Cartolina #3 – Il country folk di Phill Reynolds: ça c’est magnifique!

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Dopo l’appuntamento con il jazz di Angelo Gregorio e Carla Piombino, sabato 25 novembre l’Osteria Agricola Toscana ha ospitato un nuovo live organizzato dalla Livingstone Independent ASBL. Come potevo mancare e perdere l’occasione di farvi scoprire qualcosa di nuovo? Non più jazz, ma atmosfere country folk e blues dell’italianissimo – anche se dal nome forse non si direbbe – Phill Reynolds.

Prima del concerto, ho avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con lui.

  • Per prima cosa, presentati:

Sono Silva Cantele, e quando suono in versione one man band lo faccio con il nome d’arte Phill Reynolds in onore di Phill Ochs e Malvina Reynolds, che sono due artisti che mi hanno decisamente forgiato. Questo non è il mio unico progetto musicale, suono anche in un’altra formazione, i Miss Chain & The Broken Heels, con cui facciamo cose molto differenti più legate ad anni ’60 e rock’n’roll. Phill Reynolds è comunque il mio progetto principale, il mio vero e proprio mestiere considerando anche che faccio centinaio di date live all’anno sia in Italia che all’estero.

Credits Livingstone Independent ASBL

  • Da quanto tempo sei “Phill Reynolds”?

L’inizio della mia bipolarità risale al 2010, mentre il primo concerto è del 2011. Fino adesso ho fatto più o meno 400 concerti, con una media di un’ottantina di concerti all’anno.

  • Come mai hai deciso di cantare in inglese?

La prima canzone l’ho scritta quando avevo 13 anni e l’ho scritta in inglese, mi è venuto naturale. Ascoltavo molta musica italiana, soprattutto grazie ai miei genitori, ma anche tanta musica anglofona. Evidentemente scrivere in inglese è una cosa più semplice per me. Da molto tempo ho iniziato anche a scrivere canzoni in italiano ma la realtà è che non mi piacciono. Trovo un sacco di cose modeste uscite in Italia negli ultimi anni, ma quando ho anche solo la vaga impressione di star facendo qualcosa di simile bestemmio e ritorno al mio inglese. Di anno in anno sento comunque crescere questa volontà. L’italiano è una lingua bellissima anche se secondo me  oggi viene usata malissimo. Purtroppo questo ha precluso il mercato quella qualità e raffinatezza che non è morta, ma che non riesce più a fare gli stessi numeri di 25-30 anni fa.

  • Quindi possiamo dire che usare l’inglese ti mette più a tuo agio?

Sì, sicuramente mi dà maggior libertà di espressione, soprattutto a livello di metrica. Dietro c’è anche una sorta di pigrizia da parte mia, non nascondiamolo, perché per me scrivere in inglese è più semplice. Anche dal punto di vista canoro l’inglese permette dei suoni che mi piacciono di più. So comunque che l’italiano arriverà, con molta calma. Ma non c’è fretta, tanto il mio lo faccio lo stesso!

Credits Livingstone Independent ASBL

  • Quando ti esibisci all’estero senti che l’esibirti in inglese ti possa in un certo senso avvantaggiare?

Negli Stati Uniti la gente spesso si stupisce della mia padronanza dell’inglese, ma è vero che in molti sarebbero stati anche curiosi di sentirmi cantare anche in italiano. Poi va detto che quando pensano alle canzoni italiane, pensano subito a “O sole mio”, ma anche per noi gli americani sono tutti ciccioni che votano Trump! E in realtà la maggior parte dei miei amici, e ben vengano gli amici ciccioni, non ha votato Trump. Bisogna fare le dovute differenze. L’inglese mi ha certamente facilitato, specialmente quando si tratta di trovare le date dei live proporre qualcosa in inglese diventa più accessibile. Credo però serva un bel po’ di qualità nel cantare nella propria lingua ovunque. Se pensi al contesto italiano, di cantanti che si esibiscono in arabo e fanno successo c’è solo Bombino ad esempio.

  • Quali sono gli artisti che ti influenzano di più a livello compositivo?

Ho iniziato a scrivere ascoltando il primissimo Bon Iver, ma anche Blind Willie Johnson. All’inizio ero molto più blues di adesso. Ora mantengo questo genere più che altro nella parte vocale.  Di sicuro mi ha influenzato e mi influenza il primo Dylan, oltre a The Tallest Man on Earth. In più, ci sono ovviamente Phil Ochs e Melvina Reynolds: da loro prendo la componente sociale e politica che si ritrova nei miei testi. In generale faccio fatica a parlare d’amore e di cuori infranti, l’amore di cui parlo è più legato alla famiglia. Quando scrivo non dimentico la scena punk-hardcore degli squat e centri sociali, dello Yabasta di Vicenza, che hanno caratterizzato la mia adolescenza. Quell’urgenza espressiva e quella rabbia che ogni tanto esce dalla mie canzoni proviene da quegli anni lì, da quegli ascolti lì. Forse non li ascolto più spesso come un tempo, ma non li rinnego assolutamente. Per quanto riguarda il metodo di narrazione più legato alle storie che agli slogan direi De André e Springsteen. Anche se all’apparenza non sembra questi due autori sono legati tra loro: nel modo di trattare una cosa mostruosamente politica senza fartene rendere conto. Poi sono in realtà molto distante, il loro linguaggio è distante: Springsteen fa forza su “cose di strada”, e nascendo in New Jersey non poteva essere altrimenti; De André invece va in una direzione completamente diversa. Però questo modo di far riflettere su questioni strettamente politiche raccontandoti storie rappresenta un punto di unione tra i due, e mi ha influenzato molto.

Credits Livingstone Independent ASBL

  • Cosa stai portando in giro in questo momento?

Tecnicamente l’ultima cosa che sto portando in giro è la riedizione di un disco che ho stampato nel 2013 (Lovers, Covers and a Phone, ndr) che ho registrato con il telefono all’interno di grotte e chiese. Ci ho messo pochissimo: 5 giorni. L’ultimo mio lavoro completo è invece Love and Rage del 2016: il titolo stesso descrive la gamma di emozioni che mi saltano addosso e che affronto nel disco. Si tratta di emozioni opposte, ma come spesso accade con le cose agli antipodi se le consideriamo da un punto di vista circolare – così come succede anche con l’universo, la natura o il tempo stesso – può essere che a volte queste emozioni così lontane possano ritrovarsi anche vicine. Dentro Love and Rage c’è la rabbia per l’amico perso di overdose, o quella nei confronti del sistema rappresentativo, di cui non sono un grande estimatore devo dire. Il fatto che 60 milioni di persone riescano a legiferarsi tramite una crocetta, mi fa molto strano. Un mio professore del liceo diceva che noi abbiamo intuito studiando i classici che la democrazia significhi “potere del popolo”, ma nessuno ci dice che in realtà non sia il popolo del potere. Questa cosa è rimasta come una sorta di tarlo ben presente sia nella mia testa che nelle cose che scrivo. Nel disco c’è però anche l’amore, quello per la mia migliore amica che mi mancava un sacco (la canzone con cui di solito concludo i miei concerti), o quello per la mia sorellina Anita che è la persona che mi ha cambiato più al mondo, c’è l’amore per la musica. In una canzone utilizzo la parte vocale di un testo di Louis Armstrong che ho messo – a modo mio – su un pezzo dei Moderat. Ma per me quella canzone è mia madre, nella mia testa quella canzone siamo io e lei che ci diciamo “we have all the time in the world”, che è una bellissima bugia. Le bugie possono nascere per amore, ma possono produrre molta rabbia. È un po’ complesso, lo so!

  • Sono molto interessata al disco di cui mi parlavi all’inizio registrato con il telefono. Come mai?

Sì, ho registrato 8 pezzi su undici del disco uscito nel 2013. L’ho fatto raccogliendo la sfida che mi ha lanciato un mio amico pittore, Gabriele Brucceri, che mi ha proposto di far uscire qualcosa e in cambio lui mi avrebbe dato una mano con le grafiche. Era il giorno di Santo Stefano. Mi son dato tempo fino a febbraio perché dopo sarebbe partito il tour: intorno al 23-24 gennaio era già tutto pronto. Avrei potuto registrarlo anche meglio, è vero. E  un paio di amici mi hanno anche mosso delle critiche a riguardo. Ma penso che ogni tanto per certi tipi di musica un qualche passo indietro dal punto di vista tecnologico possa solo che giovare. È un po’ uno scrostare una serie di strati spesso superflui. In certi casi, ad esempio nel mio dove la musica essenzialmente si basa solo su chitarra e voce, troppa artificiosità finisce per diventare nociva. E poi sono convinto di questo: se uno scrive buone canzoni, queste funzionano anche solo con la voce come al posto di un’orchestra. L’età d’oro, quella in parte conclusasi negli anni Ottanta, la rimpiangeremo per sempre. La musica è sempre più legata a cosa artificiali ed estemporanee: alle stories o ai post sui social. Ma sono convinto che tutto questo prima o poi esploderà. Sono i canali indipendenti quelli che hanno sempre resistito e che resisteranno sempre. 

Lovers, Covers and a Phone

Com’è stato il live di Phill Reynolds dal vivo in Osteria? Per me – che non lo conoscevo – una rivelazione che approfondirò con dedizione. E probabilmente non sarò la sola a farlo, considerata l’accoglienza più che calorosa che ha ricevuto.

Credits Livingstone Independent ASBL

Le atmosfere folk e la sua voce profonda e graffiante, insieme alle sue storie di rabbia e di amore, meritano sicuramente di essere ascoltate. Voi che leggete, in Italia o all’estero, cercatelo in giro. Non ve ne pentirete. 

BONUS TRACK – Consigli, personalissimi, per gli ascolti:

Da Lovers, covers and a phone: 

Anita;

Ask the Mirror;

Last Lullaby

Da Love and Rage:

Black Sea;

The Anchor;

That’s Tomorrow

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.