“The Booth at the End”: i limiti, i desideri e la dannazione

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Vorrei iniziare questo nuovo articolo sulla serie The Booth at the End, parlando prima di… cinema. A differenza di quello che dicono tanti critici improvvisati, negli ultimi anni, la situazione del cinema italiano sta effettivamente migliorando. Piano piano stiamo recuperando terreno rispetto agli altri Paesi europei sul fronte qualitativo. Registi come Sorrentino, Garrone e Sollima si stanno facendo conoscere anche ad Hollywood, aggiungendosi ai già famosi Tornatore e Salvadores; altri invece come Sibilia, Rovere e Mainetti si sono appena affacciati nel mondo del grande schermo con ottime opere prime.

Uno dei maggiori successi, sia di critica che di botteghino, dello scorso anno, è stato Perfetti Sconosciuti, di Paolo Genovese. In quella commedia dall’impostazione teatrale si consumano nel tempo di una cena, una serie infinita di drammi sentimentali e familiari. Partendo da una premessa semplice, il film si dipana nei meandri delle vite segrete e nascoste dei commensali. Lo scorso mese, è uscito nelle sale, sempre per la regia di Genovese, The Place, il remake italiano di The Booth at the End. Forte di un cast che annovera alcuni dei migliori attori nostrani, The Place è riuscito ad arrivare primo nel weekend di uscita.

The Booth at the End

Il tavolo in fondo

Mi sono interessato a questa serie quando vidi il primo teaser trailer di The Place e lessi tra i commenti il nome della serie “madre”. The Booth at the End è una serie americana andata in onda sul canale FX tra il 2010 e il 2012. In Italia ci è arrivata solo la prima di due stagioni, disponibile su Netflix. Mentre la seconda è facilmente reperibile, sottotitolata, su YouTube. La brevità della serie (10 episodi totali da 25 minuti) fa sì che se la vedessimo tutta insieme, sembrerebbe di vedere un paio di film.

Protagonista assoluto è l’uomo senza nome (Xander Berkeley) che siede sempre allo stesso posto di una tavola calda. Chi lo va a trovare lo fa per un motivo: ha un desiderio, qualcosa da richiedere. L’uomo sembra essere in grado di esaudire ogni tipo di richiesta purché sia abbastanza precisa, e soprattutto che venga rispettato il patto. Il patto consiste in un’azione che l’uomo chiederà di fare in cambio, e sarà proporzionale all’entità della richiesta. I clienti dell’uomo sono i più disparati: uomini e donne, ricchi e poveri, giovani e anziani. Le loro richieste eterogenee come tipologia, sono tutte importanti, e adducibili ad un profondo egoismo degli stessi. Va da sé che ciò che l’uomo chieda, secondo il quaderno che ha sempre con sé, sia duro da realizzare dal punto di vista legale e morale. Parliamo di far commettere talvolta reati gravi a persone perbene e fondamentalmente buone.

The Booth at the End

Il bello di The Booth at the End

Il primo punto di forza di The Booth at the End è sicuramente il bassissimo costo di produzione, dovuto all’unica location utilizzata e all’ingaggio degli attori, non celebri ma comunque bravi nel loro ruolo. L’unica location ci porta al secondo punto di forza: la serie non riesce ad annoiare nonostante non si vedano mai i clienti fare qualcosa. Dobbiamo basarci unicamente sul loro racconto, sul loro punto di vista per capire come procedono le missioni assegnate. L’uomo nell’ascoltare i clienti è avido di conoscere i dettagli che poi si appunta scrupolosamente sul quaderno. Egli è super partes, non fa niente per aiutarli né per ostacolarli, l’unica cosa che si limita a spiegare e a ripetere è che ciò che fanno i clienti, lo fanno unicamente per sé stessi. Lui non è in grado di far avverare le richieste, sa solo cosa è necessario fare perché avvengano.

The booth

La cosa più subdola del patto è che lo si può in ogni momento abbandonare senza conseguenze. Il cliente così non è più legato da un vincolo come sarebbe per un patto col diavolo. Se decidesse di abbandonare, è possibile che ciò che ha desiderato si avveri comunque; la smania di raggiungere il proprio obiettivo, però, non fa desistere nessuno. Quello che nessuno di loro sa è che grazie al loro compito, le loro strade si incroceranno, e le conseguenze saranno devastanti poiché nessuno sospetterà che anche l’altro sta rispettando un patto. Il risultato di The Booth at the End è un ritratto sociale di un’umanità che scende a compromessi per i propri scopi, seppur nobili. L’uomo misterioso non è un affabulatore, ma un deus ex machina capitatoci per conoscere molto più di noi stessi.

Autore

Vedo cose, ascolto tutto, sono attento ai dettagli e preciso per formazione. In realtà non sono mai stato serio in vita mia, ma nessuno è mai riuscito a darmi ragione.