La cella della libertà al Mandela Forum di Firenze

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Il Mandela Memorial al Mandela Forum di Firenze.

Per ventisette lunghissimi anni, colui che sarebbe diventato l’africano più conosciuto del pianeta, visse segregato come un animale dietro le sbarre del carcere di Robben Island, l’Alcatraz sudafricana, una piccola isola posizionata davanti a Città del Capo. La sua colpa: quella di essersi opposto strenuamente al regime di apartheid esistente in Sudafrica.

Pochi giorni fa, il 14 febbraio  per l’esattezza, al Mandela Forum a Firenze è stata svelata la riproduzione in vetro della cella del carcere dove Nelson Mandela venne recluso dal 13 giugno 1964 al 31 marzo 1982. Uno spazio piccolo e angusto di 6 m², con un secchio come bagno, un tappeto come letto e due finestre. In tali condizioni egli fu costretto all’isolamento, privato “della compagnia, dell’esercizio fisico e perfino del cibo: per tre volte al giorno” i detenuti ricevevano solamente “acqua di riso, cioè l’acqua di cottura del riso.”[1]

Le parole di Mandela sono emblematiche delle condizioni di vita a cui era sottoposto nello stato di prigionia. Esse mostrano tutta la sua forza di volontà e la consapevolezza di dover emergere per affermare la giustizia, la libertà e il riconoscimento che per tutta la vita erano stati negati al suo popolo e una parte dell’umanità.

Il carcere e le autorità carcerarie congiuravano per privarci della nostra dignità, e questa per me era la garanzia che sarei sopravvissuto. Qualunque uomo o istituzione che voglia privarmi della dignità è destinato a perdere, perché non sono disposto a rinunciarvi a nessun prezzo e in seguito a nessuna pressione.[2]

Per quanto a lungo la dignità umana deve essere calpestata per essere finalmente riconosciuta? Ancora oggi in molti luoghi del mondo, milioni di persone grondano sangue e vedono i loro diritti continuamente oltraggiati per la bramosia e il disprezzo di pochi.

Nelson Mandela (1918-2013), icona del XX secolo. Presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999. Nel 1985 è diventato cittadino onorario di Firenze e nel 2012 ha ricevuto il fiorino d’oro del capoluogo toscano. Incredibile ma vero, dalle pagine dei Figli e i giorni di Eduardo Galeano: 1 luglio, “Un terrorista di meno”: “Nell’anno 2008, il governo degli Stati Uniti decise di cancellare Nelson Mandela dalla lista dei terroristi pericolosi. Per sessant’anni, l’africano più prestigioso del mondo aveva fatto parte di quel tenebroso catalogo.” (E. Galeano, I figli dei giorni, Trento, Sperling & Kupfer, 2012, p. 207.)

Da inferno sulla terra, oggi la cella è stata trasformata in un simbolo di abnegazione, sacrificio e forza di volontà: virtù grazie alle quali Mandela ha potuto proseguire il “lungo cammino verso la libertà” sua e del suo popolo. Quei 18 anni di isolamento hanno forgiato e temprato lo spirito di un soldato della pace, di un insaziabile amante della fratellanza tra gli uomini, di un appassionato portavoce dell’assordante silenzio intorno alle vittime sacrificate sull’altare dell’odio e dell’intolleranza. La cella, svelata a Firenze e aperta alla cittadinanza 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’anno, è diventata così l’emblema della vittoria della libertà, consolidando la visione di un uomo che ha combattuto per tutta la vita in difesa di un ideale.

Una della cose che Nelson Mandela mi ha detto quando ero piccola – ha pronunciato alla cerimonia la nipote dell’ex presidente africano, Ndikela – è che la cella gli ha dato la possibilità di trovare l’energia che ognuno di noi ha dentro.

Un’energia che chi ha soprattutto la responsabilità di governo deve incarnare per combattere la forza dell’onda discriminatoria, che con rinnovata potenza si sta abbattendo sul mondo.

La testimonianza di Ndikela e la vita di Nelson oggi più che mai devono servire da esempio di fronte al nazionalismo montante, al risorgere del fanatismo ideologico e alla retorica razzista di alcuni partiti politici, che hanno fomentato – se non addirittura legittimato – i barbarici atti commessi da squallidi personaggi come Luca Traini a Macerata. Quale differenza c’è tra un fondamentalista di matrice islamica che uccide a sangue freddo decine di persone innocenti e un invasato di ideologia fascista che tenta di ammazzare dei civili inermi perché di colore? Nessuna. Entrambi sono terroristi e come tali devono essere considerati. Pene certe, giustizia, inclusione, spirito di fratellanza, condivisione, dialogo, difesa del pluralismo e rispetto delle differenze: queste sono le armi da utilizzare contro chi predica odio e intolleranza; questi sono i saldi principi che predicava Mandela dalla cella di Robben Island per stabilire la convivenza civile tra popoli diversi tra loro, ma uguali nella ricerca della felicità.  

Ecco l’insegnamento di Mandela. Quando modelli storicamente determinanti di una società vengono universalizzati si cade nel razzismo più brutale. La convivenza civile sta nel riconoscere e nel rispettare la diversità e l’irriducibilità dell’altro a noi stessi. Per questo motivo combattere l’apartheid ha significato eliminare la disuguaglianza razziale, l’avidità, la cupidigia, la bramosia di potere, il desiderio di sottomettere il nero da parte del bianco con la scusa di “civilizzarlo”, quando invece il vero motivo era sfruttare il terreno che abitava, riducendolo ad una condizione di schiavitù.
Un uomo c’era riuscito a sconfiggere questa ignominia, dopo tanto studio, tante lotte, sacrifici, sofferenze e dopo ben 27 anni di prigionia dal 1963 al 1990, diventando il simbolo della lotta per la pace, per la giustizia, per la libertà.

La cella al Mandela Forum di Firenze è l’emblema di tutto questo e ha il compito di stampare in modo indelebile nelle nostre menti e nei nostri cuori i saldi principi di un’icona e eroe dell’umanità.

Che i principi per cui hai lottato nel passato pervadano l’animo dei governante nel presente e si concretizzino in solide realtà nel futuro…

Buon centenario, Madiba.

[1] Mandela N., Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 392-393.

[2] Ivi, pp. 371-372.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa

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