Tutti gli argini al secessionismo catalano

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Introduzione

Ci eravamo lasciati a ottobre quando gli organizzatori del referendum secessionista in Catalogna dicevano che “il 90% dei votanti ha detto sì all’indipendenza”. Due mesi e mezzo dopo il blocco indipendentista – formato da Junts per Catalunya (JxCat), la lista dell’ex presidente Carles Puigdemont, Esquerra Republicana (ERC), la sinistra indipendentista dell’ex vicepresidente Oriol Junqueras e la CUP , la sinistra radicale – ha ottenuto di nuovo la maggioranza parlamentare. Settanta seggi, due in più di quelli necessari per controllare il Parlamento catalano.

Gli indipendentisti però non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, così come era successo alle ultime elezioni, nel 2015, e si sono fermati al 47,49 %. Non è chiaro, quindi, chi sarà il prossimo presidente della Catalogna o come sarà fatto il nuovo governo. In realtà bisognerebbe riflettere sui dati. Dal 90% al 47,5 esiste una differenza sostanziale, ovvero una lacuna tra la volontà popolare immaginaria e quella che esce da un conteggio vero. Cosicché, quando ad ottobre i secessionisti ci avevano quasi convinto che esistesse un popolo compatto e immutabile che a gran voce chiedeva l’indipendenza e che ci fosse da commuoverci oltremodo di fronte alle piazze stracolme di persone, la realtà nuda e cruda dei fatti ci dimostra che la secessione non arriva alla metà più uno dei voti.

Le ragioni confuse degli indipendentisti

Elenco qui alcuni miti che gli indipendentisti catalani hanno modellato e usato a proprio favore nel tempo e nell’illegalità del referedum che si è tenuto nello scorso ottobre.

  1. Gli indipendentisti sostengono che la guerra di successione spagnola che fu combattuta all’inizio del Diciottesimo secolo fu in realtà una guerra di secessione della Catalogna dalla Spagna. Nel 1700, alla morte di Carlo II, che era senza un diretto discendente, iniziò una guerra per la corona di Spagna: si scontrarono Filippo V di Borbone (nipote del re Luigi XIV di Francia) e l’arciduca Carlo VI d’Asburgo. Fu una guerra europea che divenne anche una guerra civile: il regno di Castiglia appoggiava i Borbone, mentre il principato di Catalogna stava dalla parte degli Asburgo. Vinsero i Borbone e la Coronela, l’esercito catalano, fu sconfitto. Fu semplicemente una guerra tra due case regnanti. 
  2. Gli indipendentisti sostengono che il governo centrale tolga risorse finanziarie alla Catalogna e che sia eccessivamente tassata. In alcuni periodi storici il contributo della Catalogna al PIL spagnolo è stato anche più basso di quello di altre regioni della Spagna: per esempio, secondo i dati ufficiali diffusi dal governo spagnolo, nel 2014 la Catalogna è stata la seconda comunità autonoma contribuente netta (con il 5 per cento del suo PIL) dietro a Madrid (9,8 per cento). 
  3.  Gli indipendentisti catalani sostengono che da soli, quindi staccati dalla Spagna, sarebbero più ricchi. Il ministero dell’Economia spagnolo ha stimato che l’eventuale secessione ridurrebbe il PIL catalano di una cifra compresa tra il 25 e il 30 per cento rispetto a quello attuale; uno studio del ministero degli Esteri, meno catastrofico, parla di un calo del 19 per cento del PIL.
  4. Gli indipendentisti catalani sostengono che sia un loro diritto separarsi in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli. È vero che il diritto internazionale riconosce il principio di autodeterminazione dei popoli, ma non inteso come diritto alla secessione, quanto piuttosto diritto del popolo, o di una parte di esso, a essere cittadino e potersi realizzare politicamente, a partecipare alla vita democratica delle istituzioni del proprio paese. La Costituzione spagnola non prevede il diritto alla secessione, e un cambiamento dello status quo richiederebbe una riforma costituzionale con procedimento aggravato, quindi con una maggioranza rafforzata, proprio come in Italia. 
  5.  Il governo catalano sostiene che il referendum del 1° ottobre sia legale, anche se le due leggi approvate dal Parlamento catalano per realizzare il referendum – quella del 6 settembre e un’altra dell’8 settembre – sono state considerate illegali, anzitutto per questioni procedurali: sono state votate dal Parlamento catalano senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto di Autonomia della Catalogna e senza avere ottenuto il parere preventivo del Consell de Garanties Estatutàries, il tribunale costituzionale della Catalogna, l’organo che controlla la legalità delle leggi approvate dalla comunità autonoma.

Conclusioni

Uno degli slogan usati nella campagna degli indipendentisti è: “Referendum è democrazia”, ma non esiste alcun automatismo che leghi questi due concetti. Il referendum è stato ampiamente usato in passato dai regimi autoritari, tra cui quello di Franco in Spagna, che nel dicembre 1966 ne fece ricorso per approvare l’allora nuova Costituzione. Inoltre nel programma elettorale di Junts pel Sí, la coalizione al governo in Catalogna, non si parlava di referendum per l’indipendenza: non ci sarebbe nemmeno un mandato elettorale su cui fare leva. Affinché un referendum sia democratico deve tenersi in un paese democratico rispettando le norme costituzionali di quello stato: una cosa che non è avvenuta con il referendum sull’indipendenza catalana.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa