Calcio, finanza e prestigio internazionale: il football tra business e soft power

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Non è solo un gioco. Non è solo uno sport. Il calcio muove grandi masse e come tutti gli eventi che interessano miliardi di persone a livello globale non può lasciare indifferente il peso politico ed economico che ha raggiunto negli ultimi decenni. Se le vittorie del Milan erano l’emblema del successo imprenditoriale con il quale Silvio Berlusconi pubblicizzava le sue campagne elettorali italiane e Moratti, Cragnotti, Cecchi Gori investivano in società quali Inter, Lazio, Fiorentina sia per passione personale che per legare il nome di famiglia alla squadra per cui tifavano, bisogna tenere presente però che tutti questi soggetti si muovevano all’interno di logiche strettamente nazionali. Oggi i confini si sono espansi, anzi abbattuti. Il calcio è diventato recentemente un luogo in cui investire fior di milioni per competere nella finanza globale e per assicurarsi le più prestigiose posizioni nel complicato scacchiere geopolitico internazionale. Le facce dei nuovi paperoni del calcio sono quelle di russi, americani, arabi e cinesi che con i loro flussi di denaro hanno cambiato radicalmente il ruolo del calcio nell’economia mondiale.

Rubli russi e dollari americani

Imprenditore di successo nel settore delle risorse non rinnovabili, Roman Abramovich acquistò il Chelsea Football Club per soli 60 milioni di sterline nel 2003. Grazie agli investimenti del suo nuovo patron la società calcistica inglese riuscì in breve tempo ad affermarsi come una delle principali compagini della Premier League, vincendo nel biennio 2004-2005 e 2005-2006 due campionati e raggiungendo le vette in campo internazionale con le vittorie della Champions League (2011-2012) e dell’Europa League l’anno seguente (2012-2013). Insieme ai successi sportivi Abramovic ha ottenuto nello stesso periodo anche incarichi di prestigio all’interno della Russia, ricoprendo il ruolo di Governatore del Distretto autonomo di Čukotka dal 2001 al 2008 e quello di Presidente del Parlamento della Čukotka da ottobre 2008 a giugno 2013. La Čukotka è una regione situata nell’estremità orientale della Russia ed è di grandissima rilevanza per le sue risorse naturali quali gas, petrolio, oro e tungsteno. Secondo la rivista Forbes con un patrimonio di 7,6 miliardi di dollari è il 12° uomo più ricco di Russia, nonché il 151° più ricco del mondo.

Roman Abramovich (51), imprenditore russo e proprietario del Chelsea F.C.

Altri imprenditori russi hanno tentato la stessa strada ma con minore successo, come il proprietario del Monaco A.S., Dmitrij Evgen’evič Rybolovlev, che acquistò il club francese nel 2011 quando militava nella LIgue 2, portandolo alle semifinali di Champions League e alla vittoria del campionato transalpino nel 2017.

Anche gli americani hanno detto la loro in ambito calcistico, nonostante l’NBA garantisse – e garantisca ancora oggi – grande visibilità in tutto il mondo. I loro investimenti si sono rivolti a squadre già blasonate e di grande spessore internazionale, come Arsenal, Liverpool e Manchester United in Inghilterra, dove introiti e risonanza sono sicuri. Mentre in Italia le proprietà americane si hanno a Roma e Bologna, dove al contrario d’Oltremanica le spese sono più contenute e i presidenti pongono maggiore attenzione alle regole del Financial Fair Play.

Arabi e cinesi, i nuovi padroni del calcio 

La rivoluzione dei prezzi nel mondo del calcio si è avuta recentemente con le immissioni di ingenti capitali provenienti dall’Oriente. Arabi e cinesi non hanno badato a spese, investendo, sperperando ed espandendo immense somme di denaro in una logica programmaticamente finalizzata ad acquisire maggiore potere economico e prestigio politico a livello internazionale. Il calcio è diventato così un veicolo attraverso il quale imporre un modello capitalistico-finanziario vincente, esportabile universalmente e in grado di attrarre le simpatie di milioni di tifosi, imprenditori e politici.

Alibaba Jack Ma (53), imprenditore cinese. Ha creato un impero commerciale da 238 miliardi di euro.

Una pianificazione razionale degli investimenti nel settore calcistico ha visto protagonista soprattutto il governo cinese. La Chinese Super League, fondata solamente nel 2004, ha fatto progressivamente passi da gigante, siglando contratti ultra-milionari con moltissime multinazionali, tra cui Carlsberg, Samsung, China Auto Rental e McDonald’s. Le 16 squadre che militano nel massimo campionato cinese sono di proprietà sia di aziende private che statali. Tutte le società sono dotate di incredibili risorse finanziarie che hanno permesso di concedere ingaggi monstre superiori ai 10 milioni di euro a vecchie glorie come Anelka e Drogba, ma anche a giovani promesse quali Oscar e a top player affermati, come Tevez e Hulk. Nel 2016 lo Shanghai Shenhua ha garantito a Tevez uno stipendio da 38 milioni di euro all’anno, sponsor esclusi. E nello stesso anno Jorge Mendes, il procuratore di Cristiano Ronaldo, ha rifiutato un’offerta da 100 milioni di euro all’anno per il suo assistito e 300 milioni di euro al Real Madrid, proveniente da una squadra cinese.

