privilegio; avere un compagno che lavora a casa è un privilegio; starsi vicino mentre ognuno lavora è un privilegio. Qualunque città, se ti risparmi il percorso verso e da un ufficio, diventa vivibile. La Francia ha di buono che rispetta i traduttori, li paga, li menziona, li federa, li sprona. Non mette barriere inutili. È curiosa e aperta alle sfide. Non ha paura dei giovani. L’unico eclatante lato negativo è vedere come Parigi si sia trasformata dopo gli attentati del 2015: molta più polizia, un nervosismo latente generale, molta meno pietà nei confronti dei migranti.

Come ami passare il tuo tempo libero?

Amo tradurre più di ogni cosa e lo faccio da casa, mentre mio marito strimpella. Non ho tempo libero perché non ho tempo in cattività: se c’è un raggio di sole, esco, me lo godo, e ricomincio a lavorare. Amo il tango, però, e i miei amici.


Ti piace leggere e cosa stai leggendo in questo momento?

Mi piace la letteratura di viaggio, tanto, e di avventura; la poesia araba e persiana, alcuni saggi di scienza che la prossimità col Jardin des Plantes mi ha insegnato ad amare. Adesso sto leggendo Tête en l’air, il resoconto scritto da un amico, il presentatore di Radio Nova, Richard Gaitet, della sua scalata del Monte Bianco. Devo trovare le parole per annunciargli che non mi sta mica piacendo così tanto, però…

Ho scoperto di essere morto: João Paulo Cuenca riceve una telefonata dal distretto di polizia e viene avvertito del suo decesso in un palazzo in costruzione a Rio de Janeiro. E se fosse successo a te? Avresti reagito come lui?

Quando leggo un testo, quando faccio solo la lettrice, mi permetto di fare intrusione nel testo, di dirmi: “Cosa avrei fatto al posto suo?”. Quando traduco, però, accolgo il testo, l’autore e i personaggi come uno di quegli amici che ti perdona anche le peggiori brutture e ti porta comunque fuori a bere. Troppo amore o troppo disamore non fanno bene alle traduzioni.

Se tu potessi rinascere chi vorresti essere?

Quella che sono, ma vorrei non farmi traumatizzare dalle lezioni di nuoto della mia infanzia e saper stare a galla in modo meno ridicolo e prendere la patente l’anno della maturità, patente che non ho ovviamente mai più preso.

Tradurre testi in lingue diverse dalla nostra madrelingua è quasi come rinascere e imparare a vivere di nuovo. Com’è stata l’esperienza con la traduzione dal brasiliano all’italiano di Ho scoperto di esser morto?

Ogni incastro di lingue ha le sue sfide e i suoi momenti di solluchero. Il portoghese nel mio caso è sbocciato con un amore, quello per mio marito che è brasiliano: l’ho imparato quindi con un trasporto, una foga e un appetito tutto speciale. Ho scoperto di essere morto è stato il mio primo “libro vero”, il primo romanzo, quello col nome in copertina (grazie ai ragazzi di Miraggi, che sanno il peso che ha un traduttore), una prima sfida, quasi un primo bimbo. JP Cuenca è diventato un amico nel corso del lavoro: ogni tanto, cosciente dell’assoluta crudeltà del suo personaggio, mi scriveva: “Come stai? Mi vuoi ancora bene?”.

Sono a quanto pare l’unica traduttrice donna di questo libro, tradotto in una decina di lingue: dice che si meritava, finalmente, che una donna lo punisse con una traduzione senza pietà. Ma insomma, se tutti i patiboli fossero questi, sarebbe facile la vita dei condannati.

Come si realizzano i sogni?

Sognando da svegli. Per i più dispersivi: sognare da svegli e tenere un quaderno. E quando cala la notte e salgono le angosce perché i conti non tornano mai, i soldi sono troppo pochi, ho trent’anni e non ho un lavoro vero, cercare di dormire e darsi tregua fino all’indomani mattina, ché non c’è problema che debba essere risolto tra le undici di sera e le otto di mattina.

Una sera affacciata al balcone in mezzo al traffico di Verona mi chiedo se anch’io possa un giorno avere lo stesso coraggio di Eloisa. Lasciare tutto e andare lontano da certezze e nidi familiari. Rendere consuetudine il chiamare casa un posto in cui cerchiamo di riconoscere quello da cui ci siamo allontanati. Questa è la parte più difficile del realizzare i propri sogni. Quella parte che alla fine verrà chiamata compromesso. Quella forza che, quando finalmente sei quello che vuoi essere, riconosci come fresca brezza in un’afosa sera d’estate.

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