Cartolina #4 – Giulia’s Mother: la musica che si fa viaggio

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Il freddo – quello vero – è arrivato a Bruxelles. Le temperature sono sotto lo zero e abbiamo avuto le prime nevicate. In cosa si traduce tutto questo per la sottoscritta? In un bel raffreddore di quelli che non passano neppure dopo una settimana di clausura. A questo punto tanto vale uscire, specialmente se c’è la possibilità di assistere ad un nuovo live organizzato dalla Livingstone Independent della mia ormai grande amica Camilla; stavolta non all’Osteria Agricola Toscana ma al Bon Jour di Silvia Galli, un bel posto di cui probabilmente vi parlerò in dettaglio nelle prossime puntate. I protagonisti sono i Giulia’s Mother,  che sebbene non avessi mai sentito dal vivo erano nella mia testa, e nelle mie orecchie, già da un po’. Tutta colpa (anzi direi merito!) di passaparola, amicizie e contatti in comune che ti fanno pensare a quanto sia bello conoscere e condividere esperienze con persone in giro per l’Italia e per l’Europa.

Non potevo chiedere di meglio. Il loro live acustico ha curato – almeno per un paio d’ore – il mio malessere da “mediterranea al nord”, portando calore e vigore. La bravura di Andrea Baileni (chitarra e voce) e Carlo Fasciano (batteria) sta nell’aver creato un vero contatto con il pubblico: una sorta di dimensione parallela e unica accompagnata da sognanti sonorità folk e indie, una sorta di viaggio fatto restando comodamente seduti ma capace di far scaturire emozioni reali.

Credits Livinstone Independent ASBL

Prima del live abbiamo fatto una chiacchierata, che, come sempre, umilmente giro a chi avrò voglia di leggerla.

  • Come sempre si inizia dalle presentazioni. Chi siete? 

A: Siamo i Giulia’s Mother,  siamo un duo e veniamo dalla provincia di Torino, precisamente Rivarolo Canavese, proprio sotto le montagne, in campagna in mezzo al verde.

C: Per essere precisi siamo sotto le Prealpi Occidentali. È un bel posto, se posso dirlo!

A: Il nostro suono sembra fatto da più persone, questo perché utilizziamo – anzi io utilizzo, specificalo bene –  tanta effettistica. Mi piace andare alla ricerca più particolare del suono, c’è sempre una voglia costante di andare oltre e scoprire cose nuove.

A questo punto Carlo propone per prossimo album ritorno a tradizionale di modo da limitare Andrea, che sembra si stia allargando troppo

  • Domanda che vi avranno fatto tutti: perché vi chiamate Giulia’s Mother?

A: “Giulia” è il simbolo di una generazione di speranza: rappresenta una ragazza di vent’anni che studia filosofia, che canta, suona, dipinge. Che ha quindi tantissime qualità, a dispetto di quanto si dica invece dei giovani. È vero che siamo in un periodo storico difficile, ma secondo noi proprio questa difficoltà forse può fungere da stimolo per tirar fuori le proprie qualità. “Mother” invece è il legame che abbiamo con il nostro territorio e con la Natura. Giulia’s Mother diventa quindi la crasi la crasi di entrambi questi due concetti.

  • Quindi il discorso che spesso si fa sulle nuove generazioni, che sarebbero incapaci di fare qualsiasi cosa secondo voi è una cazzata?

C: Sì, alla fine è una cosa che si dice da sempre. Anche i nostri genitori e i nostri nonni dicevano stessa cosa delle generazioni più giovani. In realtà in giro a suonare troviamo ragazzi super giovani con tantissima voglia di fare che sconfessano totalmente questo luogo comune.

A: Vedi l’esempio di Camilla …

C: È vero! Io quando avevo la loro età non vedevo la stessa voglia di fare!

A: Sei passato per vecchio così, lo sai?

C: Non è vecchiaia, è saggezza!

Credits Livinstone Independent ASBL

  • Generalmente cantate in inglese, come mai?

A: nasciamo più come musicisti che cantanti, e per questo motivo tendiamo a trattare la voce come se fosse un suono. In questo senso l’inglese ha certe caratteristiche che lo rendono più adatto dell’italiano. Che è comunque una  lingua molto interessante, più ricca e complessa, ma che offre tipi di possibilità differenti. 

C: Non è stata però una scelta ragionata, ma una scelta che è venuta da sé, in modo naturale, in sale prove.

A: Tant’è che nell’ultimo disco c’è anche una canzone in italiano, e anche questa decisione l’abbiamo presa in maniera molto spontanea.

C: A proposito di questo: ti do un’esclusiva. Probabilmente prossimo album, che sarà un EP, sarà tutto in italiano.

  • Torniamo al vostro ultimo disco, Here. Ho letto che si ispira alle teorie di Stephen Hawking. Come vi è venuto in mente?

A: Entrambi ci siamo trovati a riflettere su ruolo del tempo, su come viene interpretato e come lo viviamo. Hawkin è una personalità illustre che ha reso accessibili dei concetti di per sé complicatissimi, e già questo per noi gli gà rilevanza. In più, il suo punto di vista e la teoria che ha sviluppato ribalta completamente la visione tradizionale che si ha del tempo e della stessa evoluzione del mondo, mettendoci di fronte a scenari che capovolgono e stravolgono tutto. È in un certo senso anche un modo per dire che la verità, come concetto unico e singolare non esiste, ma ognuno ne ha visione soggettiva, e la stessa cosa vale per il tempo. Non esiste un tempo uguale per tutti. Ognuno occupa un certo spazio in un momento preciso del tempo, che è unico e assolutamente personale e privilegiato.

  • Ma come si riesce a riportare tutto questo nelle canzoni?

A: Spesso si tende a definire che cos’è il tempo, ad esempio con l’uso di formule matematiche. Noi cerchiamo di non farlo: abbiamo scelto di non usare metronomo e di provare più ad ascoltare il respiro l’uno dell’altro. Non ci poniamo schemi precisi, ma interpretiamo il tempo della musica a modo nostro, anche in un modo diverso l’uno dall’altro.

C: Però va detto che alla fine ci ritroviamo sempre.  Quindi questo vuol dire che il tempo è una gran cazzata. La matematica in questo senso rovina il mondo perché tende a dar definizioni che ci fanno star apparentemente bene. Il tempo in realtà è solo una struttura mentale che però non esiste. Pensa al cambio dell’ora: siamo noi che artificialmente decidiamo di imbrigliare il tempo con delle convenzioni.

A: Se invece non definissimo degli orari in modo artificiale, per esempio non esisterebbe più il concetto di aver dormito troppo o troppo poco in base agli orari: dormiremmo per quanto ne abbiamo realmente bisogno imparando ad ascoltare se stessi e il proprio corpo. 

Credits Livinstone Independent ASBL

  • Ma parliamo adesso del progetto “One river – #seguilazattera” (e ne parleremo per un bel po’). Di cosa si tratta?

C: Tutto ha avuto inizio da un’idea un po’ folle nata durante una cena tra amici. Ci siamo chiesti; cosa potremmo fare per promuovere nuovo disco in modo diverso e originale? Dalle nostre parti già si organizza una gara in cui ogni partecipante costruisce delle zattere e con queste percorre qualche chilometro di fiume. Si tratta di una cosa molto goliardica, limitata a nostro territorio che però ci ha dato l’Idea. Abbiamo infatti deciso di costruirci una zattera per conto nostro e percorrere tutto il Po, fino ad arrivare al mare. Ovviamente tutti ci hanno dato dei cazzoni all’inizio! Sembrava una cosa davvero impossibile da realizzare, ma in realtà l’entusiasmo ci ha fatto andare avanti e alla fine ci siamo riusciti!

Qui parte spiegazione tecnica dettagliata costruzione della zattera fatta da Carlo, che saggiamente mi ha suggerito di vendere l’intervista anche a Ikea e Brico

C: Abbiamo comprato otto bidoni da 120 litri, li abbiamo imbrigliati. Abbiamo costruito il telaio in cartongesso. Poi abbiamo pensato di costruire la parte calpestabile della zattera in legno, però poi il legno era troppo pesante e ci è venuta la paranoia che non potesse reggere. È importante spiegare bene tutto il procedimento perché la gente non ci crede che l’abbiamo costruita noi da soli!

Credits Livinstone Independent ASBL

  • E alla fine la zattera ha retto bene?

C: Certo che ha retto bene …!

A: Considera che l’Associazione degli Amici del Po di Casale Monferrato che ci accompagnava con un’altra barca per questioni di sicurezza, a un certo punto si è rotta. Alla fine li abbiamo dovuti trainare noi perché la loro barca si è aperta in due. Nel punto in cui il fiume incontra il mare, la corrente spinge verso il mare mentre il mare spinge verso l’interno: si creano così delle onde che non rendono facile la navigazione.

C: Tra l’altro prima di partire abbiamo fatto una serata a Torino per promuovere l’evento portando la zattera sui murazzi dei Po. C’erano anche quelli dell’associazione che guardandola non erano molto convinti. Erano sicuri che non avrebbe retto (un po’ come anziani che guardano i lavori, ndr). E invece! 

