Aleida, la figlia del Che a Montecalvoli

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Quando il 9 ottobre 1967 Che Guevara venne ucciso dalle truppe boliviane, egli lasciò la sua seconda moglie, Aleida March, sposata nel 1959, da sola a Cuba con quattro figli piccoli: Aleida, Camilo, Celia ed Ernesto. La figlia più grande, a cui fu dato lo stesso nome di sua madre, aveva solo sei anni. La faccia tonda e paffuta, gli occhi piccoli e neri, lo sguardo benigno, l’aspetto da maestra elementare harleysta o da frequentatrice di sagre paesane, Aleida Guevara March ha ereditato da entrambi i genitori la forza di spirito, un animo risoluto e la consapevolezza, oltre alla responsabilità, di dover lottare per un mondo migliore. 

A sinistra Fidel Castro, a destra Ernestlo “Che” Guevara e al centro la figlia, Aleida.

Attivista per scelta e medico pediatra per passione, sulle orme del padre, oggi Aleida assiste bambini e disabili nel suo Paese e non solo, partecipando come volontaria per alcune missioni in aiuto delle persone più bisognose in Angola, Ecuador, Nicaragua e numerosi altri paesi sia in Africa che in Sudamerica. A Tucuman, un villaggio dell’Argentina, visitò addirittura 812 pazienti in un solo giorno. “La nostra rivoluzione è la salute, l’educazione e la vita delle persone”, come ama ripetere più volte. E non può essere diversamente per una persona che, quando è a Cuba, inizia la sua giornata al Centro studi Che Guevara, in particolare alla scuola Solidariedad con Panamá, dove si occupa di bambini con problemi e patologie motorie, per poi passare a svolgere la stessa attività all’ospedale pediatrico William Soler all’Havana.

Aleida Guevara (1960), attivista, medico e primogenita del Che.

La professione di medico a Cuba è molto rinomata. All’indomani della rivoluzione, moltissime risorse furono investite nel sistema sanitario, tant’è che oggi Cuba è il Paese al mondo che conta più medici in proporzione al numero degli abitanti che ha e nelle sue facoltà di medicina (24 in totale) si formano molti dottori del continente latinoamericano, in quanto polo di eccellenza nella regione. Tutto ciò ha permesso all’isola caraibica di raggiungere un tasso di mortalità infantile tra i più bassi al mondo e una speranza di vita simile a quella dei paesi occidentali più sviluppati. È la stessa Aleida a rivendicare con forza questi risultati nel corso delle sue interviste rilasciate in molteplici occasioni: “Investiamo molto in ricerca sui temi dell’agricoltura ecologica e sostenibile. Siamo all’avanguardia a livello mondiale nella ricerca sul cancro, in particolare al polmone, alla prostata, all’utero e alla mammella.” E non si esime dal lanciare un messaggio forte e chiaro: “La scienza dev’essere però posta al servizio dell’umanità, per migliorarne la condizione, non per danneggiarla con la creazione di strumenti in grado di facilitarne la sua distruzione”.

Oltre a svolgere la professione di medico, Aleida è anche – se non soprattutto – la figlia del Che e come tale una accesissima e combattiva militante del Partito Comunista Cubano. Autrice di un libro dal titolo Chávez, Venezuela and the New Latin America sulla bontà del bolivarismo chavista e la nuova idea di America disegnata dall’ex leader venezuelano, Aleida si è battuta in difesa dei diritti umani e della cancellazione del debito pubblico nazionale come unico modo per permettere agli stati di attuare una solida, pianificata e rigenerativa politica di welfare state con l’obiettivo di salvaguardare lo stato sociale e far ripartire l’economia di un Paese colpito dall’austerity finanziaria.

Convinta che il comunitarismo, lo spirito di solidarietà e l’aiuto nei confronti del prossimo devono essere le stelle polari da seguire, le pietre miliari su cui costruire l’azione politica per tentare di porre fine alle ingiustizie sociali e alle disuguaglianze economiche a livello mondiale, Aleida in questi anni ha viaggiato molto e ha tenuto numerose conferenze in tutto il mondo per trovare fondi a sostegno della sua fondazione e per ricordare che cosa è rimasto oggi di suo padre.

Oggi, che cosa è rimasto del Che?

Di Ernesto de la Serna Guevara, conosciuto in tutto il mondo come il Che, sono rimasti la bellezza esotica, il mito del “guerrillero heroico”, la revoluciòn. Del Che Guevara è rimasta Cuba, forse diversa dai suoi sogni, eppure emblema, simbolo, fede in un ideale. Nell’isola caraibica sono rimaste le strade dissestate e le tortuose vie che conducono a Santa Clara, dove si innalza il celebre monumento in ricordo del comandante argentino, cubano di adozione, diventato profeta fuori della sua terra. Ma quale terra? Per un uomo come Guevara, il mondo era la sua casa. Il cosmopolitismo internazionalista era una caratteristica intrinseca del suo modo di vivere e di pensare: in una parola della sua personalità. Se la figura di Fidel Castro è sempre stata fortemente divisiva nell’immaginario collettivo, rappresentando spesso il volto oscuro della rivoluzione cubana, quella del Che Guevara, almeno all’inizio, ha unito in modo inequivocabile tutti coloro che videro nel colpo di stato che rovesciò il regime di Fulgencio Batista l’inizio di una nuova era.

Oggi, tuttavia, a cinquant’anni dalla sua morte gli interrogativi rimangono ancora forti, gettando benzina sul fuoco nell’eterno scontro tra i difensori e i detrattori della memoria del Che.

Mito o ribelle? Lìder autoritario o leggenda rivoluzionaria? Liberatore o sergente di ferro? Tiranno o eroe pasionario? Il rivoluzionario che ha affamato Cuba o l’eroe che ha portato sanità, istruzione e cultura? Scampato a numerosi tentativi di ucciderlo organizzati dalla Cia, protagonista delle nazionalizzazioni delle industrie del Paese, sostenitore delle guerre di liberazione terzomondiste per l’indipendenza dei popoli oppressi, promotore della lotta alla disuguaglianze economiche e alle ingiustizie sociali, Che Guevara è stato il simbolo di una piccola isola caraibica che ha osato sfidare l’imperialismo americano. Ma il Che, nonostante i frequenti dissidi, è stato anche colui che non si è opposto con abbastanza forza alla creazione da parte di Castro di un regime militare e dittatoriale, in cui si incarcerava qualsiasi oppositore politico, si perseguitavano gli omosessuali, si opprimevano le libertà individuali e monopolizzavano tutti gli organi di comunicazione. Un regime in cui la lotta, il lavoro, la perseveranza per il bene pubblico hanno dovuto convivere con l’altra faccia di Castro, quella cioè di un dittatore, un nemico della democrazia, un negatore di libertà, un massacratore di dissidenti.

In seguito al 1965, infine, Guevara uscì, non sappiamo ancora quanto volontariamente, dalla scena pubblica, per dedicarsi alla lotta anti-imperialista e per la liberazione dei popoli sottomessi a guerre di potere, interessi individualistici, oppressori insaziabili e brutali.

Il Che con la famiglia a Cuba.

Per Aleida, oggi, è questo ciò che è rimasto del padre. In quanto medico e mujer del pueblo – “donna del popolo”-, ancora prima che come figlia, il guevarismo rappresenta per lei, oltre ad un ricordo romantico, la volontà e il desiderio di continuare a lottare per creare una società fatta di uomini e donne liberi e uguali. In questo senso il Che rimane il simbolo dell’orgoglio che incarnava per il rifiuto del dominio straniero, per il rigetto di ogni atteggiamento razzista e per l’amore nei confronti delle persone oppresse dal capitalismo selvaggio.

Domenica 10 dicembre alle ore 18 al circolo ARCI-La Perla di Montecalvoli sarà presente proprio Aleida Guevara in occasione del suo periodico ciclo di conferenze in Italia. Sarà l’occasione per discutere di quanto il pensiero del Che, tra teoria e azione, possa essere ancora oggi attuale, per ascoltare le esperienze della figlia del Che come medico a sostegno di bambini disabili e dei problemi collegati alla fame e alle malattie in Africa e America Latina e, infine, per incontrare una persona altrettanto forte e combattiva come Aleida.

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. (cit. Ernesto “Che” Guevara)

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa

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