La Cina, tuttavia, non si è fermata solo agli investimenti interni. Il gruppo Suning e altre cordate cinesi, grazie al sostegno del governo, hanno deciso di espandere il loro impero oltre i confini nazionali, investendo nei maggiori campionati europei e assicurandosi soprattutto il controllo di due fra le squadre più blasonate d’Italia e del palcoscenico internazionale: Inter e Milan.

Marcello Lippi alza la Champions League asiatica nel novembre 2013 alla guida del Guangzhou Evergrande.

Il caso emblematico di come il calcio e la finanza siano strettamente collegati per assicurare una posizione di prestigio alla Cina e alle aziende private è quello del Guangzhou Evergrande, guidato in panchina da Marcello Lippi (e poi dall’ex capitano azzurro Fabio Cannavaro), che si aggiudicò la Champions League asiatica nel 2013. La società appartiene per il 50% all’Evergrande Real Estate Group e per l’altra metà ad Alibaba Group, uno dei colossi mondiali del commercio on-line di proprietà di Alibaba Jack Ma. Nel giugno 2014 Alibaba aveva investito 1,2 miliardi di yuan nel club cinese e a settembre guadagnò con la quotazione della sua società a Wall Street circa 25 miliardi di dollari in un giorno solo: il suo gruppo aveva raggiunto un valore di oltre 200 miliardi di dollari, più di e.Bay, Twitter e Linkedin messi insieme. Ovviamente gli investimenti fatti da Jack Ma nella squadra calcistica cinese hanno dato una grande risonanza alla sua azienda, aprendole la strada per una inesorabile ascesa all’élite delle multinazionali.

Se negli ultimi tempi la bolla speculativa creata dal mercato del dragone ha avuto una parziale chiusura da parte del governo, certamente sono stati privi di freni inibitori i flussi di enormi quantità di denaro arabo piovuti in Europa, in particolare in Francia e Inghilterra. Gli sceicchi stanno dominando il mercato calcistico e con esso cercano di espandere i loro interessi in altri settori. 

Uno stadio in Qatar per il mondiale 2022 si erge come una cattedrale nel deserto. Dietro alla bellezza estetica si parla di giochi di potere per assicurarsi l’evento calcistico più importante, le polemiche sul caldo della penisola araba e, soprattutto, lo sfruttamento e la discriminazione degli operai, provenienti per la maggior parte da Bangladesh, India e Nepal, costretti a lavorare a ritmi forsennati a rischio della vita. Alcune fonti parlando di un migliaio di morti dall’inizio dei lavori.

Nel 2008 il principe di Abu Dhabi, Mansour Bin Zayed Al Nahyan, acquistò per 210 milioni di sterline il Manchester City, affidando a Khaldoon Al Mubarak il compito ufficiale di dirigere il club. In un decennio il City, nonostante gli inizi deludenti, grazie ai soldi degli sceicchi ha compiuto un’ascesa sensazionale nella Premier League inglese, il campionato più importante, più seguito e più ricco del mondo. Se nella stagione 2011-2012 è arrivato il primo titolo con la vittoria dello scudetto, è in questi ultimi anni che la volontà degli sceicchi di trasformare il City nella squadra del decennio ha portato a grandi sforzi finanziari, scegliendo come guida tecnica il più forte allenatore in circolazione, Josep Guardiola, e sborsando addirittura 423 milioni di euro nelle ultime due sessioni estive di mercato per costruire una squadra giovane e talentuosa.

I cugini dei proprietari del City non sono stati da meno, drenando milioni di euro a Parigi. Nel 2011 la Qatar Investment Authority (QIA), il principale fondo per gli investimenti finanziari del Qatar di proprietà della famiglia dell’emiro Al Thani acquistò il Paris Saint-Germain, nominando come presidente del club il signor Nasser Al-Khelaïfi. Rifondata la squadra e rinnovata la società, il PSG ha spiccato il volo vincendo quattro campionati francesi (dal 2012 al 2016), tre coppe di Francia (dal 2013-14 al 2016-17) e cinque Supercoppe francesi (dal 2013 al 2017). Ed è stata la proprietà qatariota del club ad aver sborsato così tanto denaro nell’ultimo anno rivoluzionando completamente le dinamiche del calciomercato e alzando vertiginosamente il costo del cartellino dei giocatori. I quattro acquisti più cari della storia del calcio fino ad oggi (Dembelé 150, Coutinho 160, Mbappé 180 e Neymar 222) sono il frutto degli investimenti ultramilionari compiuti da Al-Khelaifi e utilizzati dal Barcellona.

Nasser Al-Khelaifi (44), proprietario del PSG e uomo forte di QIA, e Neymar Jr. (25), il giocatore più costoso della storia del calcio con 222 milioni di euro e un ingaggio di 36,8 milioni di euro all’anno fino al 2022.                        6) Gareth Bale, 101 mil. €, da Tottenham a Real Madrid (2013)
5) Paul Pogba, 105 mil. €, da Juventus a Manchester United (2016)
4) Ousmane Dembelé, € 105 mil. + € 45 mil. di bonus, da Borussia Dortmund a Barcellona (2017)
3) Philippe Coutinho, € 160 mil., da Liverpool a Barcellona (2018)
2) Kylian Mbappé, € 180 mil. (riscatto obbligatorio nel 2018 in caso di salvezza del PSG), da Monaco a Paris Saint-Germain (2017)
1) Neymar Jr., € 222 mil., da Barcellona a Paris Saint-Germain (2017)

Il presidente del PSG non si è fermato solamente a questo, ma ha sfruttato la visibilità del mondo calcistico per espandere le sue relazioni commerciali. Nel 2013 la società di Al Khelaifi e Fly Emirates hanno firmato un contratto quinquennale per una cifra complessiva di 125 milioni di euro. Tra i partner ufficiali del club ci sono poi la casa automobilistica francese Citröen e il colosso delle telecomunicazioni cinesi Huawei, oltre ad altre importanti multinazionali tra le quali Panasonic, Nivea, Coca Cola e McDonald’s, con il quale Neymar, il giocatore simbolo del nuovo PSG, ha raggiunto un accordo per diventare ambasciatore e ragazzo immagine della famosa catena di fast-food ai Mondiali di Russia 2018.

Dal 2005 ad oggi, e in particolare nell’ultimo lustro, da quando cioè l’emiro Al Thani ha acquistato il PSG, il Qatar – che ha meno abitanti di Roma – è riuscito a mettere insieme circa 316 miliardi di euro di beni acquisiti in tutto il mondo, creando un impero globale. Dopo aver stipulato numerosi accordi il QIA si è assicurato proprietà a Hollywood, spazi per uffici a New York, beni residenziali a Londra, aziende italiane nel settore della moda e del lusso. Attualmente la QIA è l’azionista di maggioranza della Volkswagen ed è proprietario di quote in Harrods, nella Barclays – la seconda banca del Regno Unito -, lo Shard London Bridge e Heatrow Airport a Londra, nella Agricultural Bank in Cina, in Walt Disney, Siemens e nella Royal Dutch Shell. Inoltre controlla il 24,9% dell’aeroporto di San Pietroburgo e nel 2016 ha acquisito Miramax, la casa di produzione cinematografica californiana che ha realizzato diversi film che hanno vinto l’oscar, come per esempio Pulp Fiction di Tarantino. Senza dimenticare i complessi alberghieri e turistici nella Costa Smeralda in Sardegna e di diversi edifici nel centro storico di Milano. 

Il mondiale di calcio che si disputerà proprio in Qatar nel 2022 rappresenta l’evento del secolo per gli sceicchi di casa Al Thani, pronti attraverso il calcio a sponsorizzare l’immagine di un modello imprenditoriale vincente, di un paese modernizzato e arricchito e, infine, di un grande ed evidente prestigio politico-finanziario raggiunto sullo scacchiere internazionale. Insomma, il Qatar con la creazione di un impero economico globale pubblicizzato attraverso gli investimenti nel gioco più seguito del mondo vuole ergersi con forza come una potenza di tutto rispetto, superando la crisi diplomatica che ha portato il paese degli Al Thani a scontrarsi con le altre monarchie del Golfo per logiche di potere regionale.

Il ruolo giocato dalle aziende televisive nella diffusione dello spettacolo calcistico, la liberalizzazione del commercio dei calciatori e la finanziarizzazione delle società calcistiche hanno consentito maggiore risonanza del gioco del football a livello mondiale e hanno permesso una serie di trasformazioni negli assetti proprietari e nelle strategie economiche dei principali club, favorendo presidenti miliardari e paperoni nel drenare maggiori risorse finanziarie per evidenti interessi di natura economica e politica. Gli investimenti dei russi e degli americani prima, ma soprattutto l’esoso esborso monetario dei cinesi e degli arabi poi sono un segnale evidente di come il calcio sia un terreno fertile in cui investire per gestire affari, espandere relazioni e attuare una delicata e accurata rete di soft power e politica della mediazione, con l’intento di aumentare i ricavi, la notorietà e la forza politica.

Non è solo un gioco. Non è solo uno sport. Il calcio è anche business e soft power in una logica di competizione internazionale.

Da Shock Economy di Naomi Klein a Goal Economy di Marco Bellinazzo, per approfondire i rapporti tra calcio, finanza e politica internazionale.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa