“Una sintesi di cose non indispensabili”, il primo lavoro dei Libero Ozio

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Come si dice in gergo cinematografico, buona la prima!

Non stiamo parlando di un film, bensì di un album musicale, precisamente “Una sintesi di cose non indispensabili“, primo lavoro del gruppo viareggino indie-folk Libero Ozio.

Libero Ozio, gruppo indie rock-folk viareggino (Da sinistra a destra: Marco Bertolucci, Andrea Milano, Dalia Palmerini, Tommaso Bianchi, Andrea Mei)

Gli inizi, l’allargamento di formazione, gli avvicendamenti e il primo album

La band nasce a Viareggio nel 2015, sviluppandosi attorno nucleo iniziale costituito dal duo acustico composto da Tommaso Bianchi alla voce e Jaime Palagi alla chitarra; da lì si aggiungono in sequenza il chitarrista Andrea Mei, Stefano Duccini alla batteria e Marco Bertolucci al basso, virando così verso sonorità indie-rock con testi rigorosamente in italiano, aprendosi anche a contaminazioni derivanti dalla tradizione cantautorale italiana e dal pop contemporaneo sempre italiano. Dopo alcuni cambi di formazione (ingresso del sassofonista e tastierista Andrea Milano e avvicendamento alla batteria fra Duccini e Dalia Palmerini), i Libero Ozio giungono finalmente alla pubblicazione del loro primo lavoro, uscito quest’anno con un titolo a mio giudizio estremamente azzeccato ed efficace nel descrivere il nostro stile di vita odierno, che in molti casi ci fa dimenticare le cose veramente essenziali e importanti, trasformando la nostra quotidianità in una sintesi di cose non indispensabili.

Una sintesi di cose non indispensabili

Copertina Una sintesi di cose non indispensabili

Una sintesi di cose non indispensabili, il viaggio traccia per traccia.

L’album inizia con Inverno, brano musicalmente connotato dalle atmosfere delicate e morbide del pianoforte e della tastiera, quasi a voler evocare l’effetto della neve che cade sulla pelle, dall’alternanza di strofe parlate e del ritornello cantato e da una dinamica non frenetica ma rilassata, che ti prende per mano e ti accompagna dolcemente dall’inizio fino alla fine della canzone. L’inverno inteso non solo come stagione climatica quanto piuttosto come metafora di una coltre di oblio e di freddo che inesorabilmente avvolge e altera i nostri ricordi, le nostre speranze, i nostri progetti, fino ad insinuarsi nei rapporti fra le persone e cambiando persino la nostra percezione del mondo che ci circonda e il nostro rapporto con la vita.

Vorrei invitarti al ballo è un affresco sulle difficoltà e sulle incognite che caratterizzano una storia d’amore, divisa fra i sentimenti più profondi e gli aspetti più propriamente terreni, concreti e materiali della quotidianità. Il senso di inadeguatezza, di imbarazzo e anche un po’ di disagio nel dichiararsi (metafora dell’invito al ballo) per paura di apparire agli occhi dell’amata un po’ infantile e immaturo, alla fine viene messo da parte con la promessa di non lasciarsi abbattere e travolgere dalle difficoltà, urlando il proprio coraggio. Nel finale, il crescendo di dinamica e di velocità sia della voce, che degli strumenti, sembrano voler in qualche modo enfatizzare e sostenere questa presa di coraggio.

Le notti alla televisione ci descrive, attraverso l’istantanea di una coppia seduta di fronte alla televisione e degli spot pubblicitari che si succedono sullo schermo televisivo, gli effetti causati dalla quotidianità e dalla routine sul rapporto di coppia, il suo progressivo logoramento e il suo lento e affaticato trascinarsi giorno dopo giorno alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi modi per rinnovarsi e mantenersi in vita. Molto bello il tappeto di pianoforte che si appoggia sulla batteria, alternando momenti più leggeri, quasi jazzistici, a momenti più propriamente folk e indie, accelerando e aumentando di dinamica e intensità.

Passando per la incalzante La sala fumatori, dove la nebbia del fumo fa fare alla mente un viaggio indietro nel tempo, precisamente agli anni ’90, facendo venire a galla ricordi, nostalgia e rimpianti legati ad un epoca dove tutto sembrava più semplice, a misura d’uomo, con maggiori certezze sul proprio avvenire e i rapporti fra le persone più diretti, genuini e autentici. 

Si arriva alla delicata e intima Genova piazza principe, dove il pianoforte e il sassofono recitano il ruolo di protagonisti indiscussi, donando a questo brano un’atmosfera introspettiva e leggermente malinconica. Il tema dominante qui è quello del viaggio, sublimato nella metafora del treno, che durante il suo tragitto evoca immagini, ricordi di vita vissuta, e dopo ogni stazione, riparte lasciandosi tutto e tutti alle spalle, proseguendo dritto verso il futuro, tutto da scrivere.

Il treno si ferma alla stazione successiva, La notteleggiadra e intensa, come momento della giornata da trascorrere in solitudine, in compagnia dei propri pensieri e sognando la persona amata, fortemente cercata e chiamata nei propri sogni, che diventano il teatro e il palcoscenico del loro amore e il luogo dove mostrare la propria intimità e il proprio io più profondi senza timori e paure.

Avvicinandosi alla conclusione del viaggio, giungiamo alla Canzone d’andre’, brano contraddistinto dalla batteria e dal cantato incalzanti e ritmati, che si trascinano dietro il pianoforte, creando un insieme ritmato e cadenzato, arricchito nel finale dal bell’assolo di armonica, in puro stile folk.

Capolinea di questo viaggio, è Fotografie, final track morbida e delicata,  giusta conclusione di questo percorso, dove risaltano i tappeti di tastiere e il coretto molto orecchiabile e easy listening.

Un ascolto consigliato

Tirando le somme, il primo album dei Libero Ozio mi è piaciuto molto, l’ho trovato un giusto e sapiente mix fra riferimenti classici della tradizione cantautorale italiana e il tocco più moderno dato dalle influenze indie-folk e l’uso delle tastiere. Un album molto orecchiabile, gradevole, piacevole da ascoltare, che non ti annoia mai e che ti tiene compagnia. Molto belli i testi di Tommaso Bianchi, vere e proprie poesie che dipingono efficacemente e con vividezza le sfumature più intime e piccole della quotidianità e i suoi aspetti più concreti.

Interessante anche l’uso del sassofono, che dona ai brani in cui è stato usato un’atmosfera vagamente jazzistica e un po’ malinconica. Lo consiglio vivamente anche a chi, come il sottoscritto, non fa dell’indie-folk il proprio genere musicale prediletto. Questo album però merita di essere ascoltato e può costituire una succosa e gustosa divagazione dagli ascolti di sempre e una piacevole sorpresa.

Non mi resta che augurarvi buon ascolto. Complimenti Libero Ozio, buona la prima!.

Autore

Nato nel 1991, studente di Giornalismo e cultura editoriale a Parma, appassionato di motori, sport, calcio e musica. Amante della lettura, del caro vecchio Rock n' Roll e super tifoso del Cagliari. Scrivo di musica perché sento di essere in debito verso questa nobile arte che tanto mi ha dato e a cui cerco di restituire qualcosa, sperando di render buon servizio.