Indipendenza della Catalogna: il voto decisivo

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Dove eravamo rimasti

L’ultima volta che abbiamo parlato della Catalogna era fine settembre, e di lì a poco i catalani sarebbero stati chiamati ad esprimersi sul referendum per l’indipendenza. Il governo regionale – la Generalitat – convocava la consultazione; i tribunali e il Governo di Madrid la consideravano illegale.

  • Il Governo catalano era pronto a dichiarare unilateralmente l’indipendenza se la maggioranza dei cittadini avessero deciso per il “si”.
  • Il Governo di Madrid inviava in Catalogna la Guardia Civil e la Polizia Nazionale per impedire la consultazione e “per garantire la sicurezza”.

L’epica del 1° di ottobre

Il 1° di ottobre è un giorno storico per tutta l’Europa, di quelli che bisogna conoscere. È fatto di strati che insieme compongono contraddizioni incomprensibili; momenti scioccanti, atti di coraggio, umanità, disumanità, pianti di gioia, violenza e sangue, dove tutti sono obbligati a compiere delle scelte, mentre il cuore batte a mille. Somiglia alla trama di un film, ma è reale: un giorno disordinato e unico, come lo sono quelli scritti dai popoli. Nel bene e nel male l’1/10/17 è un giorno epico.

Occupazione

Ottobre 2017 inizia presto in catalogna, migliaia di cittadini hanno deciso di occupare le scuole e le strutture pubbliche indicate dalla Generalitat per ospitare i seggi. Famiglie con bambini, anziani e giovanissimi. Un pezzo di popolo catalano che veglia per difendere “el deret a decidir” (il diritto di decidere): se staccarsi dal secolare legame con il resto della Spagna o continuare a farne parte.
L’emozione è incontenibile: gli anziani votano tra gli applausi, molti lasciano cadere la scheda con le lacrime di felicità che colano sul volto; applausi e mille gesti di umanità segnano una giornata attesa da anni.
Opporranno tutti resistenza passiva all’arrivo degli agenti chiamati a sgomberare i seggi: molti verranno spintonati, trascinati per le scale, raggiunti da manganellate e proiettili di gomma, in centinaia avranno bisogno di assistenza medica. Mentre i responsabili di sezione proveranno a proteggere le urne come possono, fino a portale via di corsa per evitare che vengano requisite.

“No habrà urnas”

“Non ci saranno urne” diceva Il Primo Ministro spagnolo Rajoy; invece in tutti i seggi compaiono le grandi scatole di plastica a chiusura ermetica presentate, qualche giorno prima, ai media di mezzo mondo in pompa magna. Gran parte degli analisti allora si mostrava scettica, convinta che le urne sarebbero state intercettate dagli organi di sicurezza spagnoli per non arrivare mai a destinazione. Invece le urne ci sono, con sopra il grande stemma della Generalitat, che incornicia le “barras” della bandiera catalana, gloriosa eredità del Regno Aragonese. Si scoprirà poi un raffinato sistema di comunicazioni analogiche tra i responsabili di sezione e una rete capillare e ben organizzata di attivisti che spedirà le urne per posta in grandi scatoloni di cartone: una beffa per i Servizi spagnoli.

Generalitat creativa

Per giorni la Generalitat combatte una guerra senza esclusione di colpi con gli informatici di Madrid che tentano in tutti i modi di mettere ko il sistema elettronico di conteggio dei voti e distribuzione dei materiali elettorali della Generalitat. A Barcellona hanno un asso nella manica: il seggio universale.
La mattina del 1° di ottobre, il governo catalano annuncia che ogni cittadino avente diritto può votare con un documento di identità in qualsiasi seggio grazie al sistema informatico della Generalitat.

Mossos D’Esquadra, eroi per un giorno

I Mossos sono la polizia regionale catalana, i suoi vertici vengono nominati e rispondono al governo catalano della Generalitat. Nei giorni che precedono il Referendum si parla molto di loro: saranno fedeli alla “legalità vigente” e ai tribunali spagnoli o alla Generalitat catalana?

Il primo di ottobre la sveglia suona di prima mattina per i Mossos, sono i primi ad entrare in azione perlustrando i seggi per verificare la situazione. La magistratura ha ordinato loro di impedire la consultazione, di sequestrare il materiale elettorale e di chiudere i seggi ma con un uso proporzionato della forza.
Nei media, la giornata sarà segnata da filmati in cui coppie di mossos non riescono neanche ad entrare nei seggi, tanta è la calca all’ingresso, e fanno marcia indietro tra gli applausi dei cittadini in coda.
Ma la giornata è convulsa, complicata: sostanzialmente ingestibile.

In molti casi si scontrano coi colleghi di polizia e Guardia Civil, che appare meno cauta, più decisa a impedire il voto, anche con la forza. I mossos si rifiutano di partecipare a cariche e scontri violenti con i cittadini ai seggi.
Le immagini che ne raccontano finiranno molto in fretta su social e tv, mostrando corpi di polizia che litigano in pubblico sul da farsi: rappresentazione plastica di una gestione scoordinata, divisa e poco efficace.
Nei media spagnoli si critica la condotta della polizia catalana ma dai manifestanti solo applausi, abbracci e lacrime: sono gli eroi per un giorno di quei milioni di catalani che hanno deciso di andare a votare sfidando Madrid.

I mossos sono stretti tra le proprie posizioni personali, la fedeltà allo Stato e insieme al governo regionale. La maggior parte dei seggi li chiuderanno loro, più della polizia e della guardia civil messi assieme.

La Guardia Civil, Titti e i manganelli

La Guardia Civil e la polizia spagnole alloggiano in una nave passeggeri ormeggiata al porto di Barcellona, affittata dal Ministero per il dispiegamento di agenti deciso dal governo in Catalogna. Sulla nave una gigantografia di Titti, il celebre uccellino dei cartoni.
Ma la condotta degli agenti spagnoli sarà molto lontana dalla tenerezza di quel ricordo di infanzia. Le prime azioni si concentrano sui seggi in cui voteranno i nomi più in vista del Governo catalano, dal presidente Puigdemont al vicepresidente. Il giudizio sul loro operato sarà controverso. Molti analisti dicono che in alcuni casi l’uso della forza è necessario, trovandosi gli agenti in gran minoranza numerica e accerchiati; altri considerano la decisione di sgomberare seggi pieni di anziani e bambini una scelta sciagurata che non poteva portare a nulla di buono. Durante la giornata si vedranno agenti che sfondano i vetri dei seggi per entrare, persone strattonate e trascinate per braccia e capelli, perfino per le scale; l’uso disinvolto di manganelli e proiettili di gomma (vietati in Catalogna).

Una donna col volto sanguinante fuori dal seggio, il primo di ottobre 2017.

Faranno il giro dl mondo le immagini di visi sanguinanti.
Agenti con il volto coperto, porteranno via le urne, strappandole letteralmente dalle mani dei responsabili del seggio. Loro andranno via tra fischi e urla di “ fascistas!”.

La sera stessa, la rabbia di alcuni catalani è tale che proliferano manifestazioni in molte parti della regione, tutte pacifiche ma con un esito impressionante. A Motroig, la Guardia Civil viene letteralmente cacciata; Mentre a  Calella, dove un albergo ospita diversi poliziotti, verrà circondato da manifestanti e gli agenti saranno costretti ad abbandonarlo per dirigersi a Pineda de Mar. Ma appena giunti vengono accolti da altri manifestanti che circonderanno per giorni l’edifico e anche a Pineda resiteranno poco.

Indipendenza in sospeso

Il 2 ottobre iniziano i bilanci. Secondo la Generalitat al referendum hanno votato più di 2 milioni di catalani e ha stravinto il “si” all’indipendenza.
Il voto è stato una gigantesca dimostrazione di forza degli indipendentisti e del sentimento diffuso in difesa dell’autonomia locale da parte dei catalani. Il governo spagnolo non ne esce bene: le immagini degli agenti che portano via le urne e picchiano cittadini inermi che vogliono solo mettere un pezzo di carta in un’urna danno una pessima immagine internazionale. Ma 2 milioni di votanti sono meno della metà degli aventi diritto e i risultati sono lontani dal legittimare in modo inequivocabile la volontà del popolo catalano di andare avanti verso una scelta definitiva e di portata storica. L’intervento voluto dalla magistratura non ha permesso che venissero rispettati gli standard internazionali in fatto di consultazioni, come confermano gli osservatori internazionali presenti. Si apre una settima convulsa in cui il presidente catalano pronuncia uno strano discorso. Dopo trattative, prove di mediazione, ritardi e pressioni, Puigdemont dice che la catalogna si “è guadagnata il diritto di essere uno stato indipendente” ma chiede al parlamento di sospendere ogni decisione per provare l’ultimo dialogo con Madrid. Migliaia di indipendentisti in piazza davanti passano dalla gioia alla delusione in pochi secondi. Passeranno diversi giorni, in cui i media parleranno, con molta ironia, di indipendenza “ in sospeso”.