Termina qui la spiegazione della parte strutturale della zattera, ma non quella relativa all’esperienza della zattera in sé (ci è piaciuto molto parlarne)   

C: Ma poi oltre alla costruzione c’era tutto il resto. C’era l’organizzazione vera e propria del viaggio. Eravamo 15 persone in tutto: tra chi ci seguiva da terra, chi preparava da mangiare… Pensa che oltre alla zattera c’era anche un camper, un furgone, due macchine,… e per tutto questo servono tanti sponsor.

  • Ma vi siete resi conto subito dell’impresa immane in cui vi stavate infilando?

A: Ovviamente no! L’idea iniziale era: costruiamo una zattera, portiamo gli strumenti, andiamo e suoniamo. Poi abbiamo pensato che sarebbe stato figo registrare, fare dei video,…  Alla fine la situazione ci è ovviamente sfuggita di mano! Però ci ha permesso di rappresentare la nostra musica – che noi vediamo come un viaggio – con un viaggio. Questa cosa è stata seguita e capita, e adesso chi ci conosce nel suo immaginario ha anche questo. È molto bello perché forse questa follia può diventare una sorta di esempio per il sogno di qualcun altro. E poi c’è stato l’arrivo al mare: qualcosa di incredibile ed emozionante come non mai nella mia vita.

C: Con l’esperienza che abbiamo fatto abbiamo imparato a vivere il viaggio e il tempo in un modo diverso. Un giorno ci ha preso anche un temporale, hai presente uno di quei “bei” temporali estivi?

  • E che si fa in questi casi?

C: Niente!

A: Non ci potevamo fermare dato che non c’erano punti di attracco. Alla fine ci siamo veramente sentiti dei sopravvissuti.

I sopravvissuti alle prese con i temporali estivi (dalla pagina Facebook ufficiale)

C: La cosa bella è che si era sparsa la voce e quindi ad ogni tappa trovavamo tanta gente ad aspettarci ed accoglierci. Si è creato un senso  di condivisione ed ospitalità bellissimo.

  • Per il futuro avete intenzione di fare  altre cose del genere?

A: In realtà sì. Abbiamo in mente qualcosa di simile, sempre legato alla natura e ad un modo diverso di fare e viversi i concerti. Ora ci sentiamo anche più preparati, sia a livello organizzativo che promozionale. Anche se ciò che resta imprescindibile e fondamentale è decidere di farlo per noi stessi, perché ci piace. 

  • Parlando di concerti: so che avete già fatto qualche data live all’estero. Avete trovato differenze rispetto all’Italia?

A: Le differenze si riscontrano soprattutto nell’organizzazione. All’estero i locali sono più preparati e mettono davvero l’artista a proprio agio. Da un punto di vista di pubblico tutte le persone sono persone che vogliono ascoltare buona musica. Troviamo lo stesso affetto sia in Italia che all’estero. Cambia forse la cultura dei Paesi. Abbiamo suonato al Fringe Festival di Edimburgo, dove ogni pub ha un proprio palco e un proprio service. Tutto è in funzione del live, e non troveresti mai ad esempio la tv di sottofondo o il calcetto di fianco! Una cosa che mi ha colpito – che sembra una cazzata ma che in realtà non lo è – è che ti presentano e in questo modo danno importanza e peso a quello che fai, ti danno un ruolo.

C: Anche l’orario d’inizio dei concerti è diverso da quello italiano, ma è anche più funzionale. Si inizia a suonare molto presto: in questo modo dai la possibilità a più persone di venirti a sentire. Mi ricordo ad Edimburgo di una coppia un po’ anziana che è venuta a sentirci, non perché ci conoscesse ma perché voleva ascoltare della musica. Probabilmente se avessimo iniziato alle undici o ancora più tardi non sarebbe venuta.

Credits Livinstone Independent ASBL

  • È il momento di sognare in grande. Se poteste collaborare con qualcuno, con chi vorreste farlo? Non limitatevi.

C: a livello internazionale direi Beirut.

A: Anche suonare con i Sigur Ros sarebbe bellissimo.

C: Per quanto riguarda gli italiani, mi trovo molto legato al cantautorato di “vecchio stampo”. Per questo direi Vecchioni o De Gregori.

Immaginatevi che bello, un viaggio in zattera con i Giulia’s Mother che suonano, e con loro Vecchioni o De Gregori. 

BONUS TRACK – Consigli, personalissimi, per gli ascolti. 

  • Here;
  • Past;
  • Memory;
  • Orion

 

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.