Italia 2018: le elezioni della competenza, delle promesse e del populismo

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Dopo sette anni, domenica 4 marzo il popolo italiano è chiamato alle urne

Dopo sette lunghi anni, quattro governi (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), una crisi inesorabile, quasi due lustri di recessione economica e sociale, l’Italia è chiamata all’appuntamento con la storia. I cittadini possono, finalmente, avere l’opportunità di eleggere con il proprio voto un nuovo esecutivo, onorato da un’autentica certificazione popolare.

Quella a cui abbiamo partecipato da osservatori interessati è stata una delle campagne elettorali più brevi e più brutte dell’intera storia repubblicana. In un clima teso, di divisione profonda, di isteria collettiva, molti hanno cercato di dividere tra i puri e gli impuri, gli onesti e i disonesti, i rinnovatori e i conservatori, i progressisti e i tradizionalisti. Molti hanno creato un clima da battaglia per calunniare l’avversario senza entrare realmente nel merito dei programmi. Molti hanno parlato di competenza pur avendo dimostrato al governo di essere i veri incompetenti. Molti si sono lasciati andare a promesse, pur sapendo che rimarranno tali, per l’incapacità di poterle attuare nella realtà. Molti – per non dire tutti –, infine, sono stati tacciati di populismo.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a strumentalizzazioni di orrendi crimini, ad aggressioni fisiche ingiustificate, all’imperversare della retorica razzista, al risorgere del nazionalismo più brutale inneggiante all’ideologia fascista. Ma anche a duri scontri e percosse che hanno visto protagonisti quanti, proclamandosi antifascisti, con la pretesa di difendere i valori fondanti della Repubblica, si sono lasciati andare ad atti di violenza indiscriminata, cadendo così nel diabolico errore di rispondere alla violenza con la violenza, non facendo altro che violare i sacrosanti principi costituzionali dell’antifascismo pacifico e democratico. Evidentemente il fanatismo ideologico non sta solo da una parte.

Pars destruens, pars costruens

In un clima del genere, talvolta fomentato e legittimato da determinate forze politiche, i principali partiti del frastagliato scenario politico nostrano si sono cimentati più nella pars destruens, criticando l’avversario, che nella pars costruens, ossia nella spiegazione del programma elettorale e delle nuove proposte di cambiamento.

Da sx a dx, la presidentessa di Fratelli d’Italia (FdI) Giorgia Meloni, il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi (Fi), il segretario della Lega Matteo Salvini e il capo politico di Noi con l’Italia-Udc Raffaele Fitto, durante l’appello finale al voto al Tempio di Adriano, Roma. Foto ANSA/ANGELO CARCONI

Il centro-destra

La coalizione di centro-destra, che vede molto probabilmente come primo partito la Lega di Matteo Salvini, è il frutto delle grandi capacità federative del redivivo Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia, infatti, davanti all’opportunità di poter prendere nuovamente le redini del potere sembra aver deciso di mettere da parte le enormi differenze tra il suo partito (e Noi con l’Italia di Fitto) con quelle della Meloni e di Salvini, per far sì che un centro-destra unito possa tornare a giocare il ruolo di leader in Italia. Incredibile non è tanto il fatto che Fi e Lega siano di nuovo insieme – d’altronde questa è sempre stata un’alleanza “normale” nelle logiche di governo -, quanto il fatto che Berlusconi possa continuare a guidare una forza politica, seppur al di fuori delle istituzioni, da impresentabile, incandidabile e ineleggibile, a causa di una condanna che lo ha interdetto dai pubblici uffici.

Ma passando al contenuto delle proposte. Due risultano essere le iniziative più importanti dell’eventuale governo di centro-destra: la Flat Tax al 23%, che porterebbe ad un calo netto delle aliquote fiscali, e la promessa delle pensioni minime a 1000 € per tutti. Promesse, appunto, che Berlusconi ha voluto controfirmare nell’ennesimo contratto presentato durante il Porta a Porta di Bruno Vespa, nel quale ha giurato di impegnarsi nel portare la disoccupazione italiana sotto la media europea dell’8,7%.

Il centro-sinistra

Matteo Renzi a colloquio con Pier Ferdinando Casini. Ha fatto scalpore l’elezione di Casini (Dc, UdC ecc…) a Bologna, dove ha tenuto comizi nelle sedi dell’ex PCI.

Gli alleati del PD di Matteo Renzi: +Europa di Emma Bonino, Civica Popolare di Beatrice Lorenzin e Insieme di Riccardo Nencini.

Nel centro-sinistra, abbiamo il Partito Democratico dell’ex premier Matteo Renzi, rimasto sulla scena politica italiana nonostante le promesse di allontanamento in caso di sconfitta al referendum costituzionale del dicembre 2016. Con lui anche +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, un partito incentrato sul carisma dell’ex leader radicale dei diritti civili, intriso di europeismo, neoliberismo e volontà di opporsi alle cosiddette politiche sovraniste. Ma nella coalizione di centro-sinistra rientrano anche Civica Popolare dell’ex ministro della salute Beatrice Lorenzin e Insieme. La proposta politica ed economica è incentrata sull’aumento del lavoro e la ricerca della stabilità, proseguendo sulla linea di un governo, quello di Renzi prima e Gentiloni poi, che ha permesso all’Italia di accrescere dell’1,5% del PIL e di creare un milione di posti di lavoro, nonostante quasi tutti con un contratto a tempo determinato.

