Lo State of the Union secondo Trump: tra successi e fallimenti

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Il più twittato di sempre. Il più ascoltato di sempre. Il più visto di sempre. Il più lungo di sempre. È stato il discorso sullo Stato dell’Unione di un Donald Trump calmo, moderato, inclusivo, quello tenutosi nella notte italiana tra martedì e mercoledì. Contrariamente a quanto fatto fino ad oggi, The Donald ha cercato di infondere fiducia nel cuore degli americani, adottando un tono presidenziale e opportunisticamente bipartisan per rivolgersi a tutta la nazione, sia ai suoi fedeli sostenitori che ai suoi ferventi oppositori. “Insieme stiamo costruendo un’America sicura, forte e orgogliosa“, ha esordito.

Stasera vi chiedo di mettere da parte le nostre differenze, di cercare un terreno comune e di trovare l’unità. Questa sera, voglio parlare del tipo di futuro che avremo e del tipo di nazione che saremo. Tutti noi, insieme, come una sola squadra, un solo popolo, una sola famiglia americana.

Ha proseguito così, ricordando che al centro della vita americana ci sono “la fede e la famiglia, non il governo e la burocrazia”. È l’apoteosi dell’unità nazionale, dell’orgogliosa fierezza di appartenere ad un popolo, quello americano, che deve essere unito se vuole avere la possibilità di continuare ad occupare la prima posizione di Stato più potente del mondo.

Trump ha poi rivendicato i successi ottenuti in questo primo anno da presidente: “il più grande taglio delle tasse della storia”, l’eliminazione di un sacco di burocrazia, il fatto di essere divenuti nuovamente “esportatori d’energia” e, primo fra tutti, la crescita economica e l’avvio delle opere infrastrutturali che hanno creato, secondo il Tycoon, 2,4 nuovi milioni posti di lavoro. Senza dubbio l’economia è quella che ha avuto una crescita importante sotto Trump. Il PIL ha avuto un incremento del 2,5% annuo nel 2017, con picchi superiori del 3%. La disoccupazione si colloca al 4%. L’indice Dow Jones della borsa di Wall Street ha fatto segnare un +30%. La fiducia degli investitori è ai livelli più alti da quasi vent’anni. Trump capitalizza politicamente la scelta di un’accurata politica volta a favorire la grande finanza, così come una sostenuta ripresa globale di cui hanno approfittato anche gli Usa.

In politica estera Trump si è mostrato molto duro nei confronti della Corea del Nord, definita “una dittatura crudele”, e del suo leader, Kim Jong-Un, etichettato come un “depravato”. Il presidente ha ribadito la sua fermezza nell’opporsi con tutte le sue forze al problema del riarmo nucleare nordcoreano. Sul fronte Russia, come prevedibile, ha preferito tacere, se non per citarla frettolosamente insieme alla Cina come principali competitors degli Stati Uniti sullo scacchiere internazionale. Infine, un accenno alla firma dell’ordine esecutivo con il quale ha deciso di tenere aperto il carcere di Guantanamo, dove saranno reclusi i terroristi e i più acerrimi nemici dell’America.

Durante il discorso del presidente applausi scroscianti si sono alzati verso Ji Seong-ho, un sopravvissuto dalle prigioni della morte nordcoreane. Qui con le stampelle di legno della fuga.

Se Trump ha enfatizzato i successi ottenuti in questo primo anno di presidenza, sicuramente gli insuccessi non sono mancati, nonostante siano stati abilmente tenuti sotto silenzio. I fallimenti di Trump possono essere riassunti brevemente in tre punti, come ha spiegato nel suo blog italianieuropei.it il prof. Mario Del Pero.  

Primo, l’utilizzo della leva amministrativa per smantellare l’operato di Obama ha mostrato una falla nel sistema governativo di Trump. Ovvero il bassissimo tasso di produttività legislativa per creare quello Stato di dreamers – sognatori – a tutela dei diritti dei singoli cittadini, che doveva iniziare, per esempio, dalla cancellazione dell’Obamacare e che alla fine ha finito per darle maggiore popolarità agli occhi dell’opinione pubblica proprio a causa della totale mancanza di una credibile riforma alternativa.

