L’arte rubata e mai restituita: la promessa di Macron ai Paesi africani

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Le opere d’arte appartengono ai musei degli Stati che le ospitano o ai Paesi dai quali sono state trafugate?

I capolavori artistici, che adornano le sale dei nostri musei e che un tempo si trovavano in luoghi lontani, devono continuare ad appartenere agli Stati che se ne sono impossessati con la forza nel corso della storia oppure devono fare ritorno nella terra da cui sono stati strappati?

Recentemente questo quesito ha fatto nascere un acceso dibattito in Francia; da quando cioè il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato di voler restituire il patrimonio artistico africano conservato nelle strutture museali francesi ai loro Paesi di origine. Durante l’epoca coloniale, infatti, la Francia, ex potenza imperialista, aveva spogliato di gioielli, scettri, troni, sculture lignee e altri tesori buona parte del Continente Nero. Questi oggetti di pregevolissima fattura, emblema della storia e della cultura di paesi e interi popoli, oggi impreziosiscono moltissimi musei francesi. Basta pensare che al Musée du quai Branly di Parigi sono conservati oltre 70 mila pezzi provenienti soltanto dall’Africa sub-sahariana.

Il Musée du quai Branly è stato fondato da Jacques Chirac nel 1995.

Prima di procedere con la restituzione di questo immenso patrimonio artistico e culturale, Macron ha deciso di conferire l’incarico di studiare i beni che dovranno poi effettivamente essere inviati in Africa a due esperti del settore: lo scrittore senegalese Felwine Sarr e la storica dell’arte Bénédicte Savoy. Il loro compito sarà quello di stilare un inventario delle opere africane presenti nelle collezioni francesi, consultando cataloghi museali e facendosi aiutare da ricercatori, giuristi e antiquari, e infine stabilire in quale modo le opere sono giunte a Parigi durante il periodo coloniale e quali di esse devono essere restituite.

La storia del Benin

Il primo Paese a rivendicare la proprietà sui beni custoditi in Francia è stato il Benin tramite il suo presidente Patrice Talon, con il quale Macron ha avuto un incontro prima di dare il suo annuncio. Il Benin, infatti, è stato uno dei paesi più derubati e calpestati dall’imperialismo europeo e in particolare francese. Il generale Alfred Amédée Dodds (1842-1922), a capo dell’armata di invasione francese durante il secondo conflitto con il Dahomey (1892-1894), guidò un saccheggio indiscriminato su larga scala delle opere del regno africano corrispondente all’attuale Benin. Tra le opere più preziose importate in Europa vi erano i troni dei re Ghézo, Béhanzin e Glélé, e diverse statue antropomorfe che li rappresentavano: un vasto patrimonio artistico di cui il presidente Talon ha richiesto la restituzione, perché simboleggiante la storia del popolo beninese.

Felwine Sarr, economista e professore al Gaston Berger University of Saint-Louis in Senegal, e Bénédicte Savoy, docente di storia dell’arte al College de France di Paris e alla Technishe Universitat di Berlino.

E se tutti chiedessero la restituzione dei propri tesori?

Nonostante la promessa di Macron di impegnarsi nel far sì che i capolavori africani possano fare ritorno nei paesi in cui sono stati creati, i problemi non mancano. Innanzitutto il sistema legislativo vigente Oltralpe riguardo alle opere d’arte è chiaro: in base al principio dell’inalienabilità delle collezioni nazionali, la Francia non può rinunciare ai suoi capolavori. Macron, quindi, dovrebbe scavalcare la legge, rivoluzionando una giurisdizione sul patrimonio artistico che fino ad ora è stata giudicata efficiente. In secondo luogo, l’opposizione di buona parte dell’opinione pubblica francese e dei partiti di destra – i Repubblicani e il Front National – che paventano il rischio di uno svuotamento di molti musei nazionali e denunciano le condizioni di conservazione dei paesi africani a cui sarebbero restituite le opere. In terzo luogo, la restituzione di questi capolavori creerebbe un precedente internazionale di notevole rilevanza. Cosa accadrebbe se tutti i paesi che sono stati derubati e saccheggiati dei loro tesori ne chiedessero la restituzione alle ex potenze coloniali?

L’anno scorso all’Università di Ouagadoudou, nel Burkina Faso, Macron dichiarò che “l’ambizione della Francia è di favorire l’accesso a tutte le opere dell’umanità”, impegnandosi a restituire entro il 2023 numerose opere. Questa svolta dimostra senza dubbio la volontà di chiedere perdono per gli errori commessi durante l’epoca coloniale, quando le potenze europee dominavano il mondo senza alcuno scrupolo riguardo alle popolazioni con cui entravano in contatto, e allo stesso tempo il desiderio di riconoscere finalmente pari dignità culturale ai Paesi in cui questo patrimonio artistico ha preso vita.

Patrice Talon, presidente del Benin, e Emmanuel Macron, presidente della repubblica francese, dopo l’incontro all’Eliseo dello scorso 6 marzo.

La questione continua ad essere dibattuta

Se Atene rivendica legittimamente la restituzione dei fregi del Partenone, rubati da Lord Elgin nel 1816 e portati al British Museum quando la Grecia era ufficialmente ancora sotto il controllo ottomano; cosa possiamo dire delle opere d’arte andate distrutte in seguito alle miriadi di guerre combattute in Africa?

Lasciando perdere la benamata Gioconda, che Leonardo da Vinci regalò all’allora re di Francia e che quindi appartiene giustamente ai cugini d’Oltralpe, l’Italia dovrebbe chiedere il ritorno dei capolavori trafugati da Napoleone durante le sue campagne nella penisola? Il Belpaese, comunque, ha avuto un comportamento virtuoso nei confronti dell’Etiopia, restituendole nel 2008 l’Obelisco di Axum, portato via da Mussolini nel 1937 per alimentare il mito del ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma.

Mentre ci domandiamo che fine dovrebbero fare le mummie, i sarcofagi, le steli e l’inestimabile patrimonio dell’Antico Egitto conservato al Louvre o al Museo Egizio di Torino, non possiamo non sottolineare la fortuna che al Museo di Berlino ci sia una collezione assiro-babilonese o che al British Museum siano conservate le porte con i leoni alati del sontuoso palazzo di Ninive. Non c’è alcun dubbio, infatti, che se avessero trovato tali capolavori nell’Iraq settentrionale i fanatici dello Stato Islamico li avrebbero distrutti senza pietà, come hanno devastato tutto ciò che era conservato nel museo di Mosul o nello straordinario sito archeologico di Palmira, ormai ridotto in sabbia e macerie.

Insomma, sicuramente per senso di giustizia i capolavori artistici dovrebbero fare ritorno in quei Paesi da cui sono stati strappati decine di anni or sono, dal momento che essi erano – e sono – i creatori di quei preziosi tesori; ma da un punto di vista puramente razionalistico, essendo le opere d’arte per loro definizione patrimonio dell’umanità, si dovrebbero conservare con cura in luoghi sicuri, protetti e visibili ad ognuno, senza alcun tipo di restrizione o senza metterne in pericolo l’esistenza stessa. Al di là delle prese di posizioni che chiunque è libero di prendere, bisogna ricordarci che l’arte è un patrimonio dell’umanità: simbolo e manifesto della storia, della ricchezza e della diversità culturale che caratterizza ogni popolo della terra, e per questo va difesa, protetta, tutelata e messa a disposizione di tutti.

Tradizionale maschera rituale africana.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa