Ch@t con l’autore: Simone Lisi

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Un po’ alticci entrambi e dopo esserci scambiati un paio di dritte su dove ordinare la pizza a Firenze, io e Simone Lisi abbiamo chiacchierato un po’ intorno ad argomenti profondi e alla sua intensa attività di scrittore a Firenze.
Ciao Simone, come ti ho accennato, vorrei che la chiacchierata prendesse una piega così, informale e colloquiale. La rubrica si basa proprio sul chattare riguardo alla tua esperienza e di intavolare qualche discussione. Ho preparato qualche domanda, ma sei libero di non rispondere, rispondere a metà, mandarmi a cagare o divagare.
Bene, mi piace, procediamo pure, vediamo che ne esce fuori.
Avevo già letto qualcosa del tuo sito (blog non mi piace come parola), qualcosa random, e ho notato un particolare troppo importante per far finta di nulla. Perché è qualcosa che va completamente al di là di quello a cui sono abituato a leggere, ovvero l’elemento quotidiano. Perché per te è così importante scrivere riguardo a questo? 
Sì, questo è forse il centro della mia scrittura, e mi fa piacere parlarne subito. Direi che il quotidiano, il vissuto, rappresentano per me qualcosa di improrogabile. Il punto da cui partire sempre. Il quotidiano e il vissuto, cioè l’esperienza diretta, mi piacciono e mi muovono, perché succedono cose che sono sorprendenti. Che mi fanno forse semplicemente pensare, e quindi io parto da lì. Mi piace anche indugiare su questo, ma forse questa cosa è più un tratto stilistico. La realtà è di più, diceva lo slogan di un festival di documentario di qualche anno fa. Sono d’accordo.
Ecco, la presunzione (positiva) che hanno forse quasi tutti gli scrittori è quella di voler scrivere per comunicare una qualche verità; tu questo non lo fai, raccontando eventi e episodi di per sé “normali” lasci completamente campo aperto a chi ti legge di interpretare quello che vogliono, di seguire dei pensieri che nascono da un elemento fisico senza avere un binario. Perché pensi che questo sia utile a chi ti legge? Non pensi che chi ti legge debba scoprire qualcosa di più di te?
Penso che questo mio “ateismo” per quanto riguarda la verità sia dovuto ai miei studi, la filosofia, e in particolare la filosofia morale. Diciamo che in questo campo ti insegnano dal primo giorno che non finirà bene. Detto questo, non mi sento neanche un relativista, forse questo mio messaggio si deve anche alla mia storia familiare, a una messa in discussione dell’autorità genitoriale, o anzi, a una auto-messa in discussione da parte dei miei stessi genitori, che mi portano a non saper molto bene dove sto andando e con me quello che mi circonda. Circa lo scoprire cose di me, io mi scopro molto. Questo anzi è spesso un problema. A volte una ricchezza, una forza, ma per il fatto che sto sul vissuto, sull’esperienza, tutto ciò di cui scrivo risulta autobiografico. È una cosa con cui in parte gioco, ad esempio se scrivo su Facebook che ho cambiato lavoro, o che sono partito per un viaggio, è possibile che le persone ci credano. Questo vale anche con la scrittura, con i racconti, ma spesso è vero in un altro senso, cioè magari è un desiderio, una fantasia. Credo che per chi scrive, i social siano oggi un luogo anche interessante dove sperimentare. Ma non solo. Sono anche dei luoghi dove si perde molto tempo, che invece si potrebbe dedicare ai rapporti umani o alla lettura.
L’elemento autobiografico nelle tue opere complete è tangibile, ma personalmente non lo avverto come un problema; non sei entrante, e questo è un pregio. Riguardo alla tua ultima affermazione, io ti aggiunsi su Facebook un po’ di tempo fa, e non ho potuto fare a meno di notare l’intensa attività social che hai, la tua partecipazione quasi fissa a un grande numero di eventi culturali fiorentini. Provo anche un po’ di invidia, in realtà, perché io cucino la mia scrittura nella solitudine, quindi, la curiosità che mi assale mi spinge a chiederti: come fai a conciliare questa intensa attività social(e) con la riflessione?
È una buona domanda. La risposta è: non so bene come faccio. Sono due momenti distinti della giornata.
Una volta, alcuni anni fa, come te stai facendo ma forse in modo più naif, chiedevo agli scrittori che incontravo come facessero a essere scrittori. Quale fosse il segreto. Alcune risposte erano sulla costanza, scrivi ogni giorno tre pagine. Anche quando non hai niente da dire. Altri mi risposero che c’era bisogno di una rete intorno al tuo scrivere, e io ci ho creduto. Una rete di persone con cui confrontarsi, con cui parlare, con cui cercare di crescere singolarmente, come scrittori, ma anche collettivamente. Io credo che a Firenze oggi ci sia un momento abbastanza buono per confrontarsi, che non si è troppo soli. E che questo sia un bene. 