Secondo, il fallimento riguardante la politica estera. Trump non ha saputo creare il tanto anelato rapporto privilegiato con la Russia di Putin a causa della sua “incoerenza strategica”, dell’ampia opposizione a Mosca da parte dei repubblicani più conservatori presenti all’interno del partito e, soprattutto, dalle indagini sulle presunte ingerenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Inoltre ha accentuato la competizione con il dragone cinese, ha surriscaldato la situazione coreana con dichiarazioni al vetriolo e ha in qualche modo favorito la lotta di potere in Medio Oriente tra Arabia Saudita e Iran.

Terzo fallimento: “l’incapacità di Trump di farsi un po’ più presidenziale”, sottraendosi all’imbarbarimento del becero scontro politico fatto di discorsi pubblici qualunquisti, tendenti a favorire l’odio, il disprezzo e la paura, che avevano caratterizzato la campagna elettorale di un anno e mezzo fa.

La first lady, Melania, non è entrata insieme al marito. Molto probabilmente a causa della storia a luci rosse in cui era rimasto coinvolto anni prima il marito con la pornostar Stormy Daniels, il cui silenzio è stato pagato circa 130 mila dollari, come ha scritto recentemente il Wall Street Journal. Anche la vita privata del presidente, continuamente spiattellata sulle prime pagine dei giornali con tutti gli scandali che ha suscitato, può considerarsi una sorta di fallimento per l’immagine di Trump.

I dem sono rimasti delusi e impassibili, affidando la tradizionale replica al deputato Joseph Patrick Kennedy III, il delfino di una delle dinastie più famose d’America, pronipote di John Fitzgerald Kennedy. Kennedy ha parlato da una scuola superiore di Fall River, cittadina fondata da immigrati ed ex centro industriale del Massachusetts a settanta chilometri a sud di Boston. Una scelta simbolica, a ribadire come gli Stati Uniti siano una terra di immigrati. Ed è infatti proprio agli immigrati irregolari che si rivolge l’astro nascente del partito democratico statunitense, affermando come i veri americani non li abbandoneranno mai, lottando con loro e per il loro riconoscimento. Infine, ha concluso:

i bulli possono sferrare un pugno e lasciare il segno, ma non sono mai riusciti a eguagliare la forza e lo spirito del popolo unito in difesa del suo futuro.

Joseph Patrick “Joe” Kennedy III (37 anni). Può essere il nuovo leader dem?

Durante il suo discorso Trump ha offerto ai democratici la cittadinanza per 1,8 milioni di giovani clandestini in cambio dei fondi per il muro col Messico. Qui “Kikito”, la sagoma del piccolo messicano che guarda al di là del muro, svetta sulla barriera tra Tecate e l’area di San Diego.

A un anno di distanza dall’insediamento di Trump possiamo dire che, nonostante gli acclarati successi economici dell’amministrazione repubblicana, il mondo è un po’ più insicuro, i rapporti fra gli Usa e i suoi alleati sono più deboli, l’immigrazione rappresenta il punto nodale e di difficile soluzione, il partito democratico americano è ancora lontano dal trovare un leader forte e carismatico in grado di fronteggiare il Tycoon. Infine, se gli eventi catastrofici che gli analisti profetizzavano non si sono avverati, il discorso politico sembra essersi cristallizzato intorno a slogan semplicistici dentro i quali, troppo spesso, i miasmi violenti, rozzi e non di rado razzisti trovano ampio spazio. Trump si erge ad emblema di una generazione politica che, ormai da venti anni, ha fatto dello slogan qualunquista, tendenzioso e reazionario, un abile dispositivo retorico da utilizzare dal pulpito presidenziale o da qualsiasi incarico di potere per alimentare false speranze e legittimare deboli pretese, svuotando anche le parole più vere del loro significato.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa