Black Mirror non è più quello di una volta

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Lo scorso 29 dicembre sono usciti su Netflix i 6 episodi che vanno a comporre la quarta e (probabilmente) ultima stagione di Black Mirror. Cercando di centellinare la mia dose quotidiana di episodi sono riuscito nell’intento di non fare binge watching. Se non fosse stato però per la mia volontà ferrea o per la mancanza di tempo, avrei visto tutta la serie in un giorno solo; come se nulla fosse. E questo può essere forse considerato un sintomo del maggior difetto che la serie ha avuto nelle ultime due stagioni. Quando Black Mirror era un prodotto di Channel 4, ogni episodio era una pugnalata allo stomaco ed era difficile proseguire la visione senza prima prendersi un po’ di tempo per riflettere su quanto appena visto. Con l’arrivo di Netflix, la serie, pur mantenendo Charlie Brooker alla scrittura, ha perso di mordente e di efficacia.

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Se volete fare un passo indietro e avere un’idea di massima di cosa sia Black Mirror, o se volete un parere sulla terza stagione, vi consiglio questo articolo dell’anno scorso scritto da Alberto. Nei prossimi paragrafi analizzerò uno per uno gli episodi della quarta stagione. Nel caso non abbiate visto gli episodi in questione, vi consiglio di non proseguire con la lettura (spoiler alert).

1. USS Callister

Omaggio neanche troppo velato a Star Trek e in generale ai telefilm spaziali degli anni ottanta; USS Callister si sviluppa su due piani di realtà: quella reale e oggettiva e quella virtuale, fatta di codice. Nel mondo reale il creatore del videogioco Infinity è goffo e deriso da tutti i colleghi. Per vendicarsi dei torti, ruba il loro DNA e lo traduce in stringhe che vanno a creare l’avatar nella sua versione di Infinity. Nel gioco i ruoli si sovvertono e Robert vessa la propria ciurma e reprime ogni tentativo di ribellione.

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Basato su un’ ironia molto marcata e con il contributo di attori celebri (Cristin Milioti, Jesse Plemons, Jimmi Simpson), USS Callister è forse troppo blando per essere un episodio di Black Mirror. La domanda che ci dovremmo fare, al di là dei giudizi su bene e male che qui sono definiti nettamente, è la stessa che ci facciamo nell’episodio White Christmas: è giusto lasciar soffrire qualcosa che – poiché autocosciente – può definirsi vita? Anche altri episodi di questa stagione avranno lo stesso tema di fondo sviluppato in modo differente.

2. Arkangel

Con Arkangel le cose migliorano. Si torna per un po’ a sentire l’angoscia che la serie regala in certi momenti. Protagoniste dell’episodio sono una madre troppo apprensiva e sua figlia che cresce in una campana di vetro avveniristica chiamata Arkangel. Dopo averla quasi persa, Marie impianta nel cervello della figlia un chip capace di monitorare ogni cosa faccia o provi la bambina e trasmetterlo su un tablet. In più le attiva un filtro che le oscura ogni cosa la metta a disagio. Sara, ormai quindicenne, inizia a fare le stupidaggini che farebbe ogni ragazzino: esce di nascosto, fa sesso e assume droga. Una sera Marie, preoccupata, tira fuori dalla soffitta l’Arkangel per scoprire dove sia la figlia. Nei giorni seguenti il rapporto tra le due si fa sempre più teso fino all’amaro finale.

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La tematica qui trattata è quello attuale dei “genitori elicottero” che mettono al centro del proprio mondo il figlio e lo anestetizzano da tutti i problemi che gli si presentano. In più la questione sfocia inevitabilmente nell’invasione della privacy. Jodie Foster dirige egregiamente la disfunzionalità di una madre che arriva a decidere per la figlia ancor prima che le venga concesso un arbitrio. L’unico difetto che posso impuntare all’episodio è nello sviluppo della trama. Per far sì che fosse un episodio di Black Mirror in piena regola, la tecnologia Arkangel avrebbe dovuto essere accettata dalla società e non messa al bando riducendo così la storia all’intimità di una famiglia.

3. Crocodile

Anche in Crocodile il tema della privacy la fa da padrone. In un prossimo futuro le compagnie assicurative possono accedere ai ricordi dei testimoni in caso di sinistro. A seguito di un lieve incidente, l’assicuratrice Shazia interroga chi possa aver visto quel momento, arrivando a Mia. Architetto di successo e madre di famiglia, Mia nasconde un segreto: quindici anni prima, insieme al suo ex, ha investito un ciclista e ha nascosto il cadavere. La sera dell’incidente Rob torna a far visita a Mia in preda ai sensi di colpa e viene ucciso. Shazia intravedendo questi due ricordi nel suo visualizzatore firma la sua condanna a morte. La striscia di sangue continua finché Mia non elimina ogni prova che riconducesse a lei, in nome della propria carriera e della famiglia.

Lo stile di questo episodio mi ha ricordato il film Fargo dei fratelli Cohen: un’escalation di violenza perpetrata da una persona all’apparenza tranquilla, a seguito di un banale incidente. La tecnologia dell’accesso ai ricordi di questo episodio sembra antesignana di quella usata nell’episodio The Entire History of You della prima stagione. Il finale qui si dimostra all’altezza di un vero thriller: lascia in sospeso ciò che è inevitabile e si concentra su Mia e le sue lacrime di coccodrillo.

4. Hang the DJ

Da molti considerati il San Junipero della quarta stagione, Hang the DJ è l’episodio più sentimentale e romantico. In questo episodio le relazioni sono organizzate da un’intelligenza artificiale chiamata coach. Ogni persona è obbligata ad incontrarsi con chi e per quanto tempo decide il sistema. Capita così di trovare rapporti occasionali da una notte e via, e storie che durano anche anni. Capita allo stesso modo di trovare anime affini e persone antipatiche. Lo scopo del sistema è quello di raccogliere abbastanza dati in modo da trovare l’anima gemella. Amy e Frank passano insieme una sola notte, continuano a pensarsi anche quando stanno con altri partner e finalmente vengono abbinati nuovamente. Tutto scorre liscio finché un brutto litigio li fa separare.

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I due si incontrano un’ultima volta e capiscono di essere fatti l’uno per l’altra. Decidono quindi di ribellarsi al sistema e di fuggire oltre il muro di cinta che circonda il loro mondo. Improvvisamente tutto si spegne e i due si smaterializzano in dati che vanno ad aggiungersi ad altri. Su mille simulazioni Amy e Frank sono scappati 998 volte. Il loro tasso di compatibilità è del 99,8%. Nel mondo reale, quello che abbiamo visto nell’episodio è durato pochi millesimi di secondo su un’app tipo Tinder nel telefono di Amy; un po’ come è successo nell’episodio Playtest. Se da un lato l’episodio è riuscito grazie anche ad un paio di spunti registici notevoli firmati Timothy van Patten, dall’altro è abbastanza prevedibile sapere dove va a finire, specialmente dopo uno scambio di battute a metà episodio tra i protagonisti.

5. Metalhead

Unica nel suo genere, Metalhead è il solo episodio di Black Mirror ad essere completamente in bianco e nero. Figlio della tradizione survival horror, carico dall’inizio alla fine di tensione, questo episodio è un chiaro omaggio a Terminator. Tutta la storia si regge sulle spalle dell’unica protagonista che si ritroverà ad affrontare da sola la minaccia di un cane meccanico e armato. Questi cani sono stati adottati come sistema antifurto, ma qualcosa deve essere andato storto, e adesso sono delle macchine assetate di sangue. Tanti ritengono che questo sia l’episodio peggiore di Black Mirror soprattutto perché non c’è una marcata critica alla società tecnologizzata. In più, per dirla tutta, la trama in sé è quasi assurda se pensiamo che tre persone muoiono solo per recuperare un peluche (ma forse l’episodio successivo può darci delle motivazioni aggiuntive).

Personalmente non valuto l’episodio negativamente come molti. Anzi, trovo nel non detto e tra le righe che sia uno degli episodi che ci riguarda da più vicino. Perché chiunque ha paura di trovarsi dei ladri in casa. perciò ogni tanto si riaccende il dibattito sulla legittima difesa in casa propria. Metalhead porta alle estreme conseguenze la degenerazione del ruolo: da guardiano, a sceriffo, a nuovo padrone.

6. Black Museum

Muniti di grandi speranze arriviamo all’ultimo episodio, che per quello che mostra, sembra il trait d’union degli altri. Infatti la ragazza protagonista visiterà il museo degli “orrori tecnologici” di Rolo Haynes, dove sono esposti oggetti di scena provenienti da diversi episodi di Black Mirror. Le citazioni non finiscono qui e ogni tanto si farà riferimento a nomi già conosciuti o situazioni già accadute. L’attenzione della ragazza però si pone su due oggetti simbolo di altrettante storie accadute nell’ospedale nel quale lavorava Haynes. Il primo è un casco che permette di trasmettere sensazioni fisiche ad un ricevente. Lo scopo era quello di farlo indossare ai pazienti per diagnosticare al volo cosa non andava. Il dottore che aveva impiantato la ricevente sviluppa presto un masochismo tale da voler sentire sempre più dolore. Arriva quindi all’autolesionismo e infine alla tortura prima di essere fermato.

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Il secondo oggetto è un peluche nel quale è stata impiantata la coscienza di una donna in seguito a un incidente. Suo marito ha accettato di partecipare a questo esperimento dapprima facendosela mettere nel proprio cervello. Dopo svariati litigi sulle cose più banali, la drastica decisione del trasferimento. La cosa più atroce è il fatto che il peluche contenga ancora la donna quando, anni dopo, si trova nel museo. Il pezzo forte, celato dietro una tenda, è una proiezione olografica della coscienza di un uomo. Quest’ultimo, condannato a morte nella realtà, si troverà a dover provare la sedia elettrica ogni volta che vogliono i visitatori.

Come in USS Callister e in White Christmas c’è il tema della copia digitale del sé e dei suoi diritti. Anche qui, come in White Bear, alla fine, i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano: difficile quindi attribuire alla ragazza il ruolo di giustiziere poiché punisce Haynes con la sua stessa moneta, facendoci domandare se sia corretto giustificarla.

Autore

Vedo cose, ascolto tutto, sono attento ai dettagli e preciso per formazione. In realtà non sono mai stato serio in vita mia, ma nessuno è mai riuscito a darmi ragione.