RetroscenE – Nascondigli Teatrali #3 Lo Spettatore

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Per vedere Il Gabbiano, gli studenti facevano di notte la fila, nel gelo; e aspettavano l’alba, che il botteghino s’aprisse, leggendo sotto i lampioni o ballando, per riscaldarsi.

(A. M. Ripellino, Il Trucco e l’Anima, 1965).

È un silenzio denso e teso, quello che precede una prima: c’è sempre qualcosa da fare, da finire di aggiustare, da sistemare. Gli attori cominciano la preparazione, ognuno a suo modo. C’è chi si chiude in religioso silenzio davanti al suo specchio; chi saltella per attivare la circolazione; chi fuma una sigaretta distensiva; c’è anche chi dorme. Per un po’ si protrae un concitato viavai: “Aggiungimi questa prenotazione, tizio mi ha chiamato e mi ha detto che non può venire, mi prenoti due posti per venerdì? Se viene Caio, visto che è sempre in ritardo, non lo far entrare!”. Poi, la quiete.

Sono le 20:05 e tutto è sospeso.  Mi arrivano solo stralci di conversazioni distratte.

Tu devi essere molto dolce“. “Quando posso“.

Poi arriva il Pubblico

Spettatori in coda per il Wyndham’s Theatre di Londra, 1934 (Ph. Wolf Suschitzky)

Il datore di lavoro. Lo specchio del mondo che il Teatro assorbe, mastica e risputa. Il botteghino è il mio albero maestro d’avvistamento. Qualche spettatore molto previdente ha già ritirato il suo biglietto; gli altri di solito si accalcano tra le 20:50 e le 21:05. Beh, siamo a Roma. Si sa.

Arriva la coppia entusiasta, arriva la ragazza esangue, arriva il critico attempato. Entra una signora distinta, entra un ragazzino mai entrato prima. Bussa un uomo, chiede un biglietto e non sa bene dove si trova. Entra un attore che invece si sente a casa sua. C’è chi varca la soglia con timore, chi con sfrontatezza, chi con garbo disinvolto. Comincia un altro rituale:

Ridotto? Intero! Come dice? Ha meno di 25 anni? Certo. Abbonato? Ah, ha comprato il biglietto online…

Una donna con grazia trafelata dal ritardo (“Non si trova mai parcheggio!”) ed il sorriso stampato sulle labbra (“Ma ce l’ho fatta!!”).

No, per favore, non dire il totale davanti a lei, voglio offrirle il biglietto, che non sappia quanto spendo.

Un marito svogliato, un cugino trascinato, una modella ben vestita, un’amica raggiante per l’inedita, eccitante esperienza pregustata.

Salve, noi abbiamo telefonato prima, ci tenevamo tanto, ci sono ancora posti? Io voglio stare in prima fila, io vorrei un posto laterale, io preferirei…

Quelli che fanno il biglietto con largo anticipo di solito sono anche i più entusiasti: venire a teatro è una festa. Sono in gruppo, dieci o dodici amici. Hanno prenotato almeno una settimana prima. Sono sicuramente usciti di casa presto: arrivati in centro per tempo, hanno trovato parcheggio non troppo vicino al teatro per il gusto di passeggiare, tra vicoli affollati e densi dei profumi dell’inverno che a Roma è un lungo autunno dorato. Entrano, rintracciano il proprio nome in lista con un certo orgoglio, soddisfatti ritirano il biglietto e… “Abbiamo tempo per un aperitivo, vero? Saremo di ritorno per le 20:55!”. Indimenticabile il gruppo di amici che organizzò a teatro la sua rimpatriata, con tanto di bottiglia di prosecco stappato davanti alla porta prima dello spettacolo. (Sì, l’hanno offerto anche a me).

Cinque minuti al “Chi è di scena”.

Siete mai entrati qui? È un’esperienza unica. Dobbiamo spaventarci? No, abbandonatevi…

Sempre, da spettatrice, mi sono chiesta quanti – compresa me – riescano davvero a chiudere il mondo fuori dalla porta del teatro. Spesso mi sono detta che a spingerlo fuori deve essere lo spettacolo, non lo spettatore. Eppure un’attitudine disposta all’Altrove è essenziale. Da questo privilegiato e inedito punto d’osservazione non vedo più quel pubblico in cui mi confondevo, né quello che immaginavo. Vedo persone, le più diverse, accorse lì, tra traffico parcheggio ticket disco-orario metro biciclette sampietrini pioggia e scioperi. Per prendere parte a quel qualcosa che accade proprio lì, proprio in quel momento e mai più uguale.

Li vedo entrare. Li accompagno qualche ora dopo all’uscita. Alcuni sono rimasti uguali, immutati, altri trasfigurati. Dalla gioia, dalla malcelata commozione, dalla frivolezza, dal calore. Occhi spenti, occhi illuminati, vibranti, a volte abbracci liberatori, il cuore che sale alle labbra in un puro e semplice grazie. È il mio cuore, ora, a gonfiarsi. Io, rimasta lì, dietro una tenda nera, ad auscultare il miracolo, a sospettarne l’effetto, a bere ogni verso, ogni battuta, ogni respiro e mai poterlo assaporare del tutto… Lo ritrovo negli occhi della folla uscente.

Autore

Radicalmente inquieta, sostanzialmente in cerca, scrivo, registro, sondo il pulsare del mondo attraverso lo schermo invisibile della quarta parete. Vago con i sensi tesi a captare il manifestarsi del Duende, demone della bellezza autentica. E sì, sono barocca.