“Call me by your name”: un perfetto ossimoro

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“Forza tranquilla” è un ossimoro, coniato in Francia da Mitterrand. Un ossimoro che vinse perché usciva dalla consuetudine in modo ancor più sovversivo di un qualsiasi gesto di esplicita rottura. Coniava un concetto inesistente o forse dovremmo dire “inesistibile”.

A questo servono gli ossimori: ad uscire dalle categorie conosciute per raccontare un concetto che in nessuna di queste potrebbe mai sentirsi comodo.

Nell’arte come nel cinema, ho sempre preferito la forza destabilizzante dell’imperfezione, alla docile precisione della monotonia. Ho sempre guardato con supponenza l’aggraziata ricerca stilistica rinchiusa in scelte sicure, in cammini già percorsi, che richiedono solo di essere perfezionati.

Eppure ci sono volte in cui queste due categorie non hanno valore. Ci sono volte in cui vincono gli ossimori.

“Chiamami col tuo nome” è un perfetto ossimoro. Un forza tranquilla.

La storia

La via scorre lenta in una vacanza estiva, che sembra lunghissima al principio e poi vola via veloce come una carta ormai rubata dal vento che si è persa la speranza di afferrare. Potrebbe essere ovunque la grande villa che ospita il racconto; si è scelta un’Italia del nord estiva e bucolica, vista con gli occhi di chi la vive a rate, da turista delle vacanze, e la capisce ma non la sente sua. Un’Italia che rimane sullo sfondo, che si limita a disturbare il racconto, di tanto in tanto, con i suoi consueti tormenti politici e l’incertezza sospettosa con cui si fa trascinare malvolentieri negli anni Ottanta appena cominciati.

La storia si concentra su Elio, un giovane diciassettenne, figlio di una famiglia ebrea, ricca e colta; vorace lettore e appassionato musicista. Un ospite dei genitori, molto più grande di lui, li raggiunge per le vacanze ed Elio se ne innamora.

Ci si immedesima, si entra dentro quell’estate con la dolcezza pigra dello spirito vacanziero. Ci si rilassa, ma minuto dopo minuto la storia si fa spazio e quando accade ciò che deve non c’è modo di uscirne indenni.

È un film che racconta un’età a tutte le età.

Quando meno te lo aspetti la natura trova i nostri punti deboli.

Questione di stile

“Call me by your name” non ha alcuna pretesa rivoluzionaria, tutto il contrario: fa della normalità un concetto sovversivo. Lo stile è ricercato ma non maniacale, la fotografia curata ma non barocca, le ambientazioni e la ricostruzione storica credibili ma funzionali e mai autoreferenziali. Tutto è al servizio di un attore giovanissimo -Timothée Chalamet, che lascerà il segno nei prossimi anni – e di una storia tenerissima, sensuale e a tratti perfino erotica.

Non aspettatevi un film romantico o sdolcinato, perche non lo è.

Va visto in lingua orginale perché non è un film solo in inglese ma in francese, italiano (dialetti compresi) e perfino tedesco. Le lingue svolgono una funzione di servizio, generando suggestioni, creando contesto e servono alla caratterizzazione dei personaggi.

Finalmente liberi

Ne scriviamo in questa rubrica ma avremmo potuto farlo in qualsiasi altra. Perché questo non è un film che racconta la storia di un amore gay, né una pellicola sulle età dell’amore.

Eppure è il più adatto a finire qui, perché in questo film risiede lo spirito che mi ha accompagnato in questi anni, mentre cercavo le parole per spiegarvi i miei pensieri. La voglia di far scomparire l’esigenza e il senso stesso di una rubrica dedicata a questo mondo; la voglia disperata di rendere reale il diritto alla normalità. Non ho mai visto un amore tra due uomini raccontato in modo tanto naturale, privo di quelle mal celate giustificazioni che pretendono di legittimarne l’esistenza; privo di paturnie, pregiudizi o timori. È tutto svanito, finalmente, trascinato dolcemente dall’unico soggetto della pellicola: l’amore; quello vero, che non ha bisogno di alcuna spiegazione, tanto ben raccontato che lo saprebbe riconoscere anche chi non l’ha mai provato.

Un attimo senza fine

Così quando ci si avvicina al termine viene da dire: “Non finire adesso, non ancora!” E si rimane incollati allo schermo negli ultimi interminabili secondi di nulla, ma basta pazientare per capire che in quell’attesa c’è tutto.

Questo è un film sull’amore, senza aggettivi, sul tempo e sul senso della vita.

Un film che ti dimentichi che è un film.

Un film semplicemente bello.

Per chi non teme gli **spoiler**

Vi offriamo il monologo più bello del film, messo inaspettatamente nella bocca di un personaggio secondario. Non ci sono frasi ad effetto, esattamente come questo film non ha scene ad effetto.
Dovrete pazientare: la pazienza in questo film paga sempre.

Al mio posto molti genitori vorrebbero che la faccenda svanisse, pregando che i loro figli caschino in piedi; ma io non sono un genitore del genere. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, che a trent’anni siamo prosciugati e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre meno.

Renderti insensibile così da non provare nulla sarebbe un gran peccato.

Dirò una cosa ancora, per schiarirti le idee.
Posso esserci andato vicino, ma non ho mai avuto quello che avete voi due; qualcosa mi ha sempre trattenuto o bloccato.
Come vivi la tua vita è affar tuo, solo ricorda: i cuori che abbiamo in corpo ci vengono dati una sola volta, e prima che tu te ne accorga, ti si è consumato il cuore. E riguardo al tuo corpo, arriva un momento in cui nessuno se ne preoccupa. E ci vuol poco per arrivarci.

Ora ci sono dolore e pena, non soffocarle.
È in esse la gioia che hai provato. 

Dedicato a chi mi ha consigliato fortemente di vedere questo film: so che il bambino che ti abita avrà cura di non soffocare mai nulla di ciò che merita il privilegio del respiro.

Autore

Sardo di nascita, vivo a Firenze dai lontani tempi dell’università. Rimango sardo perché mi va e perché fiorentini non si diventa. Mi piace fare tutte le cose banali. Adoro i luoghi comuni, mi sforzo di essere hipster per occultare i mio lato nerd. Vorrei essere più alto. Amo incondizionatamente chiunque nutra la mia autostima. Credo che il mondo sarebbe più bello se fossimo tutti più stupidi.