“Ponerse las gafas violetas”: una prospettiva femminista

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Femminista. Questa sconosciuta

Da Treccani, Femminismo viene definito come

insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica.

Niente di spaventoso o preoccupante, giusto?
“Femminismo” è anche stata definita parola dell’anno 2017 secondo il dizionario americano Merriam-Webster.
Allora perché ancora troppo spesso questa parola ci sembra sconosciuta? Perché ne manteniamo le distanze come se fosse una specie di malattia contagiosa? Ci fa forse paura?
Forse ci farebbe bene fermarci un attimo e riflettere.

Ho incontrato, virtualmente, Sara, una ragazza italiana che sta facendo il Servizio di Volontariato Europeo in Spagna, a Avilés, nelle Asturie. Collabora da settembre con l’Asociación de mujeres para la reinserción laboral XURTIR. Un’associazione che promuove l’autonomia delle donne e l’inclusione sociale della collettività femminile in tutte le aree della società.

Ciao! Sono tante le cose che ti vorrei chiedere, ma partiamo dall’inizio. Che cos’è l’Asociación de mujeres para la reinserción laboral XURTIR?

È un’associazione per l’inserimento e il reinserimento lavorativo di donne con difficoltà. Difficoltà che possono essere di diverso tipo: persone uscite di prigione, vittime di violenza, che hanno perso il lavoro, con figli a carico senza sostegni dalla famiglia.
È giusto sottolineare che non si tratta di un centro anti-violenza. Possono arrivare qui persone che hanno bisogno di una mano o hanno solo voglia di stare in compagnia. È fisicamente un luogo dove ci si può incontrare per confrontarsi, parlare dei propri problemi o solo per staccare dalle situazioni che ognuna vive.

Concretamente l’associazione come lavora? Quali sono le attività che vengono proposte? 

L’Associazione, sostanzialmente, lavora su due assi: la formazione e la sensibilizzazione.
Si organizzano corsi di formazione professionale a più livelli. Una parte dei corsi vengono fatti dall’associazione. Io, ad esempio, tengo lezioni di lingua inglese e italiana. Un’altra parte, come i corsi di cucina, sono organizzati dall’associazione ma tenuti da persone esterne.
Ci sono, però, anche attività di sensibilizzazione contro la violenza di genere dedicate soprattutto a ragazzi/e delle superiori.
Collaboriamo con tante associazioni del territorio che si occupano di donne ma anche con altre realtà, come la rete di appoggio a persone africane o attraverso la partecipazione al “Consiglio della donna” (uso la traduzione letterale perché non c’è il termine corrispondente in italiano) all’interno del Comune.
Ci sono solo due persone fisse che lavorano nell’associazione. È vero anche che il posto non è molto grande. A Avilés ci sono circa 80mila abitanti.

Visto che parli di un posto relativamente piccolo, credi che un’associazione come la vostra sia un caso isolato o pensi che associazioni di questo tipo siano sparse su tutto il territorio, anche fuori dalle grandi città?

Fin da subito mi ha colpito il fatto che sia a livello pubblico che a livello regionale, l’associazionismo è un tema molto sentito.  Anche per quanto riguarda associazioni di donne o che promuovono l’inclusione sociale, la nostra associazione non è un caso isolato. Inoltre di queste tematiche se ne parla quotidianamente sui social network e sui giornali. 

Quindi ci si sta anche preparando alla Manifestazione Globale dell’8 marzo? Lo sciopero proposto da Ni Una Menos Argentina e poi accolto da oltre 70 paesi nel mondo, tra cui anche Italia e Spagna

Per quanto riguarda la Spagna le linee guida sono già state dettate. Lo sciopero è diviso in settori: sarà lavorativo, studentesco, del “cuidado” (le cure domestiche di qualsiasi tipo: dalla pulizia, alla cura dei famigliari, bambini, anziani), e dei consumi: evitare di comprare o consumare in qualsiasi tipo di esercizio commerciale.
Tre sindacati (CNT, UGT e Confedercian Intersindical) hanno convocato uno sciopero di 24 ore.
Visto che l’anno scorso chi ha partecipato allo sciopero ha avuto ripercussioni abbastanza pesanti dal punto di vista lavorativo, con anche licenziamenti, quest’anno si sta cercando di organizzare meglio.

E la vostra associazione ha aderito? Come parteciperà?

