Cartolina #5: in una Bruxelles congelata, il “tropical-rock” degli Hit-kunle

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Il grande freddo è arrivato: lo sapete voi in Italia, lo so io qui a Bruxelles. Le temperature scendono vertiginosamente sotto lo zero e sembra che proprio non ne vogliano sapere di tornare su, a livelli più accettabili. Come fare a sopravvivere? Chiudersi in casa, drogandovi di Netflix e cioccolata calda, diventando un tutt’uno con il plaid? Forse. Ma si può fare di meglio. Armatevi di coraggio e di un cappotto pesante, di un cappello e una sciarpa di lana e fate un atto rivoluzionarioUSCITE e andate alla ricerca di un buon bicchiere di vino e di musica live che sia in grado di scaldarvi corpo e anima. Se poi trovate un’Osteria Agricola Toscana e il tropical-rock degli Hit-Kunle potrete dire di aver trovato la felicità.

Dopo una breve pausa, a Bruxelles riprendono gli eventi live organizzati dalla Livingstone Independent. Domenica 25 febbraio è stata la volta degli Hit-Kunlepower trio (con Folake Oladun – cantante/chitarrista e autrice di brani -, Marco Mason – batterista, e Massimiliano Vio al basso) in tour dallo scorso ottobre tra Italia, Francia e Belgio per presentare il loro album d’esordio “In the Pot”. Già rigenerata da un bicchiere di vino e dal calore che trasmette sempre l’Osteria Agricola Toscana, non mi sono lasciata scappare l’occasione di farci due chiacchiere per conoscerli meglio, e farli conoscere meglio anche a voi che mi leggete.

  • Si comincia con la domanda di rito: ma chi sono gli Hit-Kunle?

Folake: Il progetto Hit-Kunle è un power-trio che arriva da Padova. Come coordinate musicali noi amiamo definirci come un gruppo che fa tropical-rock, che per noi è un miscuglio di generi differenti: una sorta di melting pot che passa per afro, soul, latin e rock. Rappresenta un po’ l’incontro tra due modi di concepire la musica: quello occidentale e quello invece più vicino al Sud del mondo. Quindi si tratta di una specie di ncontro tra caldo e freddo, tra cui con la nostra musica cerchiamo di trovare un equilibrio. E la cosa che ci piace portare di più nella musica è il groove, è quello con cui ci piace comunicare di più.

  • Da quanto tempo esiste il progetto?

Marco: Un paio di anni. Inizialmente il progetto  aveva un altro nome e vedeva Folake, che è anche autrice dei brani, insieme ad altri musicisti. Poi c’è stato un cambiamento per quanto riguarda la sezione ritmica – quando sono arrivato io e Max al basso – e con questo cambiamento anche la band ha cambiato nome.

  • Ma Hit-Kunle cosa significa?

F: Il nome della band è composto da due parole. L’inglese hit, quindi “colpo”, e kunle, che in “yoruba” – un dialetto che si parla in West Africa, per lo più in Nigeria e Ghana –  significa “che riempie abbondantemente la casa”, si tratta più di un concetto che di una semplice parola. Quindi mettendo le due cose insieme si ottiene l’espressione “colpo che riempie abbondantemente la casa”: è un’immagine che ci piace, che secondo noi trasmette calore ed energia, e rimanda al fatto che per noi il ritmo è assolutamente centrale nella musica.

  • Come potreste descrivere il vostro album “In the pot”?

M: “In the pot” è un album che raccoglie i brani che inizialmente aveva concepito Folake, e che in parte poi sono stati riarrangiati con questa formazione. L’album esprime un po’ quanto detto prima sull’idea alla base della band: nei nostri brani cerchiamo di enfatizzare molto l’aspetto più ritmico del groove, però sempre lavorando sulla fusione tra suggestioni più africane e latino-americane e una buona parte di pop e rock occidentale.

F: Alla fine anche solo per gli strumenti che utilizziamo … siamo un power trio rock!

  • Ho letto che siete arrivati terzi nella classifica di Keeponlive per il mese di Febbraio per quanto riguarda le novità dal vivo. Immagino dimensione live per voi conti molto …

F: E’ assolutamente fondamentale. Diciamo che avevamo già concepito il disco pensando a come avrebbe dovuto suonare dal vivo, quindi questo fa già capire qual è nostra direzione. Poi va anche detto che al momento  per molte band, soprattutto agli inizi, il live è cruciale per poter ottenere degli introiti. Comunque tutti i nostri pezzi nascono pensando “ok, come dovrebbe suonare questa cosa avendo davanti un pubblico? Quindi sì, il live è decisamente molto importante per noi!

  • Ci sono alcune date del tour che vi sono rimaste particolarmente impresse per qualche motivo?

M: Quella per l’evento organizzato per i vent’anni di Rock-it sicuramente. Siamo rimasti anche un po’ sorpresi dall’ottima reazione del pubblico presente: era molto bendisposti e diciamo che ci siamo trovati d’accordo! In più, dobbiamo assolutamente nominare la data fatta a casa nostra a Padova, per lo Sherwood Open Live. Anche lì ci siamo trovati di fronte tante persone con cui ci siamo trovati subito in sintonia.

F: C’era quel perfetto equilibrio tra un pubblico attento a cosa ascolta ma che al tempo stesso ha voglia di ballare e fare festa.

  • State notando delle differenze tra il pubblico in Italia e all’estero? Oppure possiamo dire che la musica è universale?

F: Il metro che usiamo per capire come va un live è guardare la gente, vedere come regisce. Quindi guardando a come si muoveva la gente in Italia e come si muove qui all’estero, dico sicuramente che la musica è universale. Dal momento che li vedi ballare e reagire ti rendi conto che ci stiamo capendo.

M: Forse, e sottolineo forse, anche perché comunque siamo solo al quarto live fuori, facendo una media qui c’è un po’ più gente che si lascia andare al ballo anche a un concerto di un gruppo sconosciuto come noi. Succede anche in Italia ma forse con una media più bassa.

F: Sì, con una media più bassa oppure forse il fatto è che ci metti un po’ di più a farli scaldare.

M: Qui può capitare anche che qualcuno si trovi anche per caso ad un live, ma da subito è già lanciato e pronto a ballare. Forse in Italia per i gruppi emergenti ci vuole un po’ di più a coinvolgere il pubblico.

F: Diciamo che devi convincerli!

  • Cosa sognate per il vostro futuro? Ovviamente vale anche pensare in grande!

F: In questi due anni sono successe tante piccole cose che mi hanno un po’ fatto avere un’idea di cosa sia suonare, dato che fino a due anni fa non suonavo dal vivo. A me piacerebbe potermi immaginare in un futuro in cui sono anche in Italia, ma posso vedermi come una musicista a tutti gli effetti, sapendo che è proprio il mio lavoro. Vorrei poter dire “io faccio questa cosa qua, io lo riconosco e lo riconoscono anche gli altri”, al di là dei numeri che faccio o che facciamo con gli Hit-Kunle. Più in là di questo non riesco a vedere, perché secondo me questo sogno è già tanto grande quindi mi ostruisce già la visuale!

M: Non perché non ci si voglia sbilanciare, ma l’idea più bella è dire “mi pago un appartamentino facendo i concerti dove ti danno i soldi per suonare!  (Folake di sottofondo: – anche un appartamento grande non fa schifo a nessuno eh! – )

F: Certo, questa è la parte fondamentale che regge tutto, ma veramente, almeno per quanto riguarda me, il bisogno che sento di più è quello di essere riconosciuta come musicista, e come una persona che ha un ruolo  vero e proprio nella società. Essere un mestierante, nel senso più positivo del termine.

Al termine del live degli Hitkunle il freddo è solo un ricordo lontano, la loro musica e la loro energia positiva hanno invaso tutta l’Osteria, travolgendo tutti noi presenti. A loro non posso che augurare di realizzare i loro sogni. Per me – per quel poco che possa valere – sono già dei musicisti a tutti gli effetti, che non vedo l’ora di poter riascoltare dal vivo.

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.

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