Gli esseri umani possono andare d’accordo?

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Introduzione: campagna elettorale, i fatti di Macerata, il dialogo

La campagna elettorale in cui il cittadino italiano si sta addentrando, in vista del voto del 4 marzo, è simile a una boscaglia fitta di arbusti e serpenti velenosi ed è difficile percepire quale sarà la formazione politica che riuscirà a convincere in modo esaustivo gli elettori. Le tematiche sono tante e il tempo a disposizione è poco. Il rischio è quello, da parte della classe politica, di essere eccessivamente sintetici. Per cui può accadere che il concetto recepito possa somigliare e diventare uno slogan da contrapporre a un pensiero contrario a quello stesso concetto. I fatti di Macerata ci rendono partecipi di una dinamica ovvia e allo stesso tempo pericolosa: per un determinato numero di persone che si trovano in disaccordo con le politiche di immigrazione e di accoglienza o peggio ancora con la possibilità di esistenza nella comunità italiana di diverse etnie, la violenza e la sparatoria, sono state uno strumento equo di garanzia sociale ed espressione più profonda di una crisi di identità e paura del diverso che prepotentemente sembra riaffacciarsi nel mondo globalizzato. Se poi l’orizzonte si allarga a conflitti in cui la componente religiosa pesa parecchio, che sia tra religioni diverse o tra confessioni differenti di una stessa religione, allora il quadro tribale è ancora più netto. Ma perché le persone si dividono su politica e religione? Per quale motivo non riusciamo ad andare d’accordo? E anzi, ci dividiamo così facilmente in gruppi?

Un libro del filosofo Jonathan Haidt è illuminante in questo senso e ci aiuta a capire i meccanismi ancestrali biologici che stanno alla base della ricerca del bene negli esseri umani proponendo una via al dialogo e alla comprensione.

La natura umana è morale e moralistica

L’idea è quella che l’uomo è predisposto alla morale così come lo è rispetto al linguaggio, alla sessualità, alla musica e a molte altre cose. La natura umana non è solo però strettamente morale ma è pure intrinsecamente moralistica, sempre pronta a dare giudizi. L’ossessione per la rettitudine (che porta inevitabilmente a quanto detto sopra) è, secondo l’autore, una condizione umana naturale: un elemento del nostro progresso evolutivo, non un difetto o un errore che si insinua in menti che altrimenti sarebbero obiettive e razionali. Le nostri menti hanno permesso che gli esseri umani formassero grandi gruppi cooperativi, tribù e nazioni senza che vi fosse il collante della consanguineità. Allo stesso tempo, tuttavia, quelle stesse menti hanno fatto sì che quei gruppi fossero sempre in lotta tra loro, una lotta combattuta a suon di giudizi morali. La metafora centrale di questo pensiero è che la mente è divisa, come un portatore su un elefante, e il compito del portatore è servire l’elefante. Il portatore è il nostro pensiero cosciente: il flusso di parole e immagini di cui siamo pienamente consapevoli. L’elefante è l’altro 99 per cento dei processi mentali: quelli che avvengono al di fuori di ogni consapevolezza, ma che in realtà governano la maggior parte del nostro comportamento. Dal rapporto tra questi due elementi cerchiamo di stabilizzare i nostri valori e andiamo alla ricerca di rapporti più o meno stabili.

Ma quali sono queste intuizioni morali?

Sulla base dei propri studi, l’autore ne identifica sei legate a concetti relativi al danno (o alla sofferenza), alla correttezza (o all’ingiustizia), alla libertà e poi ancora intuizioni morali collegate alla lealtà, sacralità e autorità. La mente virtuosa, spiega Haidt, è come una lingua che ha sei recettori, uno per ciascuna di queste categorie morali. Proprio come alcune ricette riescono per la loro capacità di stimolare in modo armonioso tutti i recettori della lingua, anche alcune ricette morali riescono ad attrarre individui con più efficienza. Il che, traslato nel mondo politico, implica capacità di attirare elettori, ecco perché per Haidt i politici di destra hanno un vantaggio intrinseco: sanno attivare anche papille gustative morali che la sinistra non sollecita, per esempio quella dell’autorità.

Il filosofo J. Haidt

Possiamo andare tutti d’accordo?

Rodney King nel maggio del 1992 pronunciò un celebre appello: “Can we all get along?” (“possiamo andare tutti d’accordo?”). Si trattava di un nero che l’anno precedente fu massacrato di botte da quattro poliziotti bianchi. Mentre si sforzava di portare a termine il proprio intervento, trattenendo a stento le lacrime e ripetendosi più di una volta, trovò il modo di dire queste parole:

Per favore, possiamo andare d’accordo. Possiamo davvero tutti andare d’accordo. Voglio dire, siamo tutti bloccati in questa situazione da un po’. Cerchiamo di venirne fuori, no?

 Il libro cerca di spiegare perché sia così difficile uscire da questo impasse e cerca di intuire il perché ci dividiamo così facilmente in tribù e gruppi. Siamo davvero degli ipocriti egoisti capaci di ingannare pure noi stessi?

La natura umana si è evoluta anche mentre i gruppi competevano gli uni con gli altri. Come ha detto Darwin, i gruppi più coesi e collaborativi sconfiggono quelli composti da membri individualistici ed egoisti. Noi non siamo sempre degli ipocriti egoisti: abbiamo anche delle capacità di frenare il nostro io meschino e diventare come le cellule di un organismo più grande. Queste esperienze sono tra quelle che scaldano più il cuore, anche se il nostro spirito a volte può renderci ciechi su altre questioni morali. La ragione non va cercata nel fatto che alcune persone sono buone e altre cattive. Piuttosto, la ragione risiede nella natura delle nostre menti, che sono predisposte a farci sentire nel giusto solo all’interno del gruppo cui apparteniamo. Siamo creature profondamente intuitive è tutto ciò rende difficile ma non impossibile trovarsi in sintonia con quanti vivono in base ad altri sistemi morali. Non resta che tirare un grosso sospiro: quando non siete d’accordo con una persona sedetevi e prendete un buon caffè in pieno relax. A quel punto spogliatevi di ogni moralismo fin tanto che non riuscite a trovare un punto in comune o alcune affinità e a guadagnarvi la fiducia del vostro interlocutore. Creare insomma un dialogo costruttivo e sulla fiducia. Perché non tentare?

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa