Intervista a Monica Cirinnà: il prossimo passo è il matrimonio egualitario

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Il 5 giungno 2016 entrava in vigore la legge sulle Unioni Civili. Dopo un decennio segnato da numerosi tentativi falliti, l’Italia riconosceva finalmente un diritto fondamentale alle coppie dello stesso sesso.

La Senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria del testo, ha pubblicato di recente il libro L’Italia che non c’era in cui scrive della “dura battaglia per una legge storica”. Senza dimenticare i rapporti umani costruiti e il lavoro di squadra fatto con le associazioni Lgbt, svela i retroscena di una guerra parlamentare senza esclusione di colpi, e racconta di questi anni di politica in prima linea.

Istigati da una delle prime, fredde, serate di questo inverno ritardatario, abbiamo letto L’Italia che non c’era. Finito il libro, sulla punta della lingua ci sono rimaste molte domande, così abbiamo deciso di farle direttamente a Monica Cirinnà.

Monica Cirinnà in Piazza Montecitorio

Monica Cirinnà in Piazza Montecitorio

Senatrice in questi anni ha incontrato il mondo delle associazioni, ha partecipato a Unioni Civili in tutta Italia e fatto da madrina a tantissimi eventi. Cosa ha imparato dal mondo Lgbt?

Ho imparato la pazienza, ma anche la determinazione. La forza della sincerità e l’orgoglio dell’essere se stessi. Tutte virtù che, ovviamente, anche gli eterosessuali praticano, ma che per il mondo Lgbt sono un impegno quotidiano. In questo mio viaggio per l’Italia ho conosciuto moltissime persone e da tutti ho ricevuto un piccolo regalo di umanità che mi ha arricchito.

Per un decennio almeno l’Italia è rimasta la sola tra i grandi paesi a non avere una legge che riconoscesse i diritti alle coppie dello stesso sesso. Nel 2005 la cattolicissima Spagna approvava matrimoni e adozioni, noi, undici anni dopo, una legge molto più timida. Sappiamo che lei avrebbe voluto di più, ma ci aiuti a capire: perché da noi è così difficile progredire con i diritti civili?

È innegabile che l’influenza del Vaticano è stata molto forte nel nostro Paese. Tutti i precedenti tentativi del Parlamento di legiferare su questa materia sono falliti per le pesanti pressioni delle alte sfere ecclesiastiche. La Chiesa di Papa Francesco ha avuto un atteggiamento diverso. Pur rivendicando, correttamente, la propria posizione non favorevole in materia ha detto anche: “Chi sono io per giudicare?”. Parole importanti di una libera Chiesa in uno Stato libero e laico. Bisogna anche dire che non tutti i vescovi hanno seguito la linea di Francesco e come sono andate le cose lo racconto nel libro.

Il termine “tradimento” racconta di un amore rinnegato. Lei lo usa parlando della rottura, dopo il voto sulla legge delle Unioni, con il M5S. Però sono gli unici, insieme a SI, ad avere posizioni progressiste sul tema dei diritti: insieme avreste i voti per fare molte cose. Crede che in futuro ci saranno dei margini per lavorare insieme?

Il comportamento del M5S ha dimostrato l’esatto contrario: non sono su posizioni progressiste. Peggio: hanno immolato i diritti di migliaia di cittadini italiani per puro calcolo politico sperando di colpire il Pd. Ma hanno sbagliato anche questa cinica trappola: la legge l’abbiamo approvata. Per quanto mi riguarda non è più possibile alcun accordo con M5S, sono totalmente inaffidabili.

Compito di chi si occupa di politica è immaginare il futuro per trasformarlo in presente. Se dovesse scrivere di nuovo L’Italia che non c’era tra dieci anni, cosa ci leggeremmo? A quali diritti, secondo lei, possiamo realisticamente aspirare?

Come è successo in tutti gli altri Paesi, dopo le unioni civili è stato approvato il matrimonio egualitario ed è quello che anche l’Italia dovrà fare per eliminare ogni discriminazione. Un altro passaggio fondamentale credo sia il riconoscimento della genitorialità alla nascita, indipendentemente da come è composta la coppia e da come il bambino è nato. Non è pensabile che i bambini nati nelle coppie same-sex vengano discriminati alla nascita sui diritti che gli spettano.

Lei dice di odiare “l’insubordinazione al bavaglio”. In questa rubrica manteniamo sempre uno sguardo critico. Ci dia una mano: cosa non le piace del mondo Lgbt? Cosa bisogna cambiare?

