“Coco”: l’ aldilà andata e ritorno

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La Pixar ormai, forte dell’incredibile consenso di pubblico costruito in più di vent’anni di successi commerciali e artistici, rappresenta un marchio così forte da creare aspettativa in qualunque progetto immetta sul mercato, anche a fronte di una scarsa campagna di marketing (si veda il caso de Il Viaggio Di Arlo).
L’ultima fatica dello studio di Emeryville intitolata Coco non fa eccezione, e nonostante la cattiva pubblicità dovuta al maldestro tentativo di registrare Dìa de los Muertos come marchio a nome Disney, o le accuse preventive di aver scopiazzato il concept da The Book of Life, il film ha avuto un successo netto nei box office di tutto il mondo.

Coco: quando un sogno ti porta oltretomba

Miguel Riveira è un ragazzino messicano, ultimo di una lunga stirpe di calzolai, con il sogno di diventare musicista. La cosa è malvista dalla famiglia e in particolare dalla nonna, in rigidissima osservanza della tradizione del clan Riveira, che da tempo immemore ha posto un veto su tutto ciò che è musica per colpa di un lontano antenato, reo di aver abbandonato la moglie per inseguire sogni di gloria con la sua chitarra. Ma, nel Dìa de los Muertos, il nostro Miguel tenta di rubare una chitarra dalla tomba del suo eroe Ernesto de la Cruz, trovandosi catapultato nell’aldilà e dando al suo destino una piega inaspettata.

A colpo d’occhio si nota come la storia ruoti attorno ad uno spunto più tradizionale rispetto ai precedenti film Pixar. C’è un ragazzo oppresso dalla famiglia, un viaggio di formazione e l’ovvia riappacificazione finale con le proprie ambizioni e le proprie radici. Parrebbe tutto regolare, forse un po’ banale.

E invece no!

Se il contenuto è si classico, gli strumenti con cui ci viene raccontato sono l’ennesima dimostrazione di un’ispirazione affatto scontata. Coco conquista lo spettatore costruendo spazi ricchi di dettagli e colori sia nella corposa parte centrale ambientata nell’Aldilà che nelle scene del “mondo reale”. Non parliamo solo della resa tecnica – ormai data quasi per scontata – quanto della fantasia con cui vengono costruiti insiemi armoniosi di forme, luci, addirittura consistenze dei materiali presenti in ogni frame del film, il tutto coronato da un design di luoghi e personaggi che rimanda allo “Stile Pixar” pur mantenendo lo stesso una precisa identità. Tutto questo rischierebbe di essere solo una bella confezione se la storia non si evolvesse in maniera così garbata. Il viaggio del piccolo Miguel non passa solo dalla presa di coscienza di sé, ma tocca anche nuclei importanti – in particolare il ricordo per i defunti, momento a cui si accompagnano sensazioni ora gioiose ora dolorose – senza spingere sulla grossolana melodrammaticità e suscitando, quasi per contrasto, emozioni più vere. Potete (dovete) farvi qualche piantino, nel buio della sala nessuno vi guarda.

Tirando le somme, possiamo dire che Coco dimostra ancora una volta quanto la Pixar sia proiettata in un circolo virtuoso, riuscendo nel difficile compito di coniugare esigenze spettacolari ed ambizioni artistiche, e al tempo stesso facendo ricorso ad archetipi consolidati e conosciuti dal pubblico per proporre valori universali senza scivolare nella banalità.

Postille

  1. Non ho parlato del tanto odiato cortometraggio sul pupazzetto di Frozen semplicemente perché nel cinema dove ho visto Coco non ce l’hanno fatto vedere. Vàssappite.
  2. Sulla faccenda del commuoversi sono sincero, la lacrimina mi è scesa davvero, non solo perché mi struggo quando vedo gente che vuole bene alla nonnina.
  3. A tal proposito ricordatevi di voler bene alla nonna.

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.

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