Primo Levi, due anime nello stesso corpo

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Introduzione

Quando parliamo dello scrittore di origini ebraiche Primo Levi ciò che balza alla nostra mente è il capolavoro “Se questo è un uomo” seguito da “La tregua”. Istintivamente ci ricongiungiamo, in senso empatico, con l’esperienza concentrazionistica vissuta dall’autore nel lager nazista di Auschwitz.

Il tema della sofferenza e dell’atrocità – un’antropologa parlò in questo senso dell’avvento dell’ “era del testimone” – ha riguardato la facoltà di rapportarcisi. In tutti i ghetti della Polonia invasa dai nazisti, gli ebrei cominciarono a scrivere, a raccontare, a raccogliere le loro testimonianze, nella consapevolezza che la loro esperienza potesse passare alla storia solo attraverso questo lavoro di registrazione di ciò che stavano vivendo. Eppure, dovette passare molto tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale affinché i testimoni ebrei dei lager nazisti venissero ascoltati. Riflettere su quel rapporto, tra testimone e testimonianza, non fu affatto semplice. Lo stesso Primo Levi faceva notare che egli stesso veniva ricordato più come testimone che come scrittore. L’autore era anche un chimico e la riflessione su le due anime, quella scientifica e quella letteraria, dello “scrittore anomalo” si intreccia nella sua complessa personalità.

Da il “Sistema periodico” due capitoli: Zinco e Potassio

“Il sistema periodico” è l’opera che meglio ricongiunge queste due essenze. A prima vista, si tratta dell’autobiografia di un chimico, articolata in ventun “momenti” ognuno dei quali trae spunto da un elemento: l’azoto, il carbonio, il piombo, il nichel e così via. Sono dunque altrettanti incontri con la materia, vista volta a volta come madre o come nemica, davanti a cui si rinnova la condizione atavica dell’uomo cacciatore in lotta col mondo intorno a lui per conoscerlo e per sopravvivere. La sfida ininterrotta con la materia inerte o malevola è una metafora conradiana dell’esistenza, della sua opacità di fondo, su cui emergono stranezze, fallimenti e riuscite imprevedibili. Come in tutti i libri di Primo Levi, anche qui la serenità del giudizio morale fa tutt’uno con una scrittura di classica precisione; si ritrova, trasferita in un campo meno disumano, l’esigenza di testimoniare a favore della ragione e della dignità. In “Zinco” , significativo, è l’elogio dell’impurezza:

perché la vita viva ci vogliono le impurezze, (…) ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale.

In questo caso lo scrittore parte dalla materia, dallo zinco purissimo. Quando è puro, questo elemento solitamente debole, oppone una tenace resistenza agli acidi. Ma partendo dalla chimica, Levi ricorda che in natura la purezza è morte, è cenere, mentre per analogia ciò che è impuro, contribuisce alla vita. L’analogia con le Leggi razziali, con i proclami mussoliniani sulla purezza della razza, promulgate e diffusi di lì a qualche tempo, fa il resto. Nel racconto “Potassio” , invece, possiamo scorgere la vocazione chimica dello scrittore :

[…] credo che ogni chimico militante la potrà confermare: che occorre diffidare del quasi – uguale (il sodio è quasi uguale al potassio: ma col sodio non sarebbe successo nulla), del praticamente identico, del pressapoco, dell’oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. […] il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico.

Levi si riferisce a se stesso come ad un “chimico militante”. N. Harrowitz sostiene che non può non ricordare la gramsciana “critica militante”, è una pratica connotata eticamente e politicamente che fonde chimica e scrittura e che soprattutto è volta alla trasmissione delle categorie dell’esperienza.

Conclusione

La cultura scientifica e quella letteraria, il mondo della natura e quello della cultura trovano spazio nell’universo di Levi, si intersecano fecondi e interferiscono ai fini di una visiona ampia, più ricca e complessa, del mondo e dei suoi problemi. Levi era consapevole di avere “due anime saldate insieme” e di essere legato a una sorta di ibridismo:

Io credo proprio che il mio destino profondo […] sia l’ibridismo, la spaccatura. Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto disposto al lamento o alla querela.

Al “moderato pessimismo” leviano, per riprendere una definizione di Belpoliti, frutto della violenta esperienza concentrazionaria, si contrappone un moderato illuminismo, quella tensione conoscitiva alimentata dalle due nature di chimico e scrittore, e oggi quanto mai ricca di suggestioni e insegnamenti: primo tra tutti la necessità di allargare i propri orizzonti, di osservare e riflettere su quanto avviene intorno a noi per compiere scelte responsabili, al di là di ogni pericolosa delega culturale.
Ne esce ricostruita la vicenda di una formazione civile maturata negli anni del fascismo, poi nelle drammatiche vicende della guerra, della lotta partigiana, della deportazione, del reinserimento nella faticosa ripresa del dopoguerra: è la storia esemplare di chi, partendo dalla concretezza del mestiere chimico, si autoeduca a capire le cose e gli uomini, a prendere posizione, a misurarsi, con una ironia ed una autoironia che non escludono la fermezza.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa