Dusty Broom – live alla Fondazione Tronci

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La Fondazione Tronci a Pistoia è un posto bellissimo. Piccolo, intimo, in cui non ti senti solo; che ti permette di ascoltare buona musica anche durante la settimana, anche se il giorno dopo hai la solita routine che ti attanaglia e ti tira giù dal letto troppo presto, quando ancora è buio e vorresti rimanere sotto le coperte.

Ph. Credit: www.fondazioneluigitronci.org

I Dusty Broom

Giovedì 7 dicembre alla Fondazione Tronci hanno suonato i Dusty Broom, un gruppo di Pistoia che suona e racconta il rock romantico, povero ed emarginato delle origini, attraverso una formazione old style: chitarra acustica, dobro, fisarmonica, armonica, contrabbasso, violino (che si è aggiunto recentemente) e batteria. Il concerto si apre con un brano tratto dal film Paris,Texas, bellissimo pezzo eseguito da Andrea Pagliari, voce e chitarra elettrica, che riesce a carpire l’attenzione, il silenzio e i sentimenti di tutto il pubblico.

Seduti nella corte interna della Fondazione Tronci, chiacchiero un po’ con Elio, voce e chitarra ritmica dei Dusty Broom.

Com’è nata la vostra passione per questo tipo di musica? Cosa rappresenta per voi?

Suoniamo il rock prima che fosse rock, quello americano delle origini, prima di Hendryx, dei Doors o dei Jefferson Airplane, perché è la cruda musica delle emozioni che ti risuona dentro in modo arcaico, senza troppi orpelli inutili, raccontando di storie di vita. Prendiamo come punto di partenza il 1929, anno in cui l’America del Grande Gatsby, dello sfavillio anni Venti cambia volto e ti mostra il conto da pagare. Diventa l’America delle Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie, di cui sono protagonisti proprio quei milioni di disperati che dal Texas, Oklahoma, Kansas o Tennessee puntano alla California, terra del latte e miele; è proprio di questi grandi spostamenti di massa che ci parla Do Re Mi di Woody Guthrie, dalla quale passano immancabilmente i Dusty Broom, che con il suo testo può riportarci a temi di scottante attualità (immigrazione, disastri ambientali, crisi economica).

Perchè proprio quelle decadi e perché proprio quella musica?

Suoniamo questa roba perché è una musica naturale, è buona musica che non dobbiamo far morire, anche perché i suoni del passato fanno riflettere. Musica che ti parla, ti sussurra all’orecchio storie di vita vissuta, come quelle raccontate da Robert Johnson, il bluesman del diavolo. Musica buona c’è anche oggi, ma non è programmata in modo educativo, manca la divulgazione, parte delle nostre cover sono di musicisti che sono cresciuti ascoltando la radio che li ha, appunto, educati.

Ti posso dare ragione, ma non trovi che oggi siano cambiati i canali di trasmissione, come  l’invenzione di Spotify, che ti fa scoprire molti artisti nuovi?

Sì, ma il problema è che te li devi andare a cercare…The song remains the same, la musica buona c’è e ci sarà sempre, ma c’è qualcosa di sbagliato o danneggiato nel modo di veicolarla.

Il concerto è esso stesso un racconto, un racconto che si lascia narrare piacevolmente grazie alla qualità di quei testi che i Dusty Broom ci presentano in ordine cronologico, accompagnandoci dal 1929 fino agli anni Sessanta. Nel freddo inverno del 1962 arriva a New York City un giovane Bob Dylan che intratteneva i clienti dei piccoli bar di quartiere. I Dusty Broom omaggiano il menestrello del Rock con I want you, tratta da Blonde on Blonde, bella ballata folk che potrebbe essere dipinta su un quadro tanto è ricca di personaggi e accurata nelle descrizioni. Gli ultimi pezzi della serata sono Deep River Blues di Doc Watson, I’m on fire, uno Springsteen affezionato alla tradizione delle storie di vita e Tom Waits, con Hold On.

Ringrazio per la piacevole serata Elio Capecchi voce e chitarra acustica, Andrea Pagliari chitarra elettrica e dobro, Fabrizio Berti armonica (e storie sul blues), Chiara Bondi voce e violino, Leonardo Monfardini batteria, Margherita Cavaciocchi voce, Aurelio Fragapane fisarmonica e Alessandro Toland Antonini contrabbasso.

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