Cartolina #7 – The Hipster Project: l’hard-bop in giro per Bruxelles

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Vi ricordate di quando qualche mese fa vi ho parlato di Angelo Gregorio? Chi soffre di perdita di memoria a breve termine può facilmente capire di cosa sto parlando andando qui. Per tutti gli altri, faccio una breve sintesi. Angelo Gregorio è un maestro sassofonista jazz,  salernitano di origine ma ormai a Bruxelles da ben dieci anni. Lo conosco da pochi mesi, ma ho già capito una cosa: non sta fermo un momento e ha sempre qualche strana idea per la testa. Poi beh sì, è anche un bravissimo musicista!

Scherzi a parte, è proprio la passione per il jazz che lo spinge a fare veramente di tutto affinché le persone si avvicinino a questo genere. E beh, varrà forse il giusto, ma con me c’è riuscito! Ed ecco perché, a distanza di sette mesi, sono di nuovo qui a parlarvi di lui … e non solo. Stavolta ho l’onore di presentarvi un progetto ha sì, base a Bruxelles, ma si compone di voci – e di suoni – internazionali.

Ladies and Gentlemen, tenetevi pronti per “The Hipster Project”!

Per chi non lo sapesse, negli anni Quaranta e Cinquanta il termine “hipster” veniva utilizzato per parlare un amante del genere hard-bop, variante jazz, diffuso soprattutto nella East Coast degli Stati Uniti. I musicisti che fanno parte de “The Hipster Project” hanno un obiettivo semplice, ma ambizioso: far conoscere alle persone – amanti del genere o meno – l’hard-bop, e a volte farlo in modo anche poco convenzionale.

Proprio ieri è uscito il loro primo disco, Orange & Sparkles, prodotto dallo stesso Angelo Gregorio insieme al trombettista Federico Mansutti, e contiene tutte tracce originali, che loro stessi – insieme agli altri musicisti parte del progetto – hanno composto.

Ma cerchiamo di capire qualcosa in più riguardo a “The Hipster Project”, dalla viva voce di chi ne fa parte.

C’è Julien Gillain, di Liegi, diplomato al conservatorio in piano e violino. Angelo e Julien si sono conosciuti quando il primo lo ha cercato per far parte di un trio, soprattutto perché suonava (e suona ancora, ovvio) l’hammond organ, che per chi non lo sapesse, è questa “cosa” qua. Gli ho chiesto qual è la prima cosa a cui pensa sentendo la parola jazz e lui mi ha risposto così: “Domanda difficile! Penso al swing e agli anni Trenta, perché sono gli anni che rappresentano a tutti gli effetti la tradizione del jazz stesso. Adesso il jazz è molto più aperto e variegato – il che per me è positivo – ma di base parlare di jazz significa parlare di anni Trenta, di New Orleans … Mi piace molto suonare pezzi moderni, contemporanei, ma penso che non dovremmo dimenticarci da dove viene il jazz.”

Come fare però per guidare tutti nella storia del jazz? Si può fare – come vi accennavo prima – in modo poco convenzionale. Ad esempio organizzando un concerto interattivo, nel vero senso della parola.

Proprio questa sera (4 maggio 2017, Ndr) a Bruxelles infatti, i musicisti di “The Hipster Project”, accompagnati alla voce dalla cantante jazz Carla Piombino, autorizzeranno il pubblico presente ad interromperli durante la loro performance dal vivo, e a fargli qualsiasi domanda gli passi per la testa. Ma non c’è il rischio di impazzire? Julien mi dice di no. Forse “musicalmente sarà molto strano, ma sarà comunque molto interessante vedere cosa viene in mente alle persone.  E poi, durante la seconda parte del concerto le persone staranno (finalmente, questo lo aggiunge la sottoscritta) in silenzio. La speranza è che grazie all’interazione tra noi e il pubblico durante la prima parte, sarà anche più facile per loro capire cosa facciamo, dato che probabilmente avranno acquisito – in modo più diretto –  maggiori competenze per capire il concerto stesso.”

Anche a Nicolas Puma, contrabbassista, chiedo cosa significhi per lui jazz. “Per me significa Libertà. Il jazz nasce come simbolo e strumento che il popolo africano emigrato negli Stati Uniti ha utilizzato per rivendicare i propri diritti e la propria libertà. In più, jazz è libertà anche a livello musicale. Ha le sue regole certo, ma il modo in cui si suona permette veramente di sperimentare moltissimo. Il mio carattere, la mia personalità si adattano perfettamente al jazz. Non avrei mai potuto ad esempio, suonare della musica classica o barocca, che sono troppo rigidi per come sono fatto.”

Ma se dovessi descrivermi l’hard-bop invece, cosa mi diresti? – Gli ho chiesto. – “Che innanzitutto bisogna conoscere la storia del jazz, le sue origini e le sue evoluzioni. Dal jazz è nato il be-bop, e da questo l’hard-bop. Questi ultimi due sono molto vicini tra loro, ma forse l’hard-bop (come suggerisce il nome, Ndr), è un po’ più cattivo e aggressivo.

Luca Vanderputten, batterista, mi descrive il jazz in una sola parola: swing. E com’è invece suonare con Angelo e tutta la banda? Beh – mi dice lui –  è molto bello perché ci viene naturale. E – sarà banale dirlo, aggiungo io – ma il fatto di essere amici, oltre che “solo” musicisti, è un valore aggiunto considerevole.

“In Uruguay non ci sono scuole di musica jazz, solo di musica classica, ecco perché adesso sono qui”. A parlare è Nicolas Sanchez, in arte Nico, trombettista. “Il bello del jazz è che ti lascia libero di esprimere come ti senti in un preciso momento, non credo sia qualcosa che accade spesso, con ogni genere di musica. Ti permette di comunicare le emozioni più disparate: malinconia, tristezza, ma allegria e vitalità.”  Com’è per lui suonare insieme agli altri? E’ molto bello perché suonando insieme entrano in contatto tra loro culture differenti e proprio dal loro incontro nasce qualcosa di unico.”

Arnaud Cabay, batterista, pensa al jazz 23 ore su 24, e mi confessa: “Il jazz per me è semplicemente un modo di vivere”. E se gli chiedo qual è la prima cosa che gli viene in mente, se dico jazz, lui non ha dubbi: “Dolore! Mi fa male una spalla, quindi possiamo dire che il jazz fa male, alla spalla ma anche al cuore. Ovviamente in positivo, il jazz è praticamente amore!”  

Dopo tutte queste presentazioni, io il mio l’ho fatto; adesso sta a voi.

Non siete a Bruxelles? Sono certa che presto potreste trovarveli tutti in trasferta in Italia, e nell’attesa, potete sempre ascoltarli qua. Che aspettate?

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.