(Più naif intendevo me, non te che sei molto serio).
Ahahah, sembro serio. La serietà è il costume che la curiosità ha deciso di indossare stasera. Anche io sono convinto che Firenze stia attraversando un momento importante da questo punto di vista, e sono convinto che quello che scrivi è giusto, e che sì, non si è mai troppo soli.
Lo dicevo l’altra sera, scrivo da molti anni, ma il mondo delle riviste mi ha portato a entrare in contatto con tante persone, anche con editori, e a far sì che la scrittura sia oggi qualcosa di più di un semplice hobby.
Quindi, forse, sei uno dei pochi che può dire di vivere di scrittura. Spesso, troppo spesso, viene chiesto a uno scrittore cosa faccia di lavoro. Tu cosa risponderesti? 
No. Sono lontanissimo dal viverci. Faccio dei lavori da copy, scrittura di testi pubblicitari, di moda, oppure collaboro con professionisti, ma sono lontano da essere scrittura-sufficiente. Ho un lavoro d’ufficio, un part-time normalissimo, che amo e odio. Ma che mi dà una stabilità che non potrei oggi avere con la scrittura. Dico anche un’altra cosa. Quando una passione diventa una professione è un’altra cosa. Mi piacerebbe scrivere e basta? Non andare in ufficio sei ore al giorno e dedicarmi solo alla scrittura? Penso di sì. Penso che mi piacerebbe, ma l’idea che la scrittura mi sia odiosa come lo è il lavoro, un po’ mi spaventa. Ma forse è solo un pensiero debole, di risentimento, per citare un filosofo.
Eppure, è esattamente il mio stesso pensiero. Vorrei parlare un attimo del racconto breve che ho letto Gli scrittori del C.N.Mi ha fatto sorridere tanto, perché abito a due passi dal Caffè Notte, nonostante non l’abbia praticamente frequentato mai di giorno. Voglio sapere se tu sei Liguori o lo scrittore masturbatore, perché, per quanto tu dica che sei autobiografico, questo è un elemento che nel racconto non traspare.
Diciamo così. Anni fa la sera al Caffè Notte c’era un’altra gestione. C’era un tale Danilo, era una specie di bar respingente, dove i vecchini giocavano a briscola. Una serie di giovani scrittori, nomi non molto noti, ma che per me, giovane scrittore, lo erano (Santoni, Margini, Disa, Merlini) si trovavano là a bere e scrivere. Erano degli sfigati o dei geni? Per me erano un mistero, volevo essere uno di loro, credo, anche se erano abbastanza messi male. Liguori è uno dei fondatori di un blog che oggi non esiste più, si chiamava scrittori precari. Io ho avuto il piacere di scriverci per alcuni anni, ma di fatto non sono mai diventato uno di loro. Vuoi perché il Caffè Notte ha cambiato gestione, vuoi perché i gruppi sono così, comunicano, si parlano, si conoscono, ma poi ognuno ha il suo gruppo. In questo senso la bocciofila è un gruppo di persone che scrivono, debitrici a quei ragazzi del Caffè Notte, che ne hanno stima e simpatia, e in parte non li sopportano, come dei fratelli più grandi. Gli scrittori del C.N. parla di questo rapporto ambiguo. Dell’amore sanguinante per il fratello per usare un’espressione di Pasolini.
Quindi in questo momento ti senti più l’uno o l’altro?
Ora che parlo con te mi sento un po’ dei loro, un po’ fratello grande io. Ma mi fa un po’ strano, ti confesso.
Si diventa sempre ciò che sembra più lontano, secondo me.
 È possibile, mi chiedo allora cosa ho di lontano oggi, perché non so bene cosa diventerò. Ma forse a un certo punto si smette di diventare.
O a un certo punto si smette di avere qualcosa lontano. Diventare è un po difficile da smettere. Sarebbe bello, ma difficile.
È certo che questo presente, con un libro mio che uscirà a gennaio, con queste riviste e impegni con la scrittura, io l’ho desiderato tanto. Ho lottato. Non sono il solo ad averlo fatto, ed è vero che non uscirò con una grande casa editrice, ma questo presente io l’ho desiderato tanto. Oggi non so più bene che cosa voglio, se un po’ di stabilità, una famiglia, boh, non so. A volte dico a delle cene in pizzeria che il prossimo libro che scriverò sarà disegnato. Vediamo quando esce il romanzo come sto, mi dico così. Forse lo capirò allora.
Di certo la presenza e la testa non ti mancano, hai a mio parere tanto da dire e spero che avrai modo di farlo, davvero. Avrei voluto chiederti dei tuoi progetti ma mi hai anticipato, quindi ho ufficialmente concluso con le domande. Avrei tanto altro da chiederti, ma magari lo facciamo in via non virtuale.
Mi farebbe piacere.
E ovviamente leggerò il tuo libro a gennaio. Grazie Simone. 

Autore

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. E amo spendere soldi.