La #Listona: a proposito di Dipendenze

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La narrativa popolare, quando si parla di audiovisivi, pare avere un grosso problema nel raccontare la tossicodipendenza. Gente che chiama qualunque sostanza “la droga” o lo scalatore delle Ande Pedro Benitez. Motivo per cui vi vengo incontro con la classica #Listona, consigliandovi bei film che forse non sono passati sotto il vostro radar.

Piccola nota: ho scritto un sacco di volte tossicodipendente/dipendenza perchè sono un semplice e non trovavo sinonimi efficaci [sguardo basso desolato]

Panico a Needle Park (Jerry Schatzberg – 1971)

 

Il primo film da protagonista di Al Pacino è un piccolo gioiello del cinema USA anni ’70. Il racconto intorno a una dipendenza rischia sempre di trasformarsi in una favoletta morale del tipo ” La droga fa male bambini, non drogatevi” ma Panico a Needle Park fa tutt’altro, raccontando con umanità i suoi personaggi e tratteggiando in maniera suggestiva i gesti e la inevitabile spirale di sofferenza di chi si abbandona all’eroina. Schatzberg, qui alla sua seconda prova da regista, sceglie un approccio naturalistico ma mai distaccato, rendendoci partecipi delle emozioni dei due protagonisti evitando però di edulcorare la tossicodipendenza.

Flight (Robert Zemeckis – 2012)

Zemeckis ha fatto la storia della cultura pop con classici del calibro di Ritorno al Futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit? ma la sua produzione più recente – nonostante riscontri di pubblico e critica invidiabili – finisce immancabilmente per venir dimenticata a pochi anni dalla sua uscita. Flight è uno di questi film da riscoprire. Forte di un Danzel Washington in stato di grazia, il film racconta la storia di un pilota di linea tossicodipendente ed alcolista che riesce a vivere in maniera tutto sommato normale la sua vita, fino a quando un evento improvviso non lo porta a doversi confrontare con sè stesso e con l’opinione pubblica. Se sulla High-functioning addiction si è scritto molto, il cinema mainstream si è sempre dimostrato timido a riguardo e anche in questo passa il fascino di Flight. Poi non perdo neanche tempo a dire quanto è bravo Zemeckis a dirigere attori e blablabla che tanto lo sapete tutti.

Brain Damage ( Frank Henenlotter – 1988)

A suo tempo dedicai già un articolo all’opus numero due di Henenlotter (qui il link). Un mostriciattolo verminoso e parassita regala “stupende” visioni psichedeliche e piacere ai suoi ospiti. In cambio vuole solo un pò di cervelli umani. Se il pitch può sembrare scemo la sua messa in scena è incredibile. Pur lavorando con un budget ridicolo Henelotter osa tutto, fra effetti video, animatroni e stop motion, passando con disinvoltura fra momenti ironici e scene splatter, regalandoci anche una delle più intense crisi d’astinenza viste su pellicola.

The Addiction – Vampiri a New York (Abel Ferrara – 1995)

Abel Ferrara, nonostante la retrospettiva dedicatagli al Lucca Film Festival qualche anno fa, è un nome ancora poco conosciuto al grande pubblico. La sua produzione, pur restando ancorata ad alcuni temi cardine (la fede, la colpa e la violenza), è un oggetto mutevole e difforme, sempre diverso da sè stesso. Girato in 4:3 ed in un bianco e nero sgranato, The Addiction è uno dei migliori film che il nostro a realizzato negli anni’90. Il vampirismo come metafora della tossicodipendenza, la morte come unica via di redenzione per peccati ed errori troppo grandi. La sensazione di disagio che ci accompagna durante la visione è quanto di più fisico si possa provare guardando un film.

Extra: Un film sull’alcolismo

Giorni Perduti (Billy Wilder – 1945)

Nella sua storia del Cinema Mark Cousins cita un buffo episodio. Al suo arrivo negli Usa il regista indiano Satyajit Ray (sì, ho dovuto controllare come si scrive) chiese di incontrare alcuni registi americani da lui molto ammirati, fra cui Billy Wilder. Questi gli disse, parafrasando, di non essere un artista ma un mestierante disposto a girare di tutto per soldi, come una puttana. Quanto ci sia di vero nella storiella e nell’idea che Wilder aveva di sè non ci è dato sapere. Impossibile ignorare però come i suoi film abbiano creato precedenti influenti nell’evoluzione della settima arte. Giorni Perduti dalla sua è stato il primo film a focalizzarsi in toto su un protagonista alcolista, evitando derive comiche o leggerezze di ogni tipo. Come in ogni film dell’epoca d’oro di Hollywood tutto è in primo piano, ogni gesto è chiaro e l’evoluzione della storia avviene con una naturalezza sconcertante, amplificando ancora di più l’empatia fra spettatore ed il personaggio principale a cui da corpo e voce uno splendido Ray Milland, uno dei grandi attori di questa stagione e purtroppo fra i meno citati.

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.

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