Un grande classico: “Distretto 13 – Le Brigate della Morte”

0
Condividilo!

È il 1975 e ad un certo John Carpenter le cose vanno benone. Appena uscito dall’università ha trovato un distributore per Dark Star, il film che aveva realizzato con l’amico Dan O’Bannon come tesi di laurea, ottenendo un discreto successo ed entrando nel giro del Cinema. Tale J. S. Kaplan, di mestiere produttore, gli offre carta bianca per girare il secondo film, a patto di restare in un budget di 100.000 dollari. Carpenter allora si mette al lavoro sulla sceneggiatura, un remake di Un Dollaro D’Onore di Howard Hawks ma di ambientazione contemporanea. In otto giorni lo script è pronto.

Assault on Precinct 13

Racconta le vicende di un gruppo di poliziotti e criminali costretti a rifugiarsi in un distretto della LAPD in via di abbandono, nel disperato tentativo di sopravvivere ad una gang (i Thunder Street) che li assedia lungo tutto una notte. A una prima occhiata il modello Hawksiano è ripreso fedelmente, ciò che cambia è non solo il genere di riferimento – dal western al thriller urbano – ma il tipo di sguardo sulle vicende. Hawks per sua stessa ammissione realizzò Un Dollaro D’Onore come risposta a Mezzogiorno di Fuoco, un film insomma per ribadire il primato morale degli americani e del loro senso di comunità. Ma negli Anni Settanta post Watergate, nel pieno degli strascichi della crisi energetica dovuta al braccio di ferro con l’OPEC non c’è posto per tutto questo. I nostri “eroi” hanno un profilo morale ambiguo e il loro nemico sembra senza volto, violentissimo – esordiscono nella storia uccidendo una bambina, in uno dei momenti più intensi del film – assume l’aspetto di un’entità quasi astratta, simbolo di tutta la violenza che insidiava la periferia americana degradata. L’allievo insomma, ruba e tradisce il Maestro.

Lo storyboard della famosa scena della bambina. Sotto la scena come è stata realizzata

La narrazione stessa si evolve in maniera uguale e contraria al cinema classico a cui si ispira

La messa in scena è sì tesa a descrivere ogni azione, ad innalzare ogni gesto al primo piano mentre la camera si muove disegnando geometrie perfette ma, sempre nel tentativo di aggiungere colore e senso all’atto scenico, preferisce atmosfere oscure, una fotografia sgranata ed una sfumatura etica difficile da afferrare laddove la tradizione privilegiava la chiarezza in tutto, compresa l’immagine. Abbiamo capito dai, il film è bello, è nuovo, è innovativo, ma perché quel classico del titolo? Perché vederlo?

John Carpenter sul set

Distretto 13 va visto per tante ragioni oltre al suo valore estetico

Qui si trova in nuce tutto il cinema successivo di Carpenter – l’assedio di un nemico dalle ragioni insondabili, la stile visivo, la crisi dei valori tradizionali americani – e soprattutto la testimonianza delle tensioni intestine di un certo momento della storia statunitense con uno sguardo lontano dal desiderio di giustizia privata (la saga di Callaghan o di Death Wish) di tanto cinema al lui contemporaneo. Insomma un film bello e importante, serve altro?

EXTRA

Una bella intervista fra David Cronenberg, Carpenter e John Landis sull’horror e sulla censura nel cinema dell’amministrazione Reagan.

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.

Lascia un Commento