La filosofia cinese ci insegna a non sottovalutare le “trasformazioni silenziose”

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Pochi pensatori come il filosofo François Jullien sono più inclini nel fornirci i concetti per pensare la nostra epoca globalizzata e frammentata. Il suo lavoro (vedasi Essere o VivereLe trasformazioni silenziose) si basa su un connubio analitico nel punto in cui la cultura occidentale incontra quella cinese, dove la filosofia greca va a sfiorare quella di matrice confuciana.

Il ragionamento che viene generato ha dell’interessante e si fonda sulla “decostruzione” di quei concetti che siamo abituati a pensare a “priori” e alle pretese di universalità della nostra cultura. Il confronto con una forma di intelligibilità costituitasi in piena autonomia (Cina) rispetto all’Occidente produce un effetto di spaesamento: la lingua cinese ha ignorato alcune delle nozioni basilari della nostra filosofia (Essere, Tempo, Verità, Dio…), ne ha sviluppate altre che non hanno attecchito nell’Europa. Siccome il pensiero non può che sfruttare le risorse che la lingua mette a disposizione, emergono scarti concettuali che ci permettono di abbandonare l’universalismo pigro con cui l’Occidente guarda il resto del mondo.

“Essere” e non “Trasformazione”

La filosofia occidentale, a partire da Parmenide, ha pensato il reale in termini di Essere. Le cose sono enti isolabili dotate di proprietà distinte. Si apre qui una diramazione del pensiero, si produce una “piega” che traccia i solchi nel campo del pensabile: a venire esclusa è la possibilità di pensare il reale come processo in continua trasformazione, come fa invece la cultura cinese. Per essa, la forma è solo il provvisorio arrestarsi di un flusso da cui non è isolabile, è solo in trasformazione. La Cina, già dai testi relativi all’Arte della guerra, non affida la sua strategia dell’efficacia alla genialità del comandante, al coraggio dell’eroe, non glorifica l’attivismo del soggetto individuale; l’abilità del comandante sta invece nel lasciare evolvere il potenziale di situazione a proprio vantaggio, secondo il principio di Laozi, “agire senza agire”: non restare in attesa o confidare in altro (Dio o chi per lui), ma sfruttare la situazione perché l’effetto desiderato sfoci dalla sua naturale evoluzione. Proprio per aver privilegiato la Volontà libera del Soggetto che si esprime in Azione, alla filosofia sono sfuggite quelle piccole trasformazioni che non fanno evento, non assumono rilievo e passano silenziose.

Abituati a pensare la vita come il segmento fra i due estremi del nascere e del morire, fatichiamo a cogliere l’invecchiare (al più ne facciamo un ente, uno stato, la vecchiaia appunto), perché è tutto in noi che invecchia senza sosta; eppure, vivere significa invecchiare, diceva Bergson, uno dei pochi ad aver cercato di uscire dall’ontologia verso una logica fluida e processuale. A questo si ricollega il pensiero dell’ultimo Nietzsche. L’Essere contrapposto al Divenire, egli considera l’Essere, inteso come essere immobile e duraturo, un’illusione esattamente come l’unità, la causa e la sostanza. Come nei principi dello Yin e Yang cinese, per il filosofo tedesco non c’è nulla che sia uguale a sé, che quindi non muti in questo mondo. Non c’è nulla che non sia come qualcosa e il suo opposto nello stesso tempo, perché nel Divenire tutto è contraddittorio, ciò che è notte deve diventare giorno, ciò che veglia troverà la pace nel sonno, ciò che è vivo morirà. Niente esiste senza il suo opposto perché il Divenire mette assieme i contrari.

Trascuriamo la forza del cambiamento

Il pensiero cinese è attento a distinguere l’inclinazione che dal minimo, dal locale, porta gradualmente al globale, e dall’infimo porta all’infinito; ci insegna a individuare gli indizi di una trasformazione, prima che giunga ad affioramento, quando il fenomeno esce appena dall’impercettibilità, allo stadio del “sottile”. Sono proprio le trasformazioni silenziose a essere efficaci, ben più delle azioni eclatanti, che fanno sensazione e producono audience, ma che, dipendenti dal progetto del soggetto, si prestano alla rappresentazione teatrale e allo spettacolo. Che cos’è una “cura” in psicoanalisi se non appunto una trasformazione silenziosa che si fa strada lenta, fino a rendere di nuovo percorribile la vita psichica, a provocare uno sblocco che consente di riprendere la via?

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa