Philip Roth, ovvero le due facce dell’America

0
Condividilo!

Dissacrante, antitesi della definizione di “politicamente corretto”, osservatore seriale e sociale, eccelso osservatore dell’animo umano e dei suoi turbamenti. Acuto indagatore natutralier di una società, quella americana, che nel corso dei tempi ha imprigionato gli animi di altrettanti osservanti nell’astrazione essenziale: cosa vuol dire essere americani? Che cos’ è l’American dream? Dissoluzione o redenzione di una nazione che ha guidato per un secolo, quello “americano” per l’appunto , l’intero globo e che altresì si accinge a confrontarsi con le sfide di quello seguente. Philip Roth era tutto questo. La dissezione totale dell’american way of life e le sue infinite appilcazioni nella realtà. Smascherare le ipocrisie di una società che ha visto un’intera generazione mutare, dalla guerra del Vietnam e i suoi tragici eventi, fino ai giorni nostri. Ipocrisie ma anche pregi, di un Paese che è nato per confermare e ri-confermare la sua leadership nello specchio delle vicende internazionali. Da lì nasce il ritratto dell’America come piace a Roth, corrosivo ed esuberante attraverso l’analisi manichea dei personaggi che si susseguono nei suoi racconti e che racchiudono l’esperienza dell’uomo nudo e filosofico dinnanzi agli eventi della vita.

Ebreo, nasce a Newark nel New Jersey. I genitori appartengono alla piccola borghesia ebraica della città, ed è lì in quella piccola comunità di provincia che lo scrittore inizia ad osservare la sua gente. In quel micro-mondo raccoglie storie, osserva, cataloga. Il primo libro è “Goodbye, Columbus” del 1959. C’è già tutto, il sesso, la religione, la famiglia. Dieci anni dopo con “Il lamento di Portnoy”, Roth scandalizzerà tutti. l libro narra la storia di un ragazzo ebreo che confessa allo psicoanalista Alexander Portnoy i suoi turbamenti. Con “Pastorale Americana”, del 1997, aprì un capitolo molto più esplicito nella sua osservazione politico-sociale, un lavoro che proseguì sulla stessa linea con “Ho sposato un comunista” e “La macchia umana”. Nel 2009 annunciò la fine della sua carriera da romanziere: fino ad allora aveva pubblicato oltre 30 libri, tradotti in molte lingue. Quel “destino manifesto” osulliviano, l’eccezionalismo americano che esplode -lettaralmente- come l’uffico postale di “Pastorale Americana”. Il dilemma umano e della psiche umana nel romanzo che, gli permise la vittoria del Pulizer nel 1998, si inserisce nelle vicende culturali e politiche dell’America tra gli anni 50′ e 80′. La storia di Seymour Levov detto “lo Svedese”, un uomo che dalla vita ha avuto tutto: bellezza, carriera, soldi, una moglie ex Miss New Jersey e una bambina a lungo desiderata, ma il cui mondo pian piano va in pezzi quando la figlia ormai adolescente compie un attacco terroristico che provoca una vittima. Com’è possibile che una tragedia di queste proporzioni sia accaduta proprio allo Svedese, la persona che per tutta la sua vita ha incarnato il Sogno Americano? Dove ha sbagliato?

Ewan McGregor interpreta “lo Svedese” nel film tratto dal romanzo di Roth

Siamo semplicemente uomini, ognuno con la propria storia. Il libro tutto, forse, è una riflessione sulle possibilità che ti leva l’essere al mondo, per l’essere venuto al mondo a quel modo. E d’altra parte la costruzione dei personaggi non è da meno. Nessun personaggio vive a due dimensioni: c’è chi dà fuoco alle cose, chi tradisce, chi rifà la casa per farsi l’architetto, chi è troppo ubriaco per capire. Tutti disfano. Ardentemente. É il mito della caduta inscritto nella natura umana che è propriamente multiforme. É un giudizio morale sull’America, un’America a due facce con la sua intrinseca e viscerale pazzia, spesso latente e inconscia, ma sempre dietro l’angolo, quasi fosse l’ombra della terra delle opportunità.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa