Ch@t con l’autore: Rebecca Lena

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Questa intervista non dura come le altre, bisogna assaporare l’intensità delle parole di Rebecca e rendersi conto che in loro esiste una verità che tutti noi abbiamo sempre saputo e che improvvisamente diviene chiara. Rebecca la conosco di persona ed è una ragazza che sorprende in qualsiasi momento. Ho avuto il piacere di scambiare due parole con lei riguardo alla sua raccolta di racconti I racconti della Controra.
Comincio. Prima di tutto, veramente, penso i tuoi racconti siano una delle cose più belle che ho letto negli ultimi tempi, e a me generalmente fa schifo un po’ tutto. Il modo in cui giochi con le parole, come descrivi un’atmosfera penso sia coinvolgente in una maniera che non ti aspetti, è come se non leggessi un racconto, una serie di fatti o pensieri, è come se leggessi un tempo e ti sentissi immerso direttamente in questo tempo. Quindi prima di tutto grazie. Cosa ti ha ispirato?
Raccatto un sacco di cose schifose per terra, sono maniaca di vecchie foto (soprattutto quelle dei piccoli cimiteri di paese) e di possibili messaggi segreti da scoprire ovunque. Queste cose, combinate ai sogni assurdi dell’ultima fase rem prima del risveglio, sono la principale fonte d’ispirazione.
Infatti diciamo che più che una serie di racconti (individuabili nella loro indipendenza solo per la data) sembra un unico flusso di deliri. Da qui si spiega il titolo che richiama alla controra. Tra l’altro, ho pure scoperto che la controra era, oltre alle prime ore calde del pomeriggio, anche l’ora oltre la quale la polizia obbligava i sorvegliati a stare in casa. L’elemento della prigionia un po’ rientra nei tuoi racconti, contrapposto forse all’estrema libertà con cui scrivi. Quanto c’è di questa seconda definizione?
Esatto, la Controra è il momento in cui il sole è talmente crudele con la tua testa che non puoi fare a meno di preferire le fresche e confortanti pareti di “casa”. Le solide mura di convinzioni e verità. È una prigionia falsamente piacevole e piacevolmente falsata. Le mie storie (o la maggior parte di esse) preferiscono uscire nelle ore più calde, perdere la propria ombra e diventare fantasmi sciolti, magari dentro ad un miraggio.
E tutto ciò si avverte anche solo leggendo qualche frase. Di tutto, mi hanno colpito principalmente due temi. Il primo quello della morte, non ne parli mai direttamente, ma è sempre intorno, come uno sfondo necessario allo sviluppo della tua storia. Ne parli in maniera distaccata, perché? Sembra quasi che non ti tocchi.
La morte nella mia vita è come il capello abbandonato fra i denti di un pettine, o l’impronta delle dita sopra un vetro, oppure il profilo di un viso impresso in mezzo ad un cuscino. È l’odore del mio ricordo nascosto in ogni angolo della casa. Non la conoscerò mai a fondo (prima del momento, ovviamente), ma amo la sua idea, la sua “assenza”, costantemente da lontano. È una sorta di amore epistolare.
Ecco, esatto, innamorata della morte. Ma per quanto ciò possa sembrare decadente e disperato, non lo è affatto, perché in qualche modo la vivi. Da qui deduco derivi la tua passione per le ossa, altro elemento e tema che costituisce il substrato su cui si articola tutto il tuo libro… vuoi aggiungere qualcosa?
La mia passione per le ossa racconta appunto la mia passione per tutto ciò che “rimane” (non infinitamente, ovvio, ma per un breve tempo ugualmente importante). Ciò che il soffio caldo della Controra divora è solo l’involucro esterno, la carne, la carta regalo attraente di un tesoro segreto ben più interessante agli occhi del Nulla. Per me questo tipo di immaginari non sono affatto tristi, o decadenti. Sono solo malinconici, ma di una malinconia nostalgica dolcissima e quieta (e priva di “finte emozioni”). 
(…E per me tutte le emozioni sono finte perché sono chimiche, tutte quante, tranne la nostalgia, la malinconia e lo stupore.)
Stai scrivendo racconti anche mentre rispondi alle domande. Io sono innamorato. Non penso che le emozioni siano finte, certo, magari sopravvalutate, ma esistono, così come esiste la chimica. Oltre a scrivere, tu suoni anche. Se dovessi indicarmi due brani musicali adatti per leggere i tuoi racconti, quali mi diresti?
Si dai, esistono (oggi sono più umana del solito), ma bisogna riconoscere che la maggior parte delle volte possono essere spiegate da così tanti fattori, un pochino meno magici, e un po’ più pratici, ti sta parlando una meteoropatica pura.
Mm, due brani. Sicuramente in “Rhubarb” di Aphex Twin sono presenti un sacco di frequenze a cui sono inspiegabilmente (ancestralmente) legata, connesse a racconti come “Vipsania Sol Minore”, “Giuturna Malakos”, “Sagome”, e alcune parti di “Diario poveroso…” Secondo pezzo sceglierei “The Silent Orchestra”, Biosphere.
Bene. So cosa andrò ad ascoltare stasera prima di dormire. Ora è il momento di un po’ di auto-pubblicità. Progetti futuri? Eventi legati al libro?
Vorrei organizzare qualche serata o pomeriggio “letture” cercando di sperimentare un po’ dentro alla connessione tra lettura e suono, cosa che ho già fatto in parte per la presentazione del 1° Dicembre. (Ah, le letture, sono una cosa che odio profondamente, la scrittura secondo me, in particolare la mia personale, penso che abbia un ritmo a volte non leggibile ad alta voce, ma solo interiormente).
Per adesso non sto scrivendo storie, ma mi sto dedicando a scrivere lettere a sconosciuti e non.
*connessione tra PAROLE e suono.
Direi che per il tuo tipo di scrittura l’ideale sarebbe chiudersi in una stanza spoglia, semivuota e lasciarsi semplicemente coinvolgere dall’atmosfera che esce dalle tue parole. 
Eheh, forse, sperimenterò!
Io ho finito, e so che andrò a letto pieno stanotte. Nel frattempo ti ringrazio, di nuovo.
Grazie a te!  

Autore

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. E amo spendere soldi.

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