Lo zar, il sultano e l’imperatore: bentornati al dispotismo assoluto

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Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre.[1]

Con queste parole, tratte da una delle sue più celebri opere, Charles Dickens descriveva la fine del XVIII secolo: un periodo in cui la “Luce” di un radicale cambiamento dell’ordine costituito si scontrava con le “Tenebre” derivanti dall’impossibilità di conoscere il futuro; la speranza di creare un regime politico migliore si scontrava con la disperazione di una possibile dittatura che poteva far rivivere gli incubi dell’Ancien Régime.
Oggi a distanza di quasi due secoli, questa immagine dipinta dalla magistrale penna di Dickens pare calzare alla perfezione con l’attuale momento storico, dove la “Luce” delle democrazie liberali, fondate sulla sovranità del popolo e sul dibattito parlamentare, sembra essere offuscata dalle “Tenebre” del regime dispotico e dittatoriale, guidato dall’uomo solo al potere.

L’elezione per il quarto mandato di Vladimir Putin, la decisione di promuovere Xi Jinping presidente a vita e il consolidamento di Erdogan sono il chiaro esempio di come il fascino per l’uomo forte al comando sia lontano dall’essere passato di moda.

Vladimir Putin (1952), Xi Jinping (1953) e Recep Tayyp Erdogan (1954).

Vladimir Putin

Da pochi giorni l’incoronazione di Putin a zar di Russia è diventata ormai realtà. Vinte le elezioni con percentuali bulgare, Vladimir ha confermato il proprio potere all’interno dello stato più grande del mondo. La sua ascesa era iniziata nel 1998, quando da ex funzionario del Kgb era stato nominato capo dei servizi segreti russi, e nel 2000, dopo le dimissioni di Eltsin, divenne presidente della Federazione Russa.  L’autoritarismo glaciale di Putin si legge nella lista dei giornalisti morti in aree di guerra o in circostanze misteriose: i dati ufficiali parlano di 359 persone uccise dal 1990 al 2017. Il caso più eclatante fu quello di Anna Politkovskaja, freddata da quattro colpi di pistola nell’ascensore del suo palazzo a Mosca il 7 ottobre 2006. Sul piano internazionale la Russia sotto Putin è tornata ad essere una grande potenza mondiale grazie al suo dinamismo bellico. Gli interventi in Siria al fianco di Assad lo hanno consolidato nel ruolo di mediatore del principale conflitto mediorientale, l’annessione della Crimea e la guerra commerciale con l’Occidente hanno causato una crisi dalla quale lui, Putin, sembra essere uscito paradossalmente più forte.

È stato accusato di aver influenzato le elezioni americane sostenendo Trump e di aver ordinato l’avvelenamento della spia russa in Inghilterra, Sergei Skripal, provocando una tensione altissima tra Londra e Mosca, tanto da portare all’espulsione dei diplomatici dei due paesi da entrambi le parti.

Boris Johnson (53 anni), ministro degli Esteri del governo May ha detto: “I mondiali in Russia sono come le Olimpiadi di Hitler del 1936.”

Lo zar tira diritto. Vince le elezioni. Riceve il quarto mandato da presidente. E soprattutto si vanta di aver avuto molti meriti che gli sono valsi il sostegno della popolazione russa, tra i quali: l’aver combattuto la corruzione presente nell’apparato burocratico statale, l’ascesa della Russia a nuova potenza mondiale, la capacità di aver saputo unire il tradizionale bellicismo zarista e il nazionalismo socialista di stampo sovietico con il beneplacito della Chiesa ortodossa, reggendo un impero multietnico, grande sessanta volte l’Italia e con una popolazione pari alla somma di quella della Germania e dell’Italia, concentrata per la maggior parte nell’area europea.

Forse, come ha scritto Lucio Caracciolo, direttore di Limes, “la Russia non può essere una democrazia, perché se lo fosse non esisterebbe.”[2]

Recep Tayyp Erdogan

Dal 2002 ha la leadership della Turchia. Le privatizzazioni e le misure economiche di apertura ai mercati hanno fatto da volano al suo paese garantendogli il successo. Scevro dal parlamentarismo e dalla partecipazione popolare, autoritario e dispotico oltre ogni modo, per nulla avvezzo al dibattito interno, Erdogan nel corso degli anni ha silenziato l’opposizione, arrestato i giornalisti scomodi, allontanato i professori e i giudici dissidenti al suo regime dalle cariche di rilievo. Il fallito golpe di Stato del luglio 2016, lo ha reso più forte, permettendogli di diminuire progressivamente i barlumi di democrazia esistenti nel paese, di ridurre le libertà di stampa e di parola.[3]

Erdogan ha preso le distanze dall’Europa, orientando la Turchia verso un ruolo chiave nel Medio Oriente. L’entrata nella guerra civile siriana è proprio dovuta a questa impellente necessità di essere l’arbitro indiscusso delle sorti mediorientali, appoggiando i dittatori locali e scontrandosi con l’Occidente.

L’eredità di uno stato laico e liberale pensato da Mustafa Kemal è messo sempre più in discussione giorno dopo giorno. La riforma costituzionale paventata da Erdogan, ma non ancora attuata, potrebbe trasformare la Turchia in una nuova teocrazia guidata dal suo sultano.

Xi Jinping

Lo scorso 11 marzo l’Assemblea Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha approvato quasi all’unanimità un emendamento costituzionale con il quale ha abolito il limite di due mandati per il Presidente della Repubblica. In sostanza, Xi può potenzialmente superare Mao alla guida dell’impero del dragone.

L’incarico a vita per Xi, al potere in Cina dal 2012, è frutto di un’abile politica portata avanti nel corso degli anni. Sul piano interno ha dato avvio ad una grande epurazione espellendo i burocrati corrotti dalle file del partito e dall’imponente apparato statale. Sul piano estero ha proseguito con una politica economica di soft power che ha permesso alla Cina di diventare la principale economia del mondo. Xi Jinping ha costruito il suo consenso debellando i corrotti e dando lustro ad una nazione dal profondo potenziale inespresso, accentuando lo sviluppo tecnologico e industriale non badando all’inquinamento e alla fitta velenosa coltre di nebbia che offusca i maggiori conglomerati cinesi.

Il momento dell’elezione di Xi Jinping.

Capo di Stato, segretario del Partito Comunista e presidente della commissione militare centrale, Xi Jinping con un potere immenso nelle proprie mani è il nuovo imperatore del Dragone e, garantendo la stabilità alla Cina, può ambire a cullare il sogno di trasformare il colosso cinese nella prima potenza mondiale, sfruttando l’isolazionismo americano e la debolezza dell’Europa.

Dispotismo terribile e affascinante

Putin, Erdogan e Xi: lo zar, il sultano e l’imperatore. Uomini simbolo di un dispotismo assoluto terribile e affascinante. Osteggiati dalle istituzioni internazionali e criticati dalle esili voci degli oppositori interni, spesso silenziati dalla mano del governante autoritario, questi leader non mancano di essere ammirati ed esaltati da milioni di persone, perse nella vacuità delle democrazie occidentali e nell’omologazione culturale determinata dalla globalizzazione selvaggia. La paura non è l’esistenza di tali monarchi, ma il fatto che tali uomini, autoritari e decisionisti, attraggano le simpatie di milioni di individui che, emarginati dalle società occidentali e persa la propria identità perché privati di diritti, sperano nel ritorno di un uomo forte al comando, una sorta di Dio in terra capace di risolvere ogni problema accentrando tutto il potere nelle sue mani.   

Era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi, andavamo dritti dritti al Cielo, andavamo dritti dritti dalla parte opposta.[4]

[1] Dickens C., Le due città, (1859), Milano, BUR, 2012, p. 37.

[2] http://www.limesonline.com/rubrica/democratura-il-cuore-antico-del-regime-di-putin

[3] http://www.5avi.net/2016/07/21/il-golpe-e-il-sultano-erdogan-piu-forte-la-turchia-piu-debole/

[4] Dickens C., Le due città, (1859), Milano, BUR, 2012, p. 37.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa

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