Credo che anche nel mondo Lgbt esistano delle rigidità ideologiche, conflitti tra differenti parti del Movimento che non aiutano la battaglia comune per i diritti. Penso che le divisioni non aiutano mai, mentre ricercare l’unità è la strada da perseguire sempre per raggiungere i risultati desiderati.

Nemici, trabocchetti e tradimenti. Lei descrive tre anni di lavoro parlamentare come una guerriglia estenuante in una sorta di trattato militare di politica sul campo, chiamandolo “Vietnam parlamentare”. Una politica che si muove, cambiando direzione in relazione ai pronunciamenti della Chiesa, che usa strumentalmente i media e le bufale sui social. Cosa disprezza della politica e perché vale la pena di farla?

In questi ultimi anni abbiamo assistito al singolare sport per il quale la politica è da disprezzare. E si sono visti i risultati: il dilagare di un populismo becero senza valori. E lo dico con cognizione di causa per averlo toccato con mano durante l’approvazione della legge sulle unioni civili. Credo fermamente invece in una politica che sappia ascoltare e interpretare i bisogni dei cittadini. È questo il principio che mi ha sempre guidato nelle mie battaglie politiche e proprio l’esperienza che ho vissuto con questa legge mi ha permesso di capire quanto la politica possa invece essere “sentita” e apprezzata. Ricevere migliaia di lettere che ti raccontano quanto una legge abbia cambiato la loro vita è qualcosa che ti fa comprendere quanto il lavoro del legislatore sia importante.

Maria Josè, ultima regina d’Italia, disse che il più grande difetto degli italiani è la pazienza, che sopportano troppo. Lei si riferiva soprattutto al fascismo. Oggi per cosa vale la pena di perdere la pazienza?

Di fronte all’ingiustizia, le diseguaglianze e le discriminazioni. Non sono una persona paziente, ma ho imparato ad esserlo.

Da poche settimane Netflix trasmette la serie “Suburra”, che, ispirandosi a fatti reali, racconta corruzione e criminalità nella Capitale dei palazzi del potere. Quasi in contemporanea con il tribunale di Roma che ha condannato 41 degli imputati dell’inchiesta “Mafia Capitale”. Lei è stata consigliera al Campidoglio dal 1993 al 2013; in quel periodo ha mai avuto il sentore che qualcosa non andasse?

Ho visto “Suburra” e mi ha molto impressionato. Sapere che era una rappresentazione della realtà della mia città è inquietante. Io sono stata consigliera comunale per venti anni e ho vissuto, spero contribuendo, alla rinascita di Roma. Le due Giunte Rutelli e quelle di Veltroni sono quelle che hanno dato nuove infrastrutture alla città, ne hanno ricostruito il tessuto culturale e sociale. Pensare che questo patrimonio sia stato sperperato mi dà grande dolore.

Ha scritto che ha capito di essere un personaggio pubblico quando hanno iniziato ad imitarla; da allora dice di non appartenere più solo a se stessa, di essersi trasformata in un “feticcio pop”. I personaggi pubblici scoprono che la satira non gli piace quando ne sono oggetto, lo stesso accade con la censura. Quando la imitano o parlano male di lei, che effetto le fa?

La satira o le imitazioni sono un qualcosa a cui personaggi pubblici si devono abituare. Non mi aspettavo che sarebbe potuto capitare a me. Sono una persona riservata e trovarmi improvvisamente “in prima linea” mi ha inizialmente disorientato. Così come le critiche sono un qualcosa da accettare serenamente. Cosa diversa sono invece le offese e le volgarità. Sulle mie pagine social sono estremamente tollerante, lascio che tutti possano esprimere le proprie opinioni, anche se a me contrarie. Ma quando il linguaggio trascende cancello e banno senza pietà. Serve rispetto, sapersi parlare in modo civile anche se la si pensa diversamente.

Ringraziamo la senatrice per la sua disponibilità e per aver accettato di rispondere alle nostre domande. A una sola non abbiamo ricevuto risposta: una buona scusa per una futura, seconda, intervista.

Autore

Sardo di nascita, vivo a Firenze dai lontani tempi dell’università. Rimango sardo perché mi va e perché fiorentini non si diventa. Mi piace fare tutte le cose banali. Adoro i luoghi comuni, mi sforzo di essere hipster per occultare i mio lato nerd. Vorrei essere più alto. Amo incondizionatamente chiunque nutra la mia autostima. Credo che il mondo sarebbe più bello se fossimo tutti più stupidi.