Il piano di aiuti che salvò l’Europa

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Introduzione

Il 1947 fu un anno cruciale per la storia europea. Il cardine sul quale rimase sospeso il destino del continente. Sino a quel momento gli europei erano stati impegnati a tempo pieno nell’opera di riparazione e ricostruzione, oppure occupati a creare l’infrastruttura istituzionale per una ripresa di lungo termine. Nel corso dell’anno e mezzo successivo alla vittoria degli Alleati, l’umore del continente passò dal sollievo della semplice prospettiva della pace e di un nuovo inizio a una fredda rassegnazione e a una crescente disillusione di fronte all’enorme portata dei compiti da affrontare. Il problema dei rifornimenti alimentari non era ancora risolto. Basti pensare che gli italiani, che nel 1945 e 1946 avevano vissuto per un biennio in condizioni di fame, nella primavera del 1947 erano la popolazione peggio alimentata di tutta la parte occidentale. Poi arrivò il crudele inverno del 1947, il più freddo dal 1880. L’ancora incipiente ripresa si fermò completamente. A ciò si aggiunse la crisi del dollaro e un brusco crollo della produzione industriale. Gli americani si resero conto della gravità della crisi. Secondo ben informati consiglieri presidenziali come Kennan, nella primavera del 1947 l’Europa si trovava sull’orlo della rovina. 

Harvard, 5 giugno 1947. Il discorso storico del generale Marshall

Il 5 giugno 1947, attraverso un discorso dalla Memorial Hall di Harvard al mondo intero, l’allora Segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò la decisione degli Stati Uniti di procedere all’attuazione di un piano di aiuti economici. Il “Piano Marshall” (o ERP) era stato ideato per aiutare i paesi europei distrutti dalla Seconda Guerra Mondiale nella difficile ricostruzione post-conflitto. Ricordando la situazione catastrofica nella quale si trovava all’epoca l’Europa, totalmente devastata dalla guerra, Marshall dichiarava:

È logico che gli Stati Uniti facciano tutto quello che possono per aiutare il ristabilimento della sanità economica del mondo; senza essa, non si può avere né stabilità politica né pace assicurata. La nostra politica non è diretta contro nessun paese, contro nessuna dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos.

Ernest Bevin, ministro degli esteri inglese, accolse con estrema gioia le parole di Marshall, definendole:

Uno dei più grandi discorsi mai pronunciati nella storia del mondo.

Le proposte segnavano una netta rottura con il passato. Gli Stati Uniti, fino a quel momento, avevano già speso miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti, ma essi erano serviti soltanto a tappare buchi e affrontare le emergenze. Non erano stati impiegati per la ricostruzione ma solo per merci, servizi e riparazioni d’importanza essenziale. Ora, innanzi tutto, si lasciava agli europei il compito di accettare l’aiuto e come usarlo, anche se gli specialisti americani avrebbero mantenuto un ruolo importante nell’amministrazione dei fondi. In secondo luogo, l’assistenza si sarebbe dovuta promulgare nel corso degli anni, rappresentando così fin dall’inizio un programma strategico di ripresa e non semplicemente un fondo di soccorso. Le cifre messe a disposizione furono davvero imponenti.

Conclusione

Quando il programma si concluse, nel 1952, gli Usa avevano speso circa 13 miliardi di dollari, cifra superiore a quella dei loro precedenti aiuti messi insieme. Questo modo di fornire risorse inconsueto aveva conseguenze innovative. Il programma costringeva i governi europei a una pianificazione di lungo termine e spronava la cooperazione. I risultati furono senza dubbio positivi, almeno nell’ottica dei sostenitori dell’economia di mercato, sotto il profilo della diffusione in Europa – favorita da una capillare azione di propaganda – di concetti quali la “libera impresa”, il “recupero di efficienza”, l’”esperienza tecnica”, la “tutela della concorrenza”, lo “spirito imprenditoriale”. Un fattore insomma che auspicherà e farà da precursore, qualche anno dopo, allo spirito della nascita della Comunità economica europea (Cee) e a tutte quelle istituzioni europee che ben conosciamo.

Quell’idea liberale di Europa per cui combattiamo oggi fu il frutto sì del disastro e delle ceneri che la seconda guerra portò così tragicamente ma anche della straordinaria tenacia con cui il popolo europeo si rialzò e riprese in mano le redini della propria Storia.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa