“A Quiet Place”: il silenzio fa paura

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Il cinema horror sta vivendo una grande stagione, sia per successi di pubblico sia per il livello delle pellicole che arrivano nelle nostre sale, grazie anche (o soprattutto) all’incontro fra piccoli produttori volenterosi di rischiare ed autori che hanno qualcosa da dire. Solo l’anno scorso abbiamo avuto il ritorno in grande spolvero di M. Night Shyamalan con Split, primo suo film degno di nota dopo diversi lavori dimenticabili, e soprattutto Get Out di Jordan Peelee, il film che ha stupito tutti, un po’ per l’incredibile successo – di fronte ad un budget di 4,5 milioni (USD) ne ha incassati circa 250 – un po’ per il background del suo autore, noto principalmente come attore ed autore comico in coppia con Keegan-Michael Key. Curiosamente un altro grande horror di quest’anno porta la firma di un personaggio famoso per ruoli comici: John Krasinski con il suo A Quiet Place.

Silenzio o si muore

Il mondo è stato invaso da mostri ciechi che aggrediscono qualsiasi fonte di rumore riescano a localizzare grazie al loro udito superiore. La famiglia Abbott (padre, madre, figli) riesce a sopravvivere al massacro muovendosi in silenzio e comunicando tramite il linguaggio dei segni. La madre però sta per avere un bambino – tradizionalmente un’attività rumorosa – come gestire l’inevitabile scontro?

Uno spunto di poche righe, la sintesi massima tipica dei film High-Concept. Materiale per si e no un cortometraggio, una roba come quelle che Neill Blomkamp carica di continuo sul canale youtube degli Oats Studios sperando che qualcuno gli molli i soldi per farci un lungo. Il nostro Krasinski però è ambizioso, sviluppa la sceneggiatura assieme agli autori del soggetto, dirige e si piazza anche davanti alla macchina da presa, chiama a sé Emily Blunt (sua moglie nella vita reale oltre che nel film) e due giovanissimi attori, fra cui la sorprendente Millicent Simmonds. Rimedia circa 17 milioni e mette in cantiere la produzione. Si fa anche crescere una bella barba che lo fa assomigliare a Nanni Moretti.

Nanni Moretti

John Krasinski

I gesti e i dettagli

Non potendo mostrare troppo delle sue creature a causa del budget contenuto e volendo/dovendo limitare tutto ciò che è parola – non solo verbale ma anche come sottotitolo ai “dialoghi” in ASL e nelle varie scritte diegetiche – Krasinski costringe la nostra attenzione ad ogni gesto e dettaglio, amplificando il significato di ogni interazione fra personaggi ed ambienti. Complice forse il reale rapporto fra il regista ed Emily Blunt e la reale sordità della Simmonds (anche il suo personaggio ha lo stesso handicap) le traiettorie intorno all’evoluzione della storia e dei protagonisti hanno un sapore autentico ed emotivamente carico. Oltre alle performance degli attori, degna di nota è la straordinaria la cura attorno all’editing sonoro di A Quiet Place. Una lieve composizione di sussurri, suoni ambientali che esplodono in violente incursioni della colonna sonora (a cura di Marco Beltrami e decisamente efficace), un meccanismo così ben oliato da rendere i Jumpscares incredibilmente efficaci.

John Krasinski in ultima analisi riesce a sfruttare un pitch rischioso, che poteva facilmente trasformarsi in una palla noiosissima di gente che urla e viene gambizzata, sfruttandolo come escamotage per concentrarsi nell’utilizzo preciso e puntuale degli strumenti con cui il cinema comunica oltre la dimensione verbale. Questa nuova ondata di comedians votati all’horror continua a stupire, e noi aspettiamo Krasinski al varco, speranzosi per la sua prossima regia.

APPUNTO: una questione morale

Sul New Yorker Richard Brody ha posto un quesito importante attorno al film. La famiglia Abbott per proteggersi dai mostri che danno loro la caccia si è rintanata in un’abitazione in campagna, costretta al silenzio e circondata da sistemi di sicurezza. Brody vede nel film la rappresentazione di un’America redneck e conservatrice (l’ambientazione bucolica ed il fatto che gli Abbott siano bianchi) che si sente negato il diritto di esprimersi e che vive nel terrore di venir sopraffatta da un mondo esterno a lei ostile, come appunto i conservatori americani in una nazione (dal loro punto di vista) progressista e votata a sopprimere pensieri divergenti. Difficile dire quanto queste osservazioni siano legittime e quanto siano dovute all’onda lunga dell’amministrazione Trump sul modo di pensare e vedere se stessi degli statunitensi, ma il punto del ragionamento che vorrei proporvi è altrove. Il film di per sé non mostra particolari inclinazioni ideologiche o, almeno superficialmente, solleva questioni di tipo morale e politico. Dobbiamo quindi discernere la valutazione estetica di una pellicola come A Quiet Place (ovvero nel suo utilizzo più o meno appropriato dei segni del testo cinematografico) dall’analisi del sistema di valori che porta con sé, oppure le due cose sono in qualche modo indissolubili?

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.