L’Associazione sta partecipando già attivamente. Memori dell’esperienza della manifestazione dello scorso anno, che per certi versi è stata problematica, in diverse parti della Spagna l’organizzazione è partita in anticipo. Da noi le riunioni si fanno a Oviedo da dicembre, e una rappresentante dell’associazione ha sempre partecipato.
Abbiamo fatto anche attività di sensibilizzazione nel bar dell’associazione, come dibattiti e momenti di confronto. Ci sono state due assemblee nazionali nelle quali sono state avanzate le proposte che vengono poi concretizzate nelle diverse comunità autonome. Un’attività che si sta portando avanti è quella di decorare dei grembiuli con varie scritte, come “El 8 de marzo nosotros paramos”, e appenderli fuori dalle finestre in sostegno dello sciopero. Un’altra attività proposta si chiama “Feministas on the road”. Qui ci sono tre grandi città e il resto sono tutte zone rurali: l’idea è proprio quella di prendere una macchina o un furgoncino e girare un tour per spiegare le ragioni dello sciopero.
Ovvio che nelle città le persone sanno quantomeno dell’esistenza dello sciopero, però nei paesi è sicuramente diverso.


Se si riconoscono differenze tra città e paesi, ti sembra che ci siano anche grandi differenza tra Italia e Spagna? Da quello che racconti sembra che in Spagna la manifestazione sia stata costruita come un percorso iniziato già da mesi e sorretto da istituzioni politiche e media. In Italia, invece, non si fa che parlare di elezioni in questo periodo.

Prima di partire, mi sembrava che la situazione in Italia fosse davvero drammatica. Sono arrivata qui, e da subito ho iniziato a fare confronti con il paese che avevo lasciato e mi sembrava un altro mondo. È anche vero però che, cercando più a fondo, qualcosa si muove anche in Italia. Per esempio, ricordo che in preparazione allo sciopero dell’anno scorso sono state organizzate diverse assemblee. In Spagna, però, è differente; si è iniziato prima e il sentimento è un po’ più radicato. Se ne parla tantissimo. Poi bisognerà vedere se rimarrà tutto sulla carta o se le persone parteciperanno attivamente.
In Italia c’è ancora l’impressione che il femminismo sia, non so, una specie di malattia. Muovendomi in questo ambiente, invece, ho conosciuto una prospettiva molto differente. E questa prospettiva ti permette di cambiare la maniera di pensare e vedere le cose che ti sono già successe, l’ambiente, la società, le relazioni con gli altri.

Quindi pensi sia un modo diverso di vedere le cose da italiani e spagnoli? Oppure sono visioni diverse che si adottano servendosi di prospettive differenti?

Entrambe le cose. Ovviamente viaggiare e vivere in un posto diverso ci permette di scoprire le differenze con il nostro paese. Penso che in Spagna vengano trattate diverse tematiche in maniera molto più libera. La prima settimana che sono arrivata qui mi hanno portata in un centro, la “Oficina de Juventud“: uno spazio dove ragazzi e ragazze possono parlare e confrontarsi. È tutto autogestito, ci sono delle figure professionali, come il sessuologo, ma sono gli stessi adolescenti a organizzare le attività. In Italia dove abitavo io una cosa del genere non l’ho mai vista. D’altra parte però, è anche vero che il posto dove lavoro mi ha permesso di adottare una visione completamente differente. C’è un’espressione molto bellina in spagnolo: “Ponerse las gafas violetas” che significa “Mettersi gli occhiali viola“. Il viola è il colore del femminismo. Ed è così: sono come occhiali che una volta che metti è difficile togliere, perché rivaluti tutto in una prospettiva diversa.

Per questo forse, una manifestazione una volta all’anno non basta. C’è bisogno realtà come queste per garantire una continuità e, soprattutto, incidere nell’educazione?

Sì! Dalle azioni di sensibilizzazione, rivolte soprattutto agli adolescentiè stato notato che esistono dei livelli di machismo impressionante anche in ragazzi di 16/17 anni. Sarebbe opportuno iniziare prima, perché purtroppo arrivati a quell’età la mente è già formata. E questo emerge sia nei ragazzi che nelle ragazze. Infatti, l’associazione ha portato avanti anche dei laboratori nelle scuole elementari in preparazione all’8 marzo, adattando l’approccio e i materiali. Ovviamente deve essere un’educazione parallela che avviene nei confronti di bambine/ragazze e bambini/ragazzi. Sia per riconoscere i segnali se senti che intorno hai qualcuno che ti può fare una qualche forma di violenza (violenza fisica, psicologica, che abbassa l’autostima) sia per conoscere se stessi e rapportarsi con gli altri.

Se la parola “femminismo” ci fa ancora paura, forse la soluzione potrebbe essere quella di provare di tanto in tanto ad indossare questi Occhiali Viola. Per confrontarsi. Per porci delle domande. Per provare a guardare con occhi differenti. E se non lo facciamo ora, quando?


(Questo è uno dei video che vengono mostrati nelle scuole durante le attività di sensibilizzazione)

Autore

Trentina, classe '94. Scrivo (diari disperati) dal 2003. Qualche anno fa, a Verona, ho incontrato il grande amore della mia vita: la radio. Ora studio a Torino, dove continuo a fare le cose che mi piacciono di più: parlare e scrivere (continuamente).

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