Natale: libri e film che potrebbero farvi svoltare le feste e la vita

0
Condividilo!

Con le feste che si avvicinano e la necessità di acquistare dei regali, cosa c’è di meglio che acquistare un film da vedere insieme per poi accendere un dibattito? Oppure leggere un libro accanto ad un camino fumante?

Libri e film possono essere utili per aiutarci ad affrontare piccoli o grandi problemi psicologici, a rilassarci, ma anche a riflettere su determinate tematiche. Un buon libro e un buon film possono essere uno stimolo importante per identificare un problema e avviare una riflessione su se stessi e sul mondo che ci circonda. Prendere consapevolezza è il primo, indispensabile, passo per iniziare un percorso che possa portare ad un cambiamento individuale e collettivo.

Se un popolo istruito è un popolo più difficile da ingannare, allora anche sotto le feste bisogna ricordarci di leggere e di guardare film per riflettere su questioni importanti come un semplice ma importantissimo atto di legittima difesa.

Film

Il principe del deserto

È un film del 2001 diretto da Jean-Jacques Annaud e tratto dal romanzo di Hans Ruesch, La sete nera (1957). Arabia agli inizi del Ventesimo secolo. Due guerrieri che si sono duramente combattuti sono uno di fronte all’altro. Il vincitore, Nesib emiro di Hobeika, decide che il perdente Amar, sultano di Salmaah dovrà consegnargli i suoi due figli Saleeh e Auda. I due bambini verranno cresciuti da Nesib e costituiranno la garanzia del rispetto del trattato che prevede che la “Striscia Gialla” (un’ampia fascia di deserto) divenga terra di nessuno e pertanto non rivendicabile. Quando però un petroliere texano gli dimostra che nella Striscia Gialla c’è il petrolio, Nesib, che vuole lo sviluppo del suo polo, infrange il trattato. A quel punto il mondo arabo attaccato alle sue tradizioni si scontra con la modernità occidentale, rappresentata dai medicinali, dalle innovative tecnologie belliche, da nuovi stili di vita e infine dalla vorace e fagocitante necessità di sfruttare le riserve petrolifere dell’Arabia. La civiltà occidentale, interpretata dallo speculatore straniero, non finisce che portare con sé la cultura del denaro, la quale ottenebra la mente di Nesib che, preso da un delirio di onnipotenza e da uno spregiudicato desiderio di lusso, ricchezza e potere, rinnega i valori del suo popolo.

È un film sull’eterno conflitto tra modernità e tradizione, tra l’amore per il popolo e la lussuria sfrenata, ma anche sulla necessità, secondo il principe Adua, di dover trovare una soluzione tra i proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero e il miglioramento dello stile di vita delle popolazioni arabe. Possono essere concessi diritti sull’estrazione del petrolio in cambio di medicinali, alimenti, ricchezza e aumento del benessere collettivo?

Fair Game-Caccia alla spia

È un film del 2010 diretto da Doug Liman, illuminante ed eccezionale, tratto da una storia vera. Il film ripercorre la storia del CIA-gate, scoppiato nel 2003, seguendo i passaggi che portarono gli Stati Uniti di George W. Bush jr. a costruire artificialmente le prove con le quali dichiarare guerra a Saddam Hussein e giustificare l’invasione dell’Iraq. Ansia, tensione, conflitto. Cosa può fare un singolo individuo quando conosce la verità, ma si trova da solo contro tutti nel più potente stato del mondo?

Naomi Watts veste i panni dell’agente CIA Valerie Plame e Sean Penn, suo marito, è l’ambasciatore John C. Wilson, mandato in Niger per scoprire se effettivamente il regime iracheno ha richiesto tubi di alluminio per fabbricare armi di distruzione di massa. Ma come era possibile che Saddam potesse costruirle se tutte le centrali erano state smantellate dagli stessi americani durante la prima guerra del golfo nel 1990? Interessi geopolitici, la continua e imperterrita sete di petrolio, la necessità di aumentare il controllo e la presenza statunitense in Medio Oriente, fino alla vita delle persone e delle loro famiglie coinvolte in una corsa contro il tempo per evitare guerra, sangue e morte. 

A sinistra la copertina del film con Naomi Watts e Sean Penn. A destra l’ambasciatore John C. Wilson e la moglie, l’agente CIA Valerie Plame.

Libri

Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Milano, Longanesi, 2002

Il terrorista che ora ci viene additato come il «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; è l’ingegnere-pilota, islamico fanatico, che in nome di Allah uccide sé stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo a una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa dei rischi di esplosione e inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso la gente muore di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare a una definizione comune del nemico da debellare.[1]

Federico Rampini, L’impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone, Milano, Mondadori, 2006

Dopo L’età del caos, questo libro di Rampini descrive la galoppante corsa verso la modernità e l’industrializzazione dei due giganti dell’economia mondiale: Cina e India. Una corsa forsennata che sta vedendo la creazione di un vero e proprio impero, costituito da 3,5 miliardi di persone (metà dell’intera popolazione del pianeta!). Cinesi e indiani sono più giovani di noi, lavorano più di noi, sono più affamati di noi. Hanno schiere di premi Nobel in tutti i settori. Sono i primi nella matematica e nei settori scientifici e nei lavori meccanici. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei nostri e talvolta sono costretti a lavorare a ritmi elevatissimi, ai limiti dello sfruttamento, con regole rigide e particolarmente severe. Cina e India hanno arsenali nucleari ed eserciti di poveri. «Cindia», quindi, è il nuovo centro del mondo, dove si decide il futuro dell’umanità e con essa del pianeta. All’interno di questa nuova dimensione imperiale esiste però una grande differenza: l’India è l’esempio di un pluralismo democratico, nonostante le sue grandi contraddizioni interne; mentre la Cina è il più imponente modello di Stato autoritario, funzionante e modernizzatore. Quale dei due riuscirà ad imporsi? Vincerà la ricetta cinese, quella indiana o un misto fra le due? Quali conseguenze di vasta portata avrà sul resto del mondo?

Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, Milano, Garzanti, 2009

I francesi si vantano di portare la civiltà agli africani e agli indocinesi e in questo modo giustificano le loro conquiste; secondo loro, la civiltà consiste nella costruzione di strade, nell’apertura di scuole, nell’introduzione della medicina, vale a dire in elementi di una tecnica superiore. Gli indigeni colonizzati si lamentano non delle tecniche importate, ma delle umiliazioni personali subite, perché sono trattati come esseri di categoria inferiore. Ciò che gli uni definiscono « civiltà » nasconde per gli altri un’incarnazione della barbarie.[2]

L’altro ci fa paura perché non lo conosciamo, oppure perché pretendendo di conoscerlo lo definiamo inferiore in quanto diverso da noi, dal nostro modo di pensare, dal nostro modo di agire, dal nostro modo di comportarci. In tutto questo ci dimentichiamo, però, che è proprio la diversità la più grande ricchezza dell’umanità. Quindi non creiamo muri, abbattiamoli! Preservare una cultura non significa chiudere tutto fuori dalle mura amiche. Mantenere una propria identità non significa ripudiare l’alterità. La cultura è meticcia. L’identità è meticcia. Entrambe sono date dal dialogo con la diversità, non da una pretesa specifica superiorità razziale. L’odio e le incomprensioni si abbattono con il dialogo. Il dialogo è integrazione.

Ecco, questo è il pensiero di personaggi quali Tzvetan Todorov e Tiziano Terzani. Il pensiero di grandi uomini, spiriti liberi, osservatori sagaci dell’animo umano, profondi conoscitori della diversità culturale, menti sempre aperte al dialogo.
Negli anni in cui il populismo nazionalista, becero e reazionario, conservatore e xenofobo, falso e bugiardo vuole imporre la propria idea di chiusura, odio e disprezzo, è giusto ricordarsi l’insegnamento di chi, come Todorov o Terzani, hanno combattuto per tutta la vita contro questo; difendendo e cercando di dare voce a quelle persone che per secoli hanno visto la loro parola negata, i loro diritti calpestati. Andiamo oltre lo scontro delle civiltà, non abbiamo “paura dei barbari” e alla fine domandiamoci: se esistono, chi sono veramente i barbari?

Tzvetan Todorov (1939-2017), saggista e filosofo bulgaro, naturalizzato francese, autori di numerosi libri sull’Illuminismo e la comprensione della diversità.

Raj Patel, I padroni del cibo, Milano, Feltrinelli, 2008

Patel è un’economista inglese e il più autorevole rappresentante della filosofia della condivisione. Una parola quest’ultima, quasi completamente dimenticata da chi controlla l’economia mondiale e in particolare da chi controlla il cibo. Circa un miliardo di persone nel mondo è denutrito. Un altro miliardo è obeso. Quasi metà della popolazione mondiale vive quotidianamente il problema di un’alimentazione insufficiente. L’altra metà soffre dei tipici problemi legati a un’alimentazione sovrabbondante e alle disfunzioni che ne derivano: diabete, eccesso di peso, problemi cardiocircolatori. È un paradosso? Solo apparente, argomenta Raj Patel, perché questo stato di cose è l’inevitabile corollario di un sistema che consente solo a un pugno di grandi corporation di trarre profitto dall’intera catena alimentare mondiale.

I padroni del cibo è un’indagine appassionante che svela per la prima volta i retroscena della guerra in corso per il controllo delle risorse alimentari: un vero e proprio giro del mondo che spazia dall’aumento dei suicidi tra i contadini asiatici alle sventurate conseguenze degli accordi commerciali tra Messico e Stati Uniti, dall’emergere dei movimenti dei senza terra in Brasile al fallimento di molte produzioni agricole africane, fino a toccare le sofisticate tecniche di manipolazione dei consumatori nel ricco Nord del mondo.
In una fase storica in cui assistiamo all’aumento dei prezzi di tutti i prodotti di base, anche nei paesi occidentali, conoscere e comprendere le politiche alimentari mondiali significa confrontarsi con i temi della globalizzazione e della giustizia sociale, ma soprattutto significa capire quali strategie produttori e consumatori possono mettere in atto per proteggere la propria salute e contrastare lo strapotere delle multinazionali. Perché, come dice Raj Patel: “Porre fine alla fame non è semplicemente una questione di far crescere più cibo, ma di coltivare la democrazia.”

Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Milano, Rizzoli, 2015

Naomi Klein è sagace, pungente, brillante, incredibilmente acuta e retoricamente suadente. Le sue idee affascinano, aprendo un nuovo mondo, nuove possibilità relazionali tra lo sviluppo sostenibile e la coesistenza paritaria tra uomo e natura. Lo squilibrio generato all’interno dell’ecosistema a causa dell’eccessiva attività estrattiva, degli incidenti alle piattaforme petrolifere o alle fabbriche chimiche, dell’intensivo sfruttamento dei terreni agricoli ha un colpevole: il modo di produzione capitalistico. Cosa fare allora? Il messaggio è disarmante. Attuare una rivoluzione su vasta scala, a partire dal lavoro e dalla produzione di energia, per evitare che al mondo ci siano luoghi come l’isola di Nauru (un esempio fra i moltissimi che fa), diventata un comodo bidone dell’immondizia:

un posto in cui trasformare il terreno in spazzatura, riciclare denaro sporco, far scomparire gente indesiderata e oggi un luogo che potrebbe esso stesso scomparire.[3]

Insomma, sempre la stessa storia: terreno inquinato, animali intossicati e persone malate destinate a morire di cancro.

Naomi Klein ha raggiunto il successo con due best sellers: No Logo (2001) e Shock Economy (2007)

A leggere il libro di Naomi Klein viene in mente quel video fatto dal reporter di National Geographic Paul Nicklen, dove viene immortalato un orso polare dal manto bianco, il pelo sporco, le zampe anteriori atrofizzate, il fisico rinsecchito, emaciato, scheletrico, straziato dalla fame, che, ormai privo di forze, cade a terra, dove attende il lungo sonno del trapasso.

Il clima cambia. Ѐ un evento naturale. Ma oggi il clima del pianeta sta cambiando in modo così drammatico da trasformare il mare e la terra, interessando ogni forma di vita. Dal 1950 a oggi le emissioni di anidride carbonica sono passate da 1,6 a 7 miliardi di tonnellate, determinando un riscaldamento globale complessivo di circa 2°C e portando alle temperature più alte mai registrate. Secondo alcune previsioni si potrebbero raggiungere i 6,3°C nel 2100. Dal 1978 a oggi, la copertura di ghiaccio del Mare Artico è diminuita di circa 1,2 milioni di km quadrati (una dimensione pari a quattro volte l’Italia) e la calotta polare del 42%, passando da 3,1 a 1,8 metri.

Le specie stanno scomparendo ad un ritmo mille volte superiore a quello naturale: il ritmo di estinzione è da 100 a 1000 volte più elevato che nelle precedenti aree geologiche. Tre quarti delle aree di pesca sono impoverite, esaurite o in allarmante declino. Si ritiene che, se non verranno prese delle misure per arginare tutto questo, entro il 2100 il 12% degli uccelli, il 25% dei mammiferi, il 32% degli anfibi e circa il 30% dei pesci scompariranno definitivamente.
La Cop21 aveva cercato di prendere dei provvedimenti in tal senso, ma a cosa servono degli accordi internazionali se alcune fra le maggiori potenze mondiali (Usa e Cina, in primis) non vi aderiscono?

In ogni caso la colpa non è solo dei grandi ma anche dei piccoli, di ogni individuo. Ogni singolo gesto di qualsiasi persona in qualunque parte del mondo contribuisce a modificare in piccolissima parte l’equilibrio del pianeta. Piccoli gesti ripetuti quotidianamente da milioni, miliardi di persone cambiano, corrompono e inquinano il pianeta in grandissima parte. Tutto questo sta portando il nostro mondo ad un passo dal baratro. Ormai siamo sull’orlo dell’oblio. Se non ci mettiamo in testa della necessità di un cambiamento radicale dei nostri stili di vita, dall’alimentazione alla produzione di rifiuti allo sfrenato consumo di risorse non rinnovabili, le prossime vittime di quel sistema marcio, dannoso ed estremamente deleterio che abbiamo creato fino ad oggi saremo noi.
L’umanità stessa si sta scavando la fossa. E il fatto è che non lo abbiamo capito, oppure – e la cosa è ancora più terribile – stiamo facendo finta di niente.

[1] Terzani T., Lettere contro la guerra, (2002), Milano, TEA, 2014, pp. 51-52.

[2] Todorov T., La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, (2009), Milano, Garzanti, 2016, p. 64.

[3] Klein N., Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Milano, Rizzoli, 2015, p. 233.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa

Lascia un Commento