La decisione del presidente Puigdemont dividerà per la prima volta il mondo indipendentista.

Puigdemont appare disorientato, incapace di prendere una decisione definitiva. Il grande capitale politico ed emozionale che il referendum gli ha messo in mano . Inizia un valzer di comunicati e smentite, sedute rimandate, telefonate misteriose e mille incontri.

Il discorso del Re

Felipe V, giovane monarca, è considerato da molti come un progressista attento alla pluralità identitaria del regno, tanto che parla bene il catalano e si sforza di pronunciare discorsi in basco e galego. Con il suo discorso dopo il referendum affronta il suo 23F.

Il 23F (23 Febbraio) del 1981 fu il giorno del colpo di stato spagnolo, con l’occupazione del parlamento da parte di alcuni franchisti che volevano interrompere la transizione democratica iniziata dal Re Juan Carlos di Borbone. Juan Carlos fece allora un discorso alla Nazione, indossando l’uniforme di capo dell’esercito e intimando a tutte le forze militari di interrompere il golpe. Con quel discorso, il padre di Felipe si guadagnò la corona e consolidò definitivamente la democrazia.

Re Felipe si dirige alla Nazione. È severissimo, non concede nulla al governo catalano. Parla di legge e stato di diritto. Non legittima nulla del processo indipendentista, non parla della violenza della polizia e non pronuncia neanche una parola in catalano. Una doccia fredda per chi si aspettava che scegliesse un ruolo di riconciliatore, provando a mediare tra le parti. Del resto alle sue spalle campeggiava il ritratto di Carlo III, il Re che impose il monolinguismo spagnolo a tutto il regno.

Dichiarazione di indipendenza

Il 20 ottobre il parlamento catalano approva la dichiarazione unilaterale di indipendenza. Gli indipendentisti hanno sempre dimostrato gran gusto e molta abilità nell’organizzare rituali e manifestazioni scenografiche. Il giorno della dichiarazione di indipendenza è diverso. Eccetto gli indipendentisti del partito di sinistra indipendentista radicale CUP, le facce dei leader del Govern catalano sono tutt’altro che convinte: sono tese. Quel giorno tanto atteso non ha l’epica che dovrebbe avere e in molti l’hanno capito. Il governo catalano si dichiara indipendente, circondato dal silenzio dei governi europei, di Bruxelles e del mondo. Qualche messaggio di solidarietà arriva da altre istituzioni regionali , ma nulla più.

Arresti

Jordi Cuixart e Jordi Sanchez sono i due attivisti più importanti del movimento indipendentista catalano. Sono accusati di reati connessi con il referendum e sono in carcere da ottobre.  A distanza di pochi giorni dalla dichiarazione di indipendenza quasi tutto il governo catalano è finito in prigione. Solo Puigdemont e alcuni ministri sono partiti per il Belgio, e anche se raggiunti da un mandato di estradizione, sono in attesa che il sistema giudiziario belga decida come comportarsi in merito.

155: la fine dell’autonomia.

Dal giorno in cui è stata dichiarata l’indipendenza il governo spagnolo ha sospeso l’autonomia applicando l’articolo 155 della Costituzione. Dal 20 ottobre la vicepresidente di Rajoy, Soraya Sainz De Santamaria, ha la guida del governo catalano. Madrid controlla i mossos, la tv pubblica catalana e i ministeri del governo di Barcellona, come tutti i capitoli di spesa. Il parlamento catalano può legiferare e funzionare regolarmente ma su materie non legate all’indipendenza. Non accadeva dai tempi di Farcisco Franco.

Il presidente spagnolo Rajoy è un politico di lungo corso, un attendista, ma in questo caso ha deciso di spiazzare tutti. Insieme alla sospensione dell’autonomia ha indetto subito nuove elezioni in Catalogna per il 21 dicembre con l’idea di ritornare alla “legalità costituzionale”.

21D: Elezioni

I catalani sono stanchi, in pochi anni hanno affrontato tre elezioni regionali anticipate e due referendum. L’impossibilità di raggiungere un risultato definitivo col quale capire una volta per tutte quale sia la volontà del popolo catalano, ha stancato il Proces indipendentista e diviso profondamente la società. La convocazione di elezioni vede una condizione politica inedita: la mobilitazione di milioni di catalani unionisti che per la prima volta sfilano per le strade della capitale e partecipano a manifestazioni moltitudinarie. In queste regionali il fronte indipendentista risulta meno unito e quello unionista più compatto e deciso a tornare alla “legaità vigente”.

I partiti sono sette, con i rispettivi candidati alla presidenza.

Un profilo completo dei partiti in campo, della loro collocazione ideologica e se sono indipenndentisti o meno.

Scenari. Chiunque vinca dovrà fare degli accordi per poter arrivare alla maggioranza dei seggi del Parlamento regionale. Ecco cosa potrebbe succedere dopo le elezioni, se i sondaggi verranno confermati.

Possibili scenari di alleanze di governo dopo le elezioni.

Questione di democrazia

I governi europei hanno fatto il possibile per relegare la questione catalana a problema locale spagnolo. Del resto gli indipendentismi non piacciono a nessun grande stato europeo. Che si tratti dei catalani, dei baschi, dei corsi, dei sardi, dei sudtirolesi, degli scozzesi o dei fiamminghi, i confini usciti dalla Seconda Guerra Mondiale nessuno li vuol toccare. Per mezzo secolo gli Stati europei hanno tollerato i movimenti indipendentisti minoritari con il riconoscimento di autonomie più o meno ampie, il rispetto delle lingue minoritarie e in alcuni casi il riconoscimento di identità nazionali diverse da quella prevalente. Perfino i movimenti indipendentisti armati hanno riposto le armi, con la promessa di uno spazio democratico rispettato e legittimato dagli Stati. Ma con la Catalogna tutto cambia perché la maggioranza indipendentista qui è vicinissima.

In Catalogna metà del popolo non riconosce più legittimità alla Costituzione e alle istituzioni esistenti. Chiede di cambiarle ma viene ignorata. Consapevole del problema, sceglie di risolverlo come si fa in democrazia: votando. La reazione di chi ha ignorato il problema è la repressione.

Se milioni di persone, la metà di un popolo, non riconoscono la legittimità di una istituzione o di una legge, quella legge non esiste già più; allora le alternative sono due:

  • Farne una nuova, riconoscere il problema e dialogare per costruire regole che abbiano una ampia maggioranza capace di legittimarle.
  • Picchiare forte quella metà di popolo che si oppone, minacciarla, incarcerarla, fino a quando non decide di obbedire. Nulla di nuovo: lo facevano i più illustri dittatori. Così, però, vince la legge ma muore la democrazia.

La democrazia non è solo diritto di voto e potere decisionale della maggioranza, ma l’idea che una comunità debba viaggiare unita e chiunque la componga dia un contributo al suo sviluppo se si sente rispettato e libero. Per questo chi vi scrive invidia tutti quelli che sanno benissimo se è giusto che la Catalogna sia o meno indipendente. Un popolo che ha una storia, una lingua e una identità culturale che lo rende tale, dovrebbe avere il diritto, esso solo, di decidere del proprio destino. Del resto le frontiere europee sono il frutto di conquiste, guerre e matrimoni e – come le leggi – sono sempre cambiate; sono strumenti per costruire la felicità di chi le abita.

Non possiamo accettare che una crisi istituzionale, come la questione catalana, in Europa, nel secolo XXI, si risolva con la repressione invece che con la parola e con le urne.

Oggi si tratta di indipendenza, ma domani potrebbe accadere per una riforma della Costituzione che metà dei cittadini non riconosce; una legge che limita le libertà individuali oggetto di contestazione; la richiesta di dimissioni di una carica dello Stato; la partecipazione ad una guerra o un qualsiasi diritto civile.

Un giorno al loro posto potremmo esserci noi. Che vi piaccia o meno “tots som catalans” (siamo tutti catalani).

Autore

Sardo di nascita, vivo a Firenze dai lontani tempi dell’università. Rimango sardo perché mi va e perché fiorentini non si diventa. Mi piace fare tutte le cose banali. Adoro i luoghi comuni, mi sforzo di essere hipster per occultare i mio lato nerd. Vorrei essere più alto. Amo incondizionatamente chiunque nutra la mia autostima. Credo che il mondo sarebbe più bello se fossimo tutti più stupidi.