Mindhunter: la psicologia al servizio della giustizia

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Sono giorni convulsi quelli di questo periodo nel mondo dello spettacolo. Piano piano stanno venendo fuori testimonianze di abusi e molestie ad opera di alcuni esponenti di Hollywood verso le colleghe. Tra i casi più celebri c’è quello riguardante Kevin Spacey. Proprio la serie della quale è protagonista, House of Cards, giunta alla sesta e ultima stagione, rischia di non dare un finale degno al personaggio di Frank Underwood. David Fincher, produttore della serie e regista dei primi due episodi, ancora non si è sbilanciato e ha preferito concentrarsi su un’altra serie. La serie in questione è Mindhunter. Ennesimo original di altissima qualità di marchio Netflix, Mindhunter ha debuttato sugli schermi lo scorso 13 Ottobre; ed è stata rinnovata sulla fiducia già mesi prima.

mindhunter

La serie è una trasposizione del libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. 4 dei 10 episodi sono stati diretti da Fincher stesso che per la seconda volta su due è riuscito a girare una serie dal sapore cinematografico. Non è scaduto quindi nel cliffhanger facile, nella scrittura piena di spiegoni o nelle inquadrature che non dicono nulla di che allo spettatore. Al contrario: è stato capace in pochi minuti del primo episodio di dare un carattere ai protagonisti; a dargli uno scopo, arricchendo le scene con molti dialoghi che vanno però dritti al punto, senza troppe semplificazioni. Da un punto di vista fotografico, la fanno da padrona i colori grigi e tenui. Le scene, girate in gran parte in interni sono razionali, al limite del minimalista, e ordinate.

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Mindhunter è una storia vera?

In poche parole, Mindhunter è la storia più o meno romanzata della nascita dello studio sulla profilazione dei criminali. I protagonisti della serie sono gli agenti Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) che, insieme alla professoressa Wendy Carr (Anna Torv), studieranno decine di casi di crimini violenti per trarne un resoconto sulla psiche dei carnefici. Negli anni Settanta, in un’America che ha assaggiato nel decennio precedente i casi più eclatanti della sua storia – tant’è che se ne parla ancora oggi – era necessario per l’FBI indagare, oltre che sugli indizi e sul tipo di crimine, anche sulla mente dei criminali. In realtà Ford, Tench e Carr non sono mai esistiti, sono solo personaggi di fantasia ispirati da quelli reali. Infatti prendono il posto rispettivamente degli agenti John E. Douglas (lo stesso autore del libro), Robert ResslerAnn Wolbert Burgess.

Chi invece non è stato romanzato né inserito sotto pseudonimo sono i pluriomicidi che verranno interrogati nel corso della serie. I soggetti in questione rispecchiano fedelmente la fisionomia, il carattere e gli atteggiamenti delle loro controparti reali. Jerry Brudos, Richard Speck, Edmund Kemper probabilmente sono nomi che non ci dicono nulla; e forse non direbbero nulla nemmeno a tanti italiani che hanno vissuto negli anni Sessanta e Settanta. Questo perché, pur efferati e disumani, questi casi di cronaca nera non hanno mai destato l’attenzione dei nostri notiziari, al contrario di oggi. Assassini invece noti come Charles Manson (che tra l’altro è recentemente deceduto); James Earl RayLee Harvey Oswald sono stati citati nella serie senza però essere interrogati. Tutti loro sono comunque serviti a stilare una dettagliata profilazione utile tutt’oggi a catturare i criminali in base al loro comportamento.

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Altre considerazioni a margine

Mindhunter non è però solo interrogatori e burocrazia. Uno dei temi fondamentali della serie è lo “scontro generazionale” tra il giovane Ford, dalla grande ambizione ed intraprendenza, e Tench, più anziano ed esperto. L’ambizione di Ford sarà il suo punto di forza, ma anche il motivo di numerosi diverbi con i suoi superiori e con la sua fidanzata Debby (Hannah Gross). Inoltre, i due agenti che girano le stazioni di polizia dell’intera nazione per insegnare ai poliziotti le loro tecniche; sono talvolta chiamati a dare un parere su insoliti casi locali.

Le musiche giocano un ruolo fondamentale nella serie: a partire dalla sigla che mostra il montaggio di un vecchio registratore a nastro inframmezzato da immagini velocissime di dettagli di un cadavere. Il brano, scritto da Jason Hill, è carico di tensione sebbene il ritmo sia disteso e lento. Sono presenti anche le canzoni che hanno segnato quell’epoca: a partire da Hold the Line dei Toto, fino all’immancabile Psycho Killer dei Talking Heads. Da David Bowie ai Fleetwood Mac, passando per i Led Zeppelin, Mindhunter racconta una storia che magari non può sembrare molto avvincente ma che, grazie altresì alla colonna sonora, fotografa un’epoca passata alla storia non solo per le cose belle, ma anche per la nascita del termine serial killer.

Autore

Vedo cose, ascolto tutto, sono attento ai dettagli e preciso per formazione. In realtà non sono mai stato serio in vita mia, ma nessuno è mai riuscito a darmi ragione.