Come partito indipendente, al di fuori cioè della coalizione di centro-sinistra, figura Liberi e Uguali dell’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, di Bersani, D’Alema e di coloro che si sono opposti fortemente alla leadership renziana del PD.

Il Movimento 5 Stelle

Infine, il Movimento 5 Stelle, che, lontano dalle logiche partitiche di coalizione, ha deciso di correre da solo, fiducioso  – o forse illuso – di poter sfondare la soglia del 40% per governare da solo senza avere la necessità di stringere alleanze. Il dubbio è proprio questo. Se l’M5S, come probabile, diventerà il partito di maggioranza relativa e avrà l’incarico dal presidente della Repubblica per formare il nuovo governo come agirà? Con chi si alleerà? Fino ad oggi i cinquestelle hanno sempre dichiarato di essere aperti al dialogo e a una eventuale firma su un contratto condiviso su specifici punti. Le perplessità della capacità governativa dei pentastellati, inoltre, pare essere stata messa in dubbio anche dalla loro effettiva capacità di selezionare la propria classe dirigente, in seguito allo scoppio del caso “rimborsopoli” – o donaziopoli?  – , per i quali alcuni M5S sono stati accusati di aver violato il codice etico interno al movimento, che prevede la donazione di parte dello stipendio da parlamentari ad un fondo a sostegno delle micro-imprese, in quanto avevano mentito sulla rinuncia a tali somme di denaro.

Luigi Di Maio al centro con la squadra di ministri di un eventuale governo del M5S.
Affari regionali, rapporti con Parlamento e democrazia diretta: Riccardo Fraccaro.
Giustizia: Alfonso Bonafede
Pubblica amministrazione: Giuseppe Conte
Sviluppo Economico: Lorenzo Fioramonti
Politiche Agricole: Alessandra Pesce
Lavoro: Pasquale Tridico
Ambiente: Sergio Costa
Sport: Domenico Fioravanti
Economia: Andrea Roventini
Sanità: Armando Bartolazzi
Esteri: Emanuela Del Re
Interni: Paola Giannetakis
Difesa: Elisabetta Trenta
Infrastrutture: Mauro Coltorti
Istruzione: Salvatore Giuliano
Qualità della Vita: Filomena Maggino
Beni culturali: Alberto Bonisoli

Nonostante questi scandali, strumentalizzati dalle parti opposte, ree a loro volta di non aver mai rinunciato neanche ad un euro del loro stipendio, i cinquestelle hanno presentato un programma incentrato fortemente sul contrastare le politiche di austerity, sull’introduzione del reddito di cittadinanza minimo a 780€, sugli investimenti nell’istruzione e nella sanità pubblica, così come nell’ambiente. Ma, soprattutto, a dispetto delle vacue polemiche mosse dalle opposizioni, i cinquestelle sono stati il primo partito nella storia a presentare l’eventuale squadra di governo ancora prima di conoscere l’esito delle elezioni. Tra i nomi di punta spiccano gli economisti Andrea Roventini e Lorenzo Fioramonti, rispettivamente al ministero dell’Economia e dello Sviluppo economico, Emanuela Del Re (Esteri) e Paola Giannetakis (Interni). Un mix di competenza ed eccellenza, mostrato dagli alti profili professionali e curricolari, conosciuti e stimati anche a livello internazionale. Roventini, per esempio, ha collaborato con i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ed è parso avere fin da subito le idee chiare sulla permanenza dell’Italia nell’Euro, sul ruolo chiave che il Belpaese deve giocare in Europa e sul dialogo costante con Francia e Germania per ridiscutere i termini del Fiscal Compact, investendo nel welfare e nell’economia reale. Quanto invece è promessa e quanto utopia il progetto di Fioramonti di rendere l’Italia completamente “rinnovabile” entro il 2050?

Infine una riflessione: cosa è il populismo?

“Populista” è diventato un termine offensivo nell’uso corrente che se ne fa. Quando sarebbero necessarie almeno delle catalogazioni. Nell’Europa impaurita tale termine ha quasi sempre una radice xenofoba e razzista. Nell’accezione (e eccezione) italiana, la Seconda Repubblica è nata dal populismo territoriale di Umberto Bossi, da quello mediatico di Silvio Berlusconi e da quello giudiziario di Antonio Di Pietro. Fino all’attuale e impetuoso momento storico per cui tutto finisce per essere considerato populismo: quello xenofobo-nazionalista di Salvini e Meloni, quello retorico-propagandistico di Renzi e Berlusconi, quello oltremodo chiaro e ambiguo di Grillo, Di Maio e Di Battista, “i populisti impreparati, incompetenti e pericolosi”, definiti quando fascisti e quando comunisti dai politici sopracitati.
E allora bisogna fare attenzione, distinguere, valutare caso per caso. E ricordarsi cosa diceva il politologo francese Jean Leca: «Quando dal popolo emergono ragionamenti ragionevoli sono popolari. Se non ci piacciono, sono populisti ». Aggiungerei: se tali ragionamenti si oppongono a certi poteri che hanno la pretesa di essere intoccabili, allora non sono solo populisti, ma diventano estremamente “pericolosi”.

 

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa