RetroscenE – Nascondigli Teatrali #4 Presagi di Scena

0
Condividilo!

Dal presagio al Teatro passando per l’immaginazione

Una mano sfiora una tenda… Una scarpa elegante scompare dietro alla quinta… La piuma di un cappello svolazza per un po’ prima di essere assorbita dal nero di un fondale.
Due occhi pieni, traboccanti, mi guardano. Tra di noi il velo sottile che separa le due sponde della vita.
Caronte mi sento, traghettante le anime spettatrici. Le accompagno dall’altra parte della vita, Céline non me ne voglia.

Poi… la porta si chiude. Sul pavimento un triangolo di luce si assottiglia e scompare.

Si alza il sipario

Io resto in silenzio, al buio, in ascolto, nei miei nascondigli.
Percepisco il fruscio di una veste, il respiro ritmato, i passi cadenzati, ma tutto è lontano, ovattato dalla distanza pur minima che mi separa dallo spazio scenico.

Durante le prime repliche a stento distinguo le voci. Giorno per giorno memorizzo le cadenze, gli accenti, le tonalità. Comincio ad associarle ai volti che ho visto prima, reali, nel viavai dell’arrivo degli attori.
Bevo ogni battuta e dalle parole, dalle intonazioni, dalle intenzioni provo a costruire la visione… ma manca sempre qualcosa.
La cassa a me vicina si sveglia e svela il suo commento musicale… indizio ulteriore, ma ancora sono lontana dalla nitidezza della visione. Allora me la godo, questa musica che da qui copre ogni altro sussurro, la assaporo e una danza di note mi riempie gli occhi immersi nella penombra.

In uno spazio intimo come questo le suggestioni olfattive hanno un potere inaudito. L’andirivieni tra scena e quinte trascina con sé profumi e odori rivelando il momento in cui una candela è stata spenta, una boccetta di profumo è stata stappata, una sigaretta è stata fumata…

A volte anche il botteghino diventa un camerino. Mi capita di aiutare con gli oggetti di scena, senza mai vedere la scena. Mi ritrovo tra le mani le cose più disparate, ma resto sempre al di qua della vita, l’immaginazione sola a raccontarmene l’utilizzo ed il valore.

Attori ripassano la parte dietro le quinte. University of Iowa, 1930s

Le diverse qualità del buio

Dopo anni seduta in platea, nel buio rassicurante della poltrona, mi ritrovo in un altro buio, non meno suggestivo. I sensi mi si attivano in maniera nuova, la mente vaga in luoghi ulteriori. La sensazione è quella di ascoltare un radiodramma, ma con una sostanziale differenza. Le voci che mi arrivano non sono filtrate da alcun apparecchio. La voce umana, phoné pura e tangibile, corpo parlante è qui accanto a me anche se non ne vedo la fonte. Vibra di realtà.

In qualche fortunata occasione, però, riesco ad intrufolarmi in sala, a confondermi tra gli spettatori. Allora tutti i pezzi del mosaico di suggestioni uditive trovano il loro posto e miracolosamente mi confermano la complessa alchimia che è il teatro: non è solo testo, non è solo voce, non è solo gesto, non è solo corpo, non è solo scenografia, non è solo musica. Non è neanche la somma di tutte queste cose: è la compenetrazione tra loro, che rende ogni comparto insieme elemento singolo e parte indissolubile del tutto. Ogni cosa sta lì a giustificarne un’altra e tutte si giustificano reciprocamente.

Il teatro non deve riferire. Il teatro deve ferire.
Carmelo Bene

Autore

Radicalmente inquieta, sostanzialmente in cerca, scrivo, registro, sondo il pulsare del mondo attraverso lo schermo invisibile della quarta parete. Vago con i sensi tesi a captare il manifestarsi del Duende, demone della bellezza autentica. E sì, sono barocca.