Cartolina #6 – Lo “stile John Canoe” all’Osteria Agricola Toscana

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Il tempo passa, le stagioni cambiano e anche a Bruxelles arriva la Primavera. Una primavera sorprendentemente calda.  Talmente calda che ormai la città è piena di gente che va in giro praticamente in costume, e se per caso ti venisse voglia di prenderti una birra fuori … beh, preparati ad avere tanta pazienza perché non c’è un posto che non sia completamente pieno di gente. Viene da chiedersi dove sia stata finora, tutta questa gente. Ma non vi tedierò oltre con i miei aggiornamenti meteorologici, che forse vi interessano anche poco.

Se mi trovo di nuovo qui a parlarvi di ciò che accade nella città che ormai mi accoglie da quasi due anni, è perché il weekend appena passato ha avuto per colonna sonora il surf-garage dei John Canoe, da Roma a Bruxelles per un nuovo evento live organizzato da Camilla e la sua Livingstone Independent, come sempre all’Osteria Agricola Toscana di Bruxelles.

Credits – Livingstone Independent

Appena li incontro facciamo subito un accordo: la mia sfida sarà far sembrare che siano capaci di parlare in italiano. Ci sarò riuscita?

  • Si inizia con la domanda di rito: chi siete?

Stefano: Siamo un trio che nasce a Roma, dall’unione di Jesse Germanò (voce e chitarra) e Stefano Padoan – che sarei io – batterista. Prima la band aveva un altro nome (The Sasquatch) e un’altra formazione in cui si sono susseguiti vari bassisti, fino ad arrivare a come siamo adesso. Quando Mario Bruni (basso) si è aggiunto alla band, abbiamo cambiato il nome in John Canoe, e registrato l’EP Actor Boy, seguito il nostro album uscito un anno fa, Wave Traps.  Da un anno stiamo andando in giro in tour per presentarlo, e il 30 aprile ne festeggeremo “l’anniversario”, a Roma, durante il Bomba Dischi Festival.  Il nostro stile potrebbe definirsi … un garage-surf in lingua australocalabrese!

Jesse: Il nostro stile, è lo stile John Canoe! Penso questa sia la migliore risposta possibile.

Stefano: E cosa importantissima – mi raccomando – si pronuncia kanù (mi scuso per la povertà della trascrizione fonetica, Ndr), non canoe, canoa o chissà che altro!

  • Ma infatti, volevo proprio chiedervi, in quanti hanno sbagliato a pronunciare il vostro nome?

S:  Diciamo tutti!

  • E domanda ancora più importante, perché si pronuncia così?

J: Perché in realtà sarebbe junkanuu, che è il nome di una festività che si svolgeva in alcune zone caraibiche, quando erano ancora delle colonie britanniche. In questa occasione, gli schiavi potevano festeggiare in libertà, ballando per strada e indossando maschere e i vestiti dei britannici per prenderli per il culo. – Ma si può dire culo?  (Praticamente funziona così, se leggete l’articolo prima delle 22.30 vi dovete autocensurare mentre leggete, Ndr)

  • Come vi siete imbattuti in questa cosa?

S: Stavamo cercando una nuova identità – e quindi anche un nuovo nome – per indicare la nostra nuova formazione, insieme a Mario. Eravamo alla ricerca di un nome che rispecchiasse le nostre sonorità, un po’ esotiche e anche morbide e fluttuanti, e che ovviamente avesse senso per noi e ci potesse rappresentare.  Il fatto che durante questa festività  gli schiavi fossero lasciati liberi, e che questi si ritrovassero in piazza mascherati a ballare ci piaceva molto, e sì – ci rispecchiava – quindi ci siamo detti perché no!

  • Prima di questa tappa a Bruxelles, avete mai suonato all’estero?

Mario: Sì, abbiamo suonato allo Sziget Festival per due anni, poi in Olanda, con un mini tour a Amsterdam e Eindhoven, e poi quest’inverno con un tour di quasi un mese tra Svizzera e Francia questo inverno. E’ stata un’ esperienza fighissima, perché ci ha fatto capire la diversa percezione della musica live che si ha all’estero e in Italia. Da noi c’è più attenzione alla canzone e alla sua esecuzione, mentre all’estero si dà la precedenza a vivere il momento di musica in cui si è. E’ come pensare – sti cavoli di chi suona, se mi fa divertire va bene! C’è meno attenzione al nome e più alla sostanza: diciamo che si lasciano trasportare di più.

S: secondo me si percepisce anche da “semplice” ascoltatore questa differenza.

J: Gli stessi stranieri che a volte capitano ai nostri concerti in Italia ci dicono che si sentono a disagio perché durante i live la gente non si lascia troppo andare, e non capiscono come mai. All’estero anche se sono soli a ballare in mezzo al pubblico, se ne fregano. Però non è una maggiore “compostezza” voglia necessariamente dire che il concerto non piace. Paradossalmente magari all’estero ballano tutti e poi finito il concerto chi li rivede più! In Italia magari sono tutti seri, tu pensi di non aver instaurato un rapporto vero e proprio tra performer e pubblico, ma poi alla fine vengono, ti chiedono informazioni, e anche dettagli anche tecnici! E comprano i dischi!

Credits Livingstone Independent

  • A proposito del vostro disco: me ne parlate?

J: Il disco si chiama Wave Traps, quindi trappola sonora. Il termine indica una sorta di marchingegno di cui però non mi ricordo precisamente il funzionamento … magari puoi cercare su Wikipedia! (per capirci qualcosa in più, basta leggere quiNdrWave traps è il riassunto del lavoro che in tre anni abbiamo messo insieme, con più di 150 date e con la scrittura di nuovi pezzi e anche con una sorta di cambiamento ed evoluzione nel nostro sound. Si può dire che è una sorta di raccolta di quello che abbiamo imparato.

S: Con un nuovo componente, trovarsi e suonare è per forza diverso, quindi è necessario trovare una propria dimensione e una nuova identità.

M: Poi abbiamo avuto anche la fortuna di lavorare con persone che ci hanno fatto esprimere al meglio cosa volevamo dire, ma che non riuscivamo ad esprimere da soli. Come Marco Fasolo, cantante e frontman dei Jennifer Gentle. Grazie a lui il disco ha davvero una sua identità: le cose che avevamo in mente grazie al suo aiuto sono diventate tangibili.

S: E’ stato una specie di papà per noi, che quando impari ad andare in bicicletta per un po’ ti spinge e poi ti lascia andare da solo.

J: Ci ha dato il coraggio di osare. C’è un pezzo che abbiamo scritto con lui, ma che mai avremo avuto il coraggio di azzardare, perché sembrava una cosa non nostra. Si tratta del singolo uscito a fine 2017, City of Who. All’inizio ci sembrava che, dato che si esprime con altro tipo di scrittura, non potesse appartenerci.  E’ un pezzo che esce molto da quella che credevamo fosse la nostra coerenza. Anche il modo di cantare l’ho trovato diverso dal mio, molto lennoniano, e inizialmente pensavo di non poter azzardare tanto.

Credits Livingstone Independent

M: Però poi alla fine sono in realtà non è che le canzoni escono dagli schemi già previsti, sono gli schemi stessi che si allargano e fanno sì che il pezzo ci rientri dentro.

  • Voi scrivete pezzi in inglese, ma avete mai pensato a qualcosa in italiano? (In questo momento ho veramente creduto che Stefano potesse uccidermi, Ndr).

J: Beh, tutti e tre abbiamo più ascolti britannici e americani, o comunque esteri. In più, pensiamo di avere una leggera padronanza dell’inglese che ci permette di esprimerci molto bene in questa lingua. E io sono metà australiano.

S: Sai quei cantanti che dicono “sì, sono italiano, mi esprimo meglio in inglese …” e poi magari sono ciociari! Ecco, lui essendo per metà australiano, penso possa dirlo per davvero!

J: Diciamo che per quanto mi riguarda, l’inglese mi permette di affrontare concetti e contenuti in modo semplice, in un modo che in italiano non si può proprio fare – o almeno io non posso farlo.

S: Penso sarebbe il triplo più difficile per noi scrivere in italiano: io e Mario lo faremmo in due modi probabilmente diversi, e Jessi … vabbè Jessi proprio l’Italiano non lo sa! è arrivato su un gommone dall’Australia!

  • Un po’ lunga, dall’Australia in Italia in gommone!

J: Ci ho messo 25 anni, praticamente sono arrivato ieri!

  • Progetti per il futuro?

S:  Jessi sta pensando di lanciarsi nella costruzione di gommoni, dato che nell’ultimo viaggio non si è trovato proprio bene!

M: io terrò conferenze alla Crusca sulla Lingua Italiana.

S: E io farò il segretario di entrambi! (Sì, qui abbiamo degenerato, Ndr) Tornando seri, sicuramente c’è l’idea di creare qualcosa di nuovo, e di arrivare ad una sorta di maturazione di quello che abbiamo già iniziato.

M: Le ultime date del tour saranno l’occasione per iniziare a mettere in cantiere tutte le idee che abbiamo e che magari usciranno con un nuovo lavoro futuro.

S: Se vogliamo metterla sul piano di obiettivi, ne abbiamo due: un nuovo lavoro e un’apertura verso l’estero. Poi ovvio prendiamo quello che viene, eh!

J: Sì, anche un panino al prosciutto! Insomma rimaniamo umili … perché l’umiltà è il primo passo pe’magnà!

Credits Livingstone Independent

Com’è andato il live dei John Canoe!? Non si sa se perché all’estero – anche se in una specie di enclave italiana – ma la gente ha ballato, ha proprio ballato tantissimo fregandosene del resto (Anche la sottoscritta). Io spero di rivederli presto, e voi che leggete, andateveli ad ascoltare, anche live se vi capita!

BONUS TRACK – Consigli, personalissimi, per gli ascolti 

  • Nervous Breakdown
  • Start to Move
  • Beer and Pills
  • Young Fall

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.

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