Layne Staley e Kurt Cobain: la maledizione del grunge

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Il 5 aprile è un giorno triste per i fan dei Nirvana, degli Alice in Chains e del rock in generale (me compreso). Esattamente ventiquattro e sedici anni fa ci lasciavano infatti due voci incredibili e due artisti carismatici, Layne Staley e Kurt Cobain. Il primo – voce degli Alice in Chains, gruppo grunge della scena di Seattle di fine anni Ottanta e inizi Novanta – era dotato di una voce meravigliosa, potente e di un carisma fuori dal comune, che lo rendevano un performer quasi unico nel suo genere; il secondo – non credo abbia bisogno di molte presentazioni il leader e voce dei Nirvana– ha rappresentato una svolta epocale nella storia del rock e della musica, diventando involontario portavoce e icona di una generazione, la cosiddetta generazione X.

Layne Staley: il male di vivere e il tormento dei propri demoni interiori

Layne Staley, voce degli Alice in Chains

Layne Staley, salito alla ribalta come cantante degli Alice in Chains, per la sua voce potente ma al tempo stesso struggente e molto espressiva, venne ritrovato nel proprio appartamento solamente il 19 aprile 2002, due settimane dopo la data della sua morte, stroncato da una mistura micidiale di droghe, la speedball. Nelle sue canzoni cantava e gridava la sua disperazione, il suo male di vivere, il suo non riuscire a sentirsi adeguato e accettato dal mondo, e di come la droga fosse il suo rifugio dalla propria fragilità e dalla durezza del mondo esterno. Emblematici i versi di una sua canzone, Nutshell, dove canta:

We chase misprinted lies                                                             
We face the path of time 
And yet I fight 
And yet I fight 
This battle all alone 
No one to cry to 
No place to call home....

My gift of self is raped
My privacy is raked
And yet I find, and yet I find
repeating in my head
If I can't be my own 
I'd feel better dead Inseguiamo bugie stampate male Affrontiamo il sentiero del tempo Eppure combatto ancora ed ancora combatto questa battaglia da solo Nessuno per cui piangere, nessun posto da chiamare casa... Il mio dono per me stesso è stato stuprato La mia privacy rastrellata e Cerco ancora ed ancora cerco ripetutamente nella mia testa Se non posso essere me stesso, mi sentirei meglio morto

 

Kurt Cobain: I hate myself and i want to die

 

Kurt Cobain nell’MTV Unplugged del 1993

Kurt Cobain, geniale e tormentata voce dei Nirvana, dopo aver dato alle stampe quello che è considerato forse il più importante album rock degli Anni Novanta, Nevermind, un autentico capolavoro dalla prima all’ultima traccia, entrò in un rapporto controverso e turbolento con la fama, il successo, l’industria discografica, rifiutando con disgusto l’essere stato trasformato ed etichettato come icona pop, in tutto ciò che lui detestava e odiava profondamente. Non sono bastati nemmeno il matrimonio con Courtney Love (cantante delle Hole) e la figlia Frances Bean e la vicinanza degli altri componenti dei Nirvana a salvarlo dal suo tragico destino e dalla volontà di togliersi la vita.

L’8 aprile 1994 venne trovato il suo cadavere nella sua villa di Seattle, ucciso da una fucilata autoinflitta alla testa; la notizia fece immediatamente il giro del mondo, causando lo sgomento e lo sconforto di tutti i fan dei Nirvana, che si sciolsero qualche mese dopo, con appena tre album in studio in studio e meno di dieci anni di attività alle spalle.

La loro arte e la loro musica sopravvive al fantasma e alla maledizione del grunge

Due artisti, due voci fenomenali e soprattutto, due uomini divorati dai propri tormenti e problemi esistenziali, che non hanno saputo resistere alla pressione del successo e della fama, finendo per essere schiacciati e sconfitti dai loro stessi demoni interiori. La droga concepita come via di fuga dalla crudeltà e dallo spietato cinismo del mondo, la mentalità autodistruttiva e nichilista che contraddistingueva il loro modo di vivere ci hanno privato di due cantanti e artisti unici, che tanto hanno dato e avrebbero potuto dire e trasmettere alla musica e alla società di oggi.

Milioni di persone sono cresciute e sono rimaste incantate dalle loro parole e dalle loro canzoni, rivedendosi nella loro rabbia, disillusione e senso di emarginazione. Il loro lascito artistico e le emozioni che hanno trasmesso e continuano ancora oggi a dare a una platea immensa li rende immortali e ancora amati dai loro fan e dagli amanti del rock, tenendo in vita il loro ricordo.  

Un piccolo suggerimento per chi volesse ascoltare qualcosa dei Nirvana e degli Alice in Chains: vi consiglio per i primi l’MTV Unplugged del 1993, un concerto interamente acustico con alcune delle loro canzoni più belle, molto intimo e toccante, con un Cobain in piena forma e più struggente che mai.

Per gli Alice in Chains vi suggerisco l’EP Jar of Flies del 1994, un autentica chicca della loro discografia, con pezzi bellissimi, molto intensi e struggenti, dove la voce di Layne raggiunge forse vette e apici mai più toccate in carriera. Buon Ascolto e che il ricordo di Layne e Kurt sia nei vostri cuori. Stay Rock!

Autore

Nato nel 1991, studente di Giornalismo e cultura editoriale a Parma, appassionato di motori, sport, calcio e musica. Amante della lettura, del caro vecchio Rock n' Roll e super tifoso del Cagliari. Scrivo di musica perché sento di essere in debito verso questa nobile arte che tanto mi ha dato e a cui cerco di restituire qualcosa, sperando di render buon servizio.

1 commento

  1. Da amante dei Nirvana Penso che l’unplugged dei AIC sia decisamente meglio entrambi comunque buoni per serata amici grunge e